mercoledì 25 novembre 2020

THE DIRT: MÖTLEY CRÜE, di Jeff Tremaine


Storia(ccia) di vita, carriera e vizi estremi dei Mötley Crüe, storica band glam metal che fece dell'eccesso un vero e proprio stile di vita. Anche a rischio della pellaccia dei componenti.


Chi scrive, sì, può dire di essere stato un metallaro e il metal, come ben saprete, abbraccia diverse sonorità. Credo sia il genere musicale con più sottogeneri al mondo, tanto che una frangia di puristi resiste sempre per fare un po' di ordine in tutto 'sto troiaio che sta venendo a formarsi, tra heavy, thrash, folk, gothic, symphonic, industrial, retro-wave, avantgarde, pirate, viking e compagnia cantante.

Sì, avete letto bene... pirate.

A darmi solide radici d'ascolto sono stati i Manowar, che stando a quanto dichiarato ormai quarant'anni fa volevano suonare il vero metal, in contrapposizione alla moda glam che stava avanzando negli Eighties. E da quel punto di vista sono stato fedele perché, sì, il glam non è mai riuscito a fare breccia con me. Ai Twister Sister gli avrei fatto take it di brutto, con quei loro trucchi osceni e i coretti da pacco stretto, e quella paraculata dello sleaze non mi ha mai fatto abboccare all'amo.

Ma i Mötley Crüe sono un capitolo a parte.

Loro superano qualsiasi confine che può esserci tra i generi, dando quell'energia in grado di convincere anche i più scettici. Visti pure live al Gods of Metal del 2009, non posso che confermare quanto già mi seppero dire nelle cuffie del mio MP3: forse una band inutile e ridicola come poche, così intenti a trattare le donne come degli oggetti da far sembrare Vittorio Feltri un esempio di femminismo, ma... diobono come pompa il pippero! Gente che sa come fare uno show e che sembra essere nata proprio per fare quello.

Canzoni come Kickstar my heart, Dr Feelgood o Smokin in the boys room, sono state il grido ignorante di una generazione che dopo le ribellioni pacifiste dei Sessanta volevano solo viaggiare ai mille all'ora, in un epoca ben più spensierata che però cominciava a nascondere i fantasmi moderni. E' questo che ha reso il glam una bestia strana nel metal, perché lanciava sì provocazioni, ma ben lontani dai gridi rabbiosi di un Seek and destroy o di un Show no mercy.

Il film prodotto da Netflix grossomodo racconta tutto questo, a relativa poca distanza da quel Bohemian rhapsody che ha sbancato in tutto il mondo, ma con una band scuramente meno impegnata. Si chiamano così Jeff Tremaine e Tom Kapinos e già da qui avremo dovuto iniziare a sentire puzza di merda.

Kapinos è la "mente" dietro a Lucifer e Californication, e se sulla prima non abbiamo nulla da dire, sulla seconda mi riservo un paio di dubbi, Tremaine invece è uno dei fondatori di Jackass, e va bene che da quello ne è uscito uno come Spike Jonze, per quanto sia diventato il re dei fighetti, ma forse a questo film mancano delle basi per renderlo un prodotto davvero interessante. Perché a differenza del biopic su Freddy Mercury non abbiamo un regista bravo come Dexter Fletcher Bryan Singer o un attore carismatico come Rami Malek - c'è Iwan Rheon, ma al Bastardo danno veramente un ruolo marginale - e il tutto procede come un mero album dei bagordi, tra rialzate, resurrezioni, inevitabili ricadute e disgrazie umane di vita vissuta ai mille all'ora.

Il risultato è che The dirt è proprio come la band di cui racconta le gesta: esagerato, stupido, sessista ed estremamente divertente, ma a una certa, una volta giunti i titoli di coda, ti viene da chiederti se siano state due ore spese degnamente. Perché se si cercava alto cinema da un prodotto simile, forse la colpa non è proprio del film in sé, ma questo tentativo di mostrare gli uomini dietro le icone dello sballo - il guidatore del loro bus tour comunque disse che quelle mostrate nel film non sono nulla in confronto a quello che fecero realmente - si perde nel marasma dei mille prodotti similari, senza nulla aggiungere a quanto si sapesse già, al netto di infrangimenti della quarta parete vari.

Utile a chi non conosceva la band e vuole farsi una cultura in merito, o ai fan più accaniti. Anche se, sinceramente, qui proporrei altro tipo di metal...







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