domenica 14 gennaio 2018

Macbeth [2015]



Deviato dalla profezia comunicatagli da un gruppo di streghe e fomentato dalla sete di potere della moglie, il valoroso condottiero Macbeth di Scozia uccide il reggente al trono per prenderne il posto. Ma la mente dell'uomo sarà sempre più preda a paure e dubbi, cadendo in un torbido oblio...


Faccio outlet (si dice così, no?): io e il teatro non andiamo d'accordo.
O meglio, pur rispettandolo come rispetto qualunque forma di espressione artistica, mi sono sempre interessato in maniera molto vaga alla materia e non ho mai avuto molte occasione di andarci. Insieme alla poesia, è la mia più grande lacuna culturale. E visto come sto messo con il resto, dovrete immaginare quanto possa essere carente...
Discorso a parte va fatto per William Shakespeare.
Le opere del Bardo ho avuto modo di studiarle anche fuori dagli ambiti scolastici per un semplice motivo: sono bellissime. Credo che chiunque voglia approcciarsi alla scrittura o alla narrativa in generale debba almeno leggere il "copione" delle sue tragedie più celebri e studiarne i meccanismi, i dialoghi, insieme allo sviluppo che i personaggi fanno prendere alla trama. Non è un caso infatti che gran parte dei suoi lavori portino il nome del protagonista, perché la più grande lezione che ci ha lasciato è proprio questa: nessuna storia degna di questo nome può esistere senza un personaggio che sia all'altezza del peso che gli si vuole dare.
Ho sempre amato molto Macbeth proprio per questo.

"Sei divorato dai sensi di colpa?"
"No, ho letto Recensioni ribelli..."

Una tragedia come Macbeth ha irretito gli animi di molti cineasti - senza contare che nella serie animata Gargoyles, che da Shakespeare ha saccheggiato più elementi, uno dei villain si chiamava proprio così. Il più celebre è sicuramente Orson Welles, che al Bardo di Avon dedicò la trasposizione di diversi titoli, ma non vanno dimenticate le versioni di altri maestri come Roman Polanski e Bela Tarr, insieme alle variazioni a opera di Akira Kurosawa (con Il trono di sangue, mentre il Re Lear gli servì per Ran) e di Geoffrey Wright. Una lista così lunga che se facessero una rimpatriata al ristorante nessuno di loro avrebbe abbastanza soldi per pagare il conto unico.
L'australiano Justin Kurzel quindi arriva a occuparsi di un materiale così ostico quando ormai sembra essere stato detto di tutto sull'argomento e, soprattutto, quando è solo alla sua seconda regia, dopo il semi-sconosciuto Snowtown e un tassello del film corale The turning.
L'elemento su cui all'epoca quasi tutti i trailer sembravano puntare era quindi l'inedita visione che il regista aveva saputo dare all'opera, che dai vari frammenti sparsi in tv e nell'etere sembravano aver saputo unire l'antico e il moderno in una maniera davvero gagliarda che, manco a dirlo, mi aveva incuriosito.
Da questo lavoro sembra certo che Kurzel sia molto simile, almeno nelle intenzioni, ai nani tolkieniani: uno scattista nato, pericolosissimo sulle brevi distanze. Perché è inutile negare che tutto il film risulti abbastanza impacciato, pur avendo i suoi momenti di forza.

Gli inizi, quelli belli...

L'inizio mi aveva convinto. Una fotografia superba unita a un'uso della macchina da presa e dei suoi trucchi davvero alienante che ci porta in una Scozia antica, sporca, violenta e che non si risparmia un paio di colpi bassi per quanto concerne l'efferatezza della violenza, mai palesata ma comunque davvero incisiva. Kurzel realizza una scena in grado di straniare e di far approcciare alla visione con una curiosità non indifferente, adottando delle soluzioni visive inusuali in grado di rendere tutto l'insieme poco coeso ma, proprio in virtù di questa sua (apparente) imperfezione, davvero affascinante.
Si prende pure delle libertà poetiche sul numero e le fattezze delle streghe, alle quali dedica un ingresso che da solo vale la visione del film, usando un gioco di movenze, fotografia e particolari che affiorano dalla nebbia, così come dalla nebbia della mente verranno a spuntare tutti i dilemmi del tormentato e volubile protagonista. Un'analogia stilistica che non sembra proprio casuale, a posteriori.
Ecco, mi avessero fatto vedere i primi dieci minuti, avrei gridato senza se e senza ma al nuovo capolavoro.
Poi che succede?
Forse il peso dell'opera di partenza inizia a farsi sentire e il povero Giustino fa un paio di passi indietro, lasciando ai due attori protagonisti tutto lo spazio che serve loro. Forse addirittura troppo, ed è lì che la dimensione filmica e quella teatrale iniziano a stridere in maniera fin troppo evidente.
Per tornare alla nostra analogia: la strada inizia a farsi lunga e lo scatto da breve distanza finisce ignominiosamente.

Inutile essere ipocriti, io volevo vederlo quasi esclusivamente per lei.

Su quanto mi piaccia Marion Cotillard - e non solo come attrice - è inutile dilungarsi. Su quanto sia bravo Fassbender idem, anche perché è risaputo che ha un enorme ca... risma attoriale.
Lo so, battuta poco elegante, ma non ho resistito.
I due coniugi Macbeth sono pressoché perfetti nel ritrarre il dilemma interiore dei loro personaggi. Lei riesce a rendersi sensuale e subdola insieme, lui invece ha un che di psicopatico dentro, quindi il suo degenerare appare fin troppo naturale. Ciò che inizia a fare dei passi tentennanti è proprio la regia di Kurzel.
Qui il nostro fa come il ciclista inesperto che va a farsi una biciclettata col collega pioniere. Tiene il passo fino al primo bicigrill, si ferma lì ad aspettare che l'altro torni indietro e lo accompagna fino alla macchina.
Abbandonati i personalismi delle prime sequenze, il regista e gli sceneggiatori (tre, dico... tre!) si limitano a tagliuzzare per l'economia filmica i dialoghi già scritti da Shakespeare e di riportarli sullo schermo in tutta la loro verbosa teatralità, creando delle sequenze fin troppo lunghe che appesantiscono una storia già destinata a non essere particolarmente adrenalinica fino a dei momenti di pura, raffinatissima ed elegante noia. Anche perché Kurzel si limita a seguire gli attori con una serie di campi e controcampi che nulla hanno di diverso da un qualsiasi episodio di Game of thrones, dimenticando che il cinema deve comunicare soprattutto con l'uso delle immagini.
I dialoghi scritti dal Bardo sono bellissimi, ma su grande schermo si crea solo una lenta confusione indesiderata che affossa tutte le grandi aspettative che lo spettatore si fa all'inizio. E no, non bastano fotografia, costumi e scenografie magnifiche se l'occhio che deve guidare la visione appare stanco e statico, specie se quello che guida il delirio di Macbeth è tutt'altro che fermo.

"Tranquillo, non è colpa tua..."

Si procede così, abbastanza stancamente, quando alla fine ecco che Kurzel fa la cosa che più lo ha giovato all'inizio.
Tradisce l'opera.
Si prende delle libertà. Rilegge la profezia della foresta e la adatta ai canoni cinematografici, creando forse una sequenza che per potenza e intensità batte a mani basse quella iniziale, in un tripudio di rosso che rende quell'ultima battaglia contro Macduff sporca, vile, sanguinaria ma anche estremamente epica. Un'apocalisse in terra che con la sola potenza delle immagini porta a degna conclusione una storia che nel suo avanzare ha arrancato più volte.
Fa anche di meglio. Immette una sequenza inedita, tutta muta, che dona nuova luce alla tragedia del re di Scozia. Un finale apocalittico e senza speranza che sembra voler accompagnare l'umanità disperata verso l'inevitabile sfacelo, guidata proprio dal simbolo di rinascita per eccellenza.
Macbeth non è un film brutto, ma neppure totalmente riuscito, anche se prologo ed epilogo sono di rara potenza. È tutt'al più il manifesto di un cinema che funziona proprio quando ritrova la sua vera essenza, quella delle immagini, e quando sono loro a parlare anziché gli attori ecco che offre i suoi momenti più alti. Anche se ciò vuol dire fare delle deviazioni da opere così importante ma, si sa, gli intoccabili non esistono.
E se in un film tutto parlato le sequenze migliori sono quelle dove i personaggi stanno zitti, allora io inizierei a farmi qualche domanda.

Finire con stile

Una grande, piccola occasione mancata, anche se finisce per portare il risultato a casa, ma anche l'opportunità di imparare qualcosa che può condurre (si spera in un futuro il più prossimo possibile) alla vera grandezza.
Peccato che Kurzel, giusto l'anno successivo, uscì con Assassins creed.
Che dire... dal Bardo al bordo. Ma ognuno alla fine ha la tragedia che merita.




8 commenti:

  1. visione estenuante che io, al tempo, ho amato però moltissimo. Forse l'ultima ottima interpretazione di Fassbender.

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    1. Ma è proprio la parte centrale a renderlo estenuante, inizio ed epilogo sono ottimi.
      E sì, dopo Fassy si è dato alla macchia recitativa...

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  2. Oggettivamente, è pesantissimo. Però il Bardo resta il miglior sceneggiatore di tutti i tempi. Per dire quanto sia meravigliosa la Cotillard nel famoso monologo sulle mani sporche di sangue, potevi dilungarti quanto volevi: una Lady Macbeth davvero insolita, conciata come una madonnina, con una vena di crudeltà davvero a confine con l'umano. Fassbender, vero, qui molto bravo. E poi, perché quei film sbagliati?

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    1. C'avrà pure lui l'affitto da pagare...
      Più che altro è la parte centrale che lo appesantisce. Cinema e teatro vanno a braccetto ma a debita distanza. Infatti i momenti migliori sono quelli che col teatro centrano poco o nulla...
      La Cotillard sarebbe stata perfetta anche nei panni di MacDuff ❤

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  3. La francesina mi convincerebbe a guardare quasi tutto, ma questo dopo un buon inizia perde tutta l’epica che la storia richiede, Michele Piegavelove bravissimo, però come al solito sei stato un gran signore, io l’ho boccato senza pietà ;-) Cheers

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    1. No, ci sono dei momenti che ho amato troppo per bocciarlo. Ma ammetto che in più punti il commento più elegante che mi veniva era: «Che due palle!»

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  4. Anch'io non vado molto d'accordo con il teatro, anzi, lo odio proprio che è diverso...comunque mi sono approcciato al film come hai fatto tu, anche perché Shakespeare è Shakespeare e alcuni film "teatrali" mi son piaciuti anche, come sufficientemente questo che, da notevolmente potente si è trasformato in un noiosamente "artistico", in tal senso condivido ogni tua parola, d'altronde salvo e ho salvato solo loro due ;)

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    1. Purtroppo tra prologo/epilogo e la parte centrale c'è uno smacco colossale 😕

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