martedì 16 gennaio 2018

Frances Ha



Frances Halladay è una ragazza ventisettenne di Brooklyn che cerca di entrare nel mondo della danza. Quando la sua coinquilina Sophie si trasferisce e perde il lavoro alla scuola di danza, inizia una nuova parentesi della sua vita...


Ok, il fatto che quasi tutti gli idoli della mia adolescenza o si stanno ritirando dalle scene o stanno morendo mi sta facendo giungere a una conclusione davvero terribile: sto invecchiando. Quella legata ai vip che se ne vanno è una sensazione che mi porto dietro dal 2016 ma, a conti fatti, la cosa assurda è che quello che dovrebbe essere un naturale processo la mia generazione lo sta vivendo con una terribile angoscia.
D'altronde non è colpa nostra se ci siamo trovati a vivere in questo periodo storico. Tutto si è complicato, i lavori sono sempre più difficili da trovare (e quando ci sono servono mille e anche più specializzazioni) mentre altri sono addirittura scomparsi. Ci siamo sentiti dare dei choosy, dei bamboccioni, degli scansafatiche e dei mantenuti, circoscritti in un'ottica vecchia ma che, nonostante i tempi siano cambiati, resiste ancora.
Seriamente, quando dite che vorreste ritornare giovani, vi piacerebbe condurre la vostra ritrovata gioventù proprio adesso negli Anni Zero?

"Inutile... manco col bere queste recensioni sono passabili."

Frances Ha dovrebbe parlare di questo.
E a una certa mi viene quasi in mente che tutte le storie alla fine parlano di crescita, o almeno, di un personaggio (o anche più d'uno) che alla fine degli eventi narrati è diverso rispetto a quando la narrazione è iniziata. L'esempio più lampante che mi viene in mente è quel «Sono a casa» detto da Samvise Gamgee alla fine de Il Signore degli Anelli, su quanto quella frase pesi sull'hobbit rispetto a quando il tomo tolkieniano è iniziato.
Dopo tanto rimuginare però mi viene in mente anche che con il regista Noah Baumbach non ho mai avuto un rapporto idilliaco. Certo, sembra essere a detta di tutti il degno erede di Woody Allen, ma io per le sue commedie agrodolci non mi sono mai strappato i capelli al contrario di molti altri colleghi cinefili, sicuramente più competenti di me. E questo Frances Ha è stata la conferma dell'incompatibilità che esiste fra me e il regista statunitense.
Ora che ci penso, quella dell'incompatibilità è la scusa che hanno sempre usato le ragazze per respingermi.
Ora che ci penso ancora, Baumbach ha le stesse "problematiche" di Richard Linklater, tanto che fino a cinque minuti fa stavo per confonderli... ma questa è un'altra storia.

"Che dici, è abbastanza hipster così o chiamiamo Wes Anderson?"

Dicevamo, Frances Ha...
Scritto dal regista insieme all'attrice protagonista Greta Gerwig, feticcio di un certo tipo di commedia indie americana, nel 2012 ha raccolto consensi un po' ovunque, guadagnandosi una nomination all'Oscar per la miglior sceneggiatura originale e divenendo nel piccolo spazio di tempo che è riuscito a ritagliarsi come un nuovo manifesto della vita dei semi-trentenni d'oggi. C'è chi ha osato della grossa paragonandolo a Ecco bombo di Moretti, a me invece ha ricordato più Sui giovani d'oggi ci scatarro su degli Afterhours, ma qui si tratta di problemi un po' del film ma, soprattutto, personali. Oltre al fatto che, se è vero che il tempo è gentiluomo, è presto finito nel dimenticatoio.
In tutta onestà non mi vergogno a dire che non mi sono unito ai cori di giubilo per un film sicuramente non brutto, perché le pellicole brutte sono decisamente altre, ma comunque abbastanza ruffiano nel suo ripercorrere diversi topoi stilistici di un certo tipo di film indipendente e pure un discorso di base che, pur capendolo nelle intenzioni, non mi ha convinto nei fatti.
Insomma, un grosso giro di parole per dire che mi è sembrato una hipsterata colossale.

Quando al primo appuntamento parlo del mio blog, succede questo...

La classica generazione precaria nel lavoro e nei sentimenti, ma Baumbach e la Gerwig a questo giro fanno una riflessione più sottile, ponendosi in una difficile linea di mezzo e cercando di far coniugare l'atteggiamento naïf della protagonista con una malinconia di base, mai esasperata, datale dalla sua situazione e dal suo modo di vivere.
Frances Halladay è sicuramente una persona immatura che nel suo percorso incontra molti altri immaturi, artistoidi mantenuti dai genitori con più mediocrità che idee (celebre la sequenza della sceneggiatura sul remake di Gremlins), una ragazza che non riesce a trovare la propria strada e che è in perenne confronto con l'amica Sophie. Perché Sophie, fra le due, è quella che va avanti, quella che sa cosa vuole dalla vita e che lo ottiene. Frances non è un'eroine tragica, è semplicemente una vittima di se stessa, una che non riesce a stravolgere la propria vita come dov(vor)rebbe per inseguire il proprio sogno. E nel mentre, vivacchia, spostandosi da un tetto all'altro in questo circo di individui alla ricerca della propria via. Ma si tratta di un girare intorno.
Non è un ritratto satirico e feroce. È la coscienza della propria condizione, la malinconia che ne deriva, ad accompagnare la protagonista per gli ottantasei minuti di visione, ed è quello che Baumbach vuole comunicare con il suo bianco e nero e la sua narrazione mai opprimente, sempre sospesa in una sorta di limbo, che non giudica ma non nasconde nemmeno le cose per come stanno realmente.

Ad appuntamento inoltrato...

Il film non vuole dare soluzioni. La società che ritrae è decisamente persa e dimostra che vincitori e vinti non esistono: tutti sono insoddisfatti, anche chi ha seguito le regole. Ma la vita, nel bene e nel male, è fatta di regole.
Questa è la lezione che Frances impara, accettando alcuni dei compromessi (i primi) e riuscendo regolare la propria esistenza, senza però mai perdere la propria vera natura. La soluzione, come suggerisce il titolo, è forse quella di stringersi un poco...
Tutto bello e tutto molto giusto, ma si tratta di un film che non sono riuscito a sentire mio. Non sono riuscito a credere a questa ragazza, per quanto affascinante e per certi versi vicina alla mia indole, che conduce una vita simile (di certo non alla portata di tutti), sempre sostenuta ai limiti del possibile dai genitori e contornata da persone che, nonostante ristrettezze e vite ai margini, riescono a permettersi certi stili di vita nei locali più fighetti. Baumbach non è mai morboso nel ritrarre quello che vuole questo forse è il suo pregio maggiore, ma gli fa perdere di vista una certa visione d'insieme che sarebbe stata necessaria in un punto, dato che una notizia piuttosto pesante viene presto dimenticata in una manciata di secondi in un dialogo che nelle mani di uno scrittore più capace avrebbe avuto sicuramente un'altra incisività.
Frances Ha è sicuramente un film con un certo stile ma che ad esso e a certe filosofie sembra soccombere, non riuscendo mai a spiccare come dovrebbe, anche se le sue intenzioni non sono quelle di essere ricordato come un capolavoro. Ma sicuramente l'avrei sentito più mio.

Comunque, io penso di essermi innamorato.

Ad ogni modo, sono felice di non essere coetaneo di Greta Gerwig e di non vivere nella sua stessa città. L'avessi conosciuta da adolescente mi sarei innamorato di lei, ma mi avrebbe spezzato il cuore.
C'est la vie.
Essere giovani al giorno d'oggi è un po' uno schifo anche per questo.







6 commenti:

  1. io l'ho adorato, ed è senza dubbio un film che difficilmente si dimentica ^_^

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    1. Ho adorato più che altro la Gerwig 😅 l'ho trovato più furbo che bello...

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  2. Baumbach mi sta sulle palle da morire, mamma mia, perciò questo Frances Ha (altrove acclamatissimo: troppo?) l'ho sempre evitato.
    La Gerwig, purtroppo, poco la conosco. Infatti non so bene come approcciarmi a Lady Bird, il suo esordio alla regia.

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    1. Più che altro devo capire se con Baumbach sono problemi oggettivi o personali... fatto sta che questo film è stato uno shakespeariano tanto rumore per nulla.
      La Gerwig mi piace per i personaggi che fa, sennò la conosco poco pure io.

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  3. Sei uno dei pochi che la pensa come me (come scrissi a suo tempo). Filmetto furbo, fintamente "indie" e poco credibile: tutti, a cominciare dalla protagonista, barboneggiano passando da un divano all'altro, glorificando l'inconcludenza e la precarietà, salvo poi spedirsi messaggi da smartphone di ultima generazione (comprati con i soldi di papà). Classico prodottino radical-chic tipico da Sundance Festival, in realtà sopravvalutatissimo.

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    1. Ma per me non glorifica nulla. Anzi, la protagonista è perfettamente conscia della cosa ed è la sua incapacità a roderle dentro. Purtroppo quello che sulla carta era ottimo nei fatti è poco incisivo (il che mi ricorda che devo andare dal dentista...).

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U