domenica 21 gennaio 2018

It - capitolo 1



Nella città di Derry la gente scompare. Quando tocca al piccolo Georgie, la vita del fratello arriva a un punto cieco, fino a che insieme a un gruppo di amici (soprannominati "i perdenti") indagherà sulla fine del ragazzino, scoprendo che tutto porta a una strana entità vecchia come il mondo e che sembra essere la causa di tutti i mali della città...


Ricordo ancora quando lessi It di Stephen King. Avevo sedici anni e andavo in seconda superiore, avevo una vita mediamente tranquilla (i veri casini sarebbero arrivati poi) e, una volta arrivato alla parola FINE, mi dissi di aver letto un grande libro. Grande in tutti i sensi, non solo per le mille a passa pagine di lunghezza.
Lo dissi con l'entusiasmo tipico degli adolescenti. Fu per questo che, qualche anno dopo, decisi di rileggerlo. Indovinate un po'? Il mio parere non è cambiato.
Sembra essere cambiato quello della gente, invece, perché dopo anni a King viene riconosciuta un certo tipo di autorialità che per gran parte della sua carriera gli è stata negata. Lui, quello che faceva mera letteratura di consumo, lui, quello delle storie horror commerciali, lui, quello che sminuiva la letteratura vera...
Certo, non voglio fare un monumento a King. Nemmeno lui lo ha mai fatto di se stesso, tanto da essersi sempre definito un "Big Mac letterario". La verità è che, essendo così prolifico (Dario Argento disse che ha al proprio servizio cinque ghost writer), qualche fregnaccia gli è uscita, ma gli do sempre il beneficio di essere uno che riesce a trasmettere al lettore quanto si diverta nel fare il proprio lavoro - per me, un valore aggiunto in qualunque medium artistico. Tre le innegabili sòle però ci sono anche libri incredibilmente belli, libri sì di consumo ma con una validità letteraria innegabile. Alcuni sono addirittura delle grandi opere.
It è una di queste.

"Ehi, Georgie... lo vuoi un adattamento fedele?"

Pennywise il clown assassino è ancora nella memoria collettiva di molti grazie alla miniserie degli anni Novanta interpretata da Tim Curry, la quale... beh... diciamo, col naso tappato può succedere di confondere la Nutella con altro, quindi se vi è piaciuta non vi giudicherò per questo.
La verità è che quella miniserie era davvero brutta. Ma nemmeno per colpa dei realizzatori, erano semplicemente altri tempi. All'epoca quello televisivo era considerato a priori un prodotto di serie b, doveva ancora arrivare la rivoluzione fatta da Lynch con le pazze avventure di Laura Palmer, e quindi avevano dovuto arrangiarsi con un budget che era quello che era e dei passaggi dello script (lì i soldi non possono essere una scusa, però) abbastanza discutibili. Si salvava unicamente Curry con la sua interpretazione, quella sì davvero memorabile. Ha comunque avuto l'importanza di essere riuscita a portare sul piccolo schermo della prima serata un accenno di tentativo horror, creando un'intera generazione di coulrofobici. Senza quella (pessima) miniserie, non credo che oggigiorno in così tanti conoscerebbero It.
Ventisette anni dopo a dirigerne il primo vero adattamento cinematografico è l'argentino Andrés Muschietti, il pupillo di Guillermo del Toro, che dopo aver convinto grossomodo tutti con il suo esordio La madre (tratto dal suo celebro corto Mamà) si accolla una responsabilità bella grossa, prendendo il posto di Carey "True detective" Fukunaga, che aveva abbandonato il progetto per le classiche «divergenze artistiche non conciliabili».
Quindi sì, è un film autonomo, e se mi venite ancora a dire che è un cacchio di remake vi faccio galleggiare io a suon di ceffoni.

Con tanto di effetto vedo-non-vedo.

Diciamolo chiaramente, It è un romanzo quasi inadattabile.
Non solo per la lunghezza, alla quale la produzione ha ovviato dividendo il tutto in due lungometraggi, ma proprio per il suo stilema narrativo, oltre che per certi concetti trattati.
L'abilità di King è quella di essere riuscito a creare una storia accattivante per un pubblico molto ampio, ma anche di una complessità formale e stilistica non da poco, e già questo basta a renderlo un romanzo degno di essere ricordato ancora dopo trent'anni di onorata pubblicazione. La grande forza dell'opera risiedeva inoltre nella capacità dell'autore di descrivere con tanta minuzia e realismo l'infanzia (a tal proposito, vi collego a un bellissimo articolo di Nicola LaGioia) senza cadere in facili tranelli, anzi, rendendo le comparsate di Pennywise un mezzo per poter accompagnare i protagonisti in quel percorso, mai un fine.
It alla fine è un racconto epico mascherato da storia di formazione, perché dell'epica manteneva tutte le caratteristiche. Muschietti fa un po' il processo inverso... frena la mano, fa un passo indietro e si ferma alla storia di formazione, tradendo quello che doveva essere lo spirito originario del libro.
Questo sarebbe bastato a fargli comparire sotto la porta di casa orde di fan kinghiani (anche se sono sempre più convinto che tre quarti di quelli che l'hanno letto non abbiano capito quel libro) con torce e forconi, invece a sorpresa il film convince quasi tutti.
Anzi, è diventato l'horror col più alto incasso nella storia.
E pure a me tocca ammettere che It - chapter one è davvero un bel film. Soprattutto, un film che ha cuore.

La versione "vorrei ma non posso" dei Goonies...

Muschietti non è uno sprovveduto. Lo ha già dimostrato sul piano tecnico col suo esordio e continua a dimostrarsi una garanzia anche stavolta. Ma soprattutto, pur stravolgendo l'opera per delle ovvie esigenze di mercato, ne mantiene intatta la parte più importante, quella relativa al raccontare delicato passaggio che risponde al nome di infanzia.
C'è più It nella scena dei ragazzi al lago che in tutte le comparsate di Pennywise, davvero. Muschietti riesce a cristallizzare quei momenti con una delicatezza indicibile e a farli sentire veri, quasi fossero raccontati per davvero da un bambino, anche se è costretto a sacrificare la caratterizzazione di alcuni personaggi per via del minutaggio - ma chi ha letto il libro coglierà dei bellissimi riferimenti.
Pure Pennywise non è da meno. 
A sostituire Tim Curry arriva Bill Skarsgård, uno dei millemila figli di Stellan "Sputafuoco Bill" Skarsgård, e non fa rimpianger per nulla la vecchia versione. Si tratta di un Pennywise meno suggerito, che incute già dal look, ma al quale ha saputo dare una personalità davvero incredibile non solo coi movimenti, ma anche con la voce - pertanto si consiglia la versione in lingua originale.
It - chapter one è un connubio di talenti davvero incredibile, perché ogni cosa, nei limiti imposti da un budget di "soli" trenta milioni di dollari, sembra realizzato al meglio. Pure i ragazzini sembrano dei professionisti, nonostante la giovane età. In particolare Beverly... raramente ho visto un'attrice così giovane in grado di bucare lo schermo come lei.
Ma soprattutto, finalmente qualcuno sembra aver capito che la vera co-protagonista del libro era la città stessa di Derry, che qui vive come un'entità a sé. Far percepire una cosa simile solo con le immagini è un'impresa assurda e Muschietti c'è riuscito.

Cucù!

Inutile dire però che non tutti i palloncini sono venuti con l'elio.
Ahah! Che simpatico che sono...
Sotto tutte queste buone intenzioni ci sono anche diversi passaggi che non convincono del tutto, uno su tutti quello della battaglia al fiume coi sassi. Certo, un pezzo che ha Antisocial come colonna sonora non può essere brutto a prescindere, ma proprio perde tutte le proporzioni originarie, divenendo una semplice scazzottata fra bimbi. E pure alcuni fra i villain hanno una caratterizzazione fin troppo sommaria, divenendo i personaggi meno interessanti - uno di loro poi fa davvero una fine assurda, pur avendo una discreta importanza per gli avvenimenti che seguiranno.
Pennywise stesso non è più l'incarnazione primordiale del male, ma un semplice spauracchio - senza contare che il nome It nella versione italiana compare un po' alla cavolo - con le fattezze di pagliaccio, quando queste erano semplicemente uno dei suoi tanti avatar terreni. Ci sono alcuni indizi che fanno presagire a una buona gestazione di tutto questo, nel dubbio però dico che abbiamo ancora un secondo film per vedere come andranno le cose. Però è un particolare che si è fatto sentire. E in tutto questo, una narrazione così lineare degli eventi alleggerisce di molto i toni, togliendo tutte quell'alone epico descritto pochi paragrafi sopra.
Tutto questo non per dire che le differenze dal libro sono sbagliate a prescindere, anzi, chi mi conosce sa che di solito me ne frego, però un paio di interrogativi per il futuro è lecito farseli.

"Ho una carie là in fondo. Riesci a vederla?"

Andrés Muschietti, al netto di tutti i possibili difetti, riesce a realizzare un film che va dritto al sodo, rispettoso del materiale di partenza ma che non teme virate personali (e necessarie) in più punti, rendendo vincenti pure le numerose semplificazioni. Perché in quelle fogne, laggiù con quei ragazzini, vi sarà impossibile non fare il tifo per loro ed empatizzare con quello che stanno provando.
Un film che riesce a far provare un'emozione simile, per quanto basilare, con me ha vinto a prescindere.

PS: ma a tutti quelli che si lamentano per la mancanza di «quella scena»... ma ci tenevate così tanto a vedere dei ragazzini che scopano?





2 commenti:

  1. Parto dal P.S. No grazie, è l'unica scena del libro che mi è sempre sembrata una metaforone grossolano. Per il resto concordo in pieno (ma dai?) non tutte le differenze vengono per nuocere, per il primo capitolo è andata, un buonissimo film, per il secondo? Muschietti dovrà fare un miracolo, senza più gli anni '80 e l'effetto Stranger Things dalla sua parte, dita incrociate. Cheers!

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    1. Ahah, il giorno che non concorderemo si aprirà il settimo sigillo dell'Apocalisse 😎

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U