martedì 6 marzo 2018

Lo chiamavano Jeeg Robot



Enzo Ceccotti è un ladruncolo di borgata che, dopo essere stato a contatto con del materiale radioattivo abbandonato nel Tevere, ottiene una forza e una resistenza straordinarie. Se inizialmente decide di usare questi suoi poteri per il proprio tornaconto, le cose iniziano a cambiare quando conosce la dolce e indifesa Alessia e, soprattutto, quando il mafiosetto locale soprannominato lo Zingaro vuole espandere la sua attività...


Se io penso ai principali paesi stranieri il più delle volte mi viene da farlo attraverso il loro intrattenimento, perché è attraverso quei prodotti che li ho conosciuti - ma metteteci pure una certa deformazione professionale. Se quindi penso a un ragazzino americano, me lo immagino il sabato sera che va a vedersi il film di un supereroe, mentre se penso a un bamboccio giapponese me lo immagino di ritorno da scuola che si ferma in un tabacchino per comprare un tankobon. Noi italiani, molto semplicemente, ci limitiamo a guardare film americani e a leggere fumetti giapponesi, schifando quasi per partito preso quanto fatto in patria.
D'altronde una certa esterofilia ci accompagna da sempre. Ma va anche detto che, soprattutto il cinema, ha fatto poco per far presa sulle nuove generazioni, tanto che si è addirittura parlato di una certa 'epoca buia degli Anni Zero'. Molto semplicemente, io dico che se fate esordire alla regia gente che ha come minimo cinquant'anni ed è fortemente legata a un modo di intendere il cinema vecchio di decadi fa, col cacchio che si può avere presa, anche solo a livello superficiale, sulle nuove generazioni.
Un film come Lo chiamavano Jeeg Robot proprio per questo aveva inizialmente suscitato diverse perplessità, perché lo si era implicitamente etichettato in una categoria forse peggiore: ovvero quella degli italiani che giocano a fare gli stranieri. Perché davvero, anche solo sulla carta, quasi tutti erano pronti a dare per fallimentare il film di un supereroe italiano de noantri che contava nel cast una recidiva del Grande Fratello.

"Ammazzo o'... ma 'ndo so capitato?"

La cosa assurda è che come film funziona.
E pure benissimo.
Quando lo vidi in sala ai tempi ne uscii un po' frastornato, ma era capibile come cosa. Nonostante tutto lo scetticismo iniziale era riuscito a fare il botto di critica e di incassi, vincendo David di Donatella a iosa - anche se mi è dispiaciuto il sorpasso per Non essere cattivo di Caligari. Ci si aspettava il capolavoro del secolo e qualunque risultato avrebbe cozzato con l'hype smisurato che era venuto a ricrearsi. L'averlo rivisto ad oltre un anno di distanza mi ha aiutato a vederlo con la giusta ottica e, incredibilmente, ad apprezzarlo ancora più di prima.
Lo chiamavano Jeeg Robot è un film bellissimo, che gioca volutamente con gli stereotipi e cerca di affondare più che può nel trash più assoluto, riuscendo però a far trasparire un'umanità e una sensibilità di base davvero incredibili. Io credo che solo questa sia una prova di immenso talento, e contando che il regista Gabriele Mainetti è al suo esordio cinematografico, me la sento di dire senza troppe preoccupazioni che il ragazzo è pieno di talento perché, oltre ai vistosi limiti imposti da un budget che è quello che è, questo giovanotto ha un occhio che nulla ha da invidiare a quello di nomi esteri decisamente più blasonati.
Ma soprattutto, è un film che da solo sottolinea due concetti molto importanti ma che tutti prendono sottogamba, ovvero quello dell'italianità e del supereroe, due temi che per motivi opposti sono spesso discussi nell'ambiente cinematografico ma che davvero in pochi hanno compreso appieno. Ci voleva un ragazzetto cresciuto a pane e cultura pop per mollare due sonori ceffoni a tanto di critici occhialuti e far capire quali sono le vere misure dell'argomento.

# Una notizia un po' originale / non ha bisogno di alcun giornale... #

L'italianità, questa fin troppa conosciuta...
Come già detto, siamo un paese di esterofili. Ai tempi di mia nonna lo aveva già capito Steno con Un americano a Roma, ma da allora il modello non è stato ben compreso. E posso capire che ogni paese abbia una propria cultura da rispettare, ma a creare vera ricchezza sono proprio le commistioni. Il che non vuol dire per forza scimmiottare a tutti i costi, ma apprendere quello che basta per rendersi più internazionali senza perdere la propria cultura di base. Perché la tradizione, quando relega a cose vecchie di decenni, sì, si trasforma in censura e blocca quello che può essere un ideale 'progresso'.
Gabriele Mainetti ha capito in pieno la cosa. C'è tanta italianità nel suo film, ci sono ripresa della Roma più degradata che allontana più che mai dai salotti borghesi sorrentiniani e un modo di parlare profondamente radicato in essa, ma tutto sviluppato attraverso un linguaggio aperto non solo a quello che può essere un possibile mercato estero, ma anche a un occhio più giovane.
Che Mainetti poi fosse un intenditore di cultura pop lo aveva già fatto intendere con Basette e Tiger boy, ma qui va oltre il semplice omaggio e prende a pieni mani il ruolo, piegandolo alla necessità geografica e facendo di necessità virtù. Il risultato è quello di un percorso dell'eroe non sono narrativo, ma che tutto ha appreso da decenni di letteratura di comics e affini, con "grandi responsabilità che derivano da grandi poteri" e soprattutto quella coscienza del proprio ruolo nel mondo che alla fine è la sintesi di ogni storia.
C'è un'amore straordinario per i propri personaggi, ognuno allo sbando e in balia di se stesso e dei propri demoni, alcuni persino genitoriali. E sembra sempre più incredibile che una storia dalle premesse tanto assurde e scadenti possa riuscire a commuovere a questi livelli. Con un personaggio che tutto può dirsi fuorché gradevole, un ladruncolo che can't jump over buildings o outrun a bullet, ma che alla fine scopre che love can do miracles.
Oh, non è che No hero di Elisa era una markettata?

Se una scena simile non vi ha spezzato l'anima in due, non avete cuore.

Ma come in ogni storia di supereroi che si rispetti, e soprattutto, come ci aveva insegnato Unbreakable di Manoj Night Shyamalan, c'è il villain. Già, lo Zingaro.
Quello fu un anno d'oro per Marinelli. Perché prima di diventare lo schizzato del cinema italiano che è adesso, specializzato in ruoli al limite, e ancora prima di vestire i deludenti panni di un de André che non deve scandalizzare i vecchietti, ci furono questo film e il già citato Non essere cattivo, che lo fecero schizzare all'istante nell'Olimpo.
E' inevitabile che uno come lui finisca per rubare la scena a tutti, per quanto ottimamente caratterizzati, perché è intorno alla sua figura che si gioca il contrappeso. Che per l'appunto è tutto il contrario del protagonista. Perché se Ceccotti vuole stare ai margini e fare la sua vita, passando da "A me stanno tutti sur cazzo"  fino "De te invece me frega, e pure parecchio", lo Zingaro vuole apparire a tutti i costi. Una personalità ai limiti del narcisismo che nasconde una carriera fallita dal dubbio gusto culminata con una comparsata a Buona Domenica in un desiderio di apparire smodato. Ed è così che pure social e mondo televisivo entrano di nascosto in questa storia e le azioni dell'antagonista sono guidati da questa indole dell'apparire a tutti i costi, con tanto di Anna Oxa in sottofondo.
Nel mezzo sangue, sentimento, mafia, omicidi, desiderio di rivalsa bilaterale, una violenza che sinceramente mette a dura prova in certi contesti e che fa vedere quanto Mainetti non abbia paura di sporcarsi le mani. Ma soprattutto, un prodotto decisamente pulp come non se ne facevano da fin troppo tempo e che riesce a parlare alla pancia e al cuore. Qualcosa che spero sia l'inizio di una vera rivoluzione nel settore italiano e non solo per l'arrivo di un genere specifico, quanto di un modo di intendere il cinema nella sua tridimensionalità.
E a proposito di Grande Fratello, per ricalcare una delle battute finali, Ilenia Pastorelli è davvero brava. Forse la vera sorpresa del film.

"Ma io solo una cosa vojo sapé... ma quanto è bello sto film?!"

Si potrebbe dire molto altro su questo film, specie per quanto riguarda il versante tecnico. Mainetti è conscio che la grana è poca e quindi limita gli effetti visivi al minimo, che in certi punti forse possono sembrare finti ma non disturbano mai - ma se non avete cacato er cazzo per i fenicotteri de La grande bellezza non azzardatevi a dire nulla su questo - ma su quel piano suppongo che ci siano personalità più influenti della mia che possono esprimersi. Al massimo, compratevi un manuale di tecnica cinematografica e fateve 'na cultura.
Quello su cui mi voglio soffermare è che finalmente abbiamo un prodotto che riesce a unire due livelli così diametralmente opposti, ovvero quello ludico, più popolare, e quello più ricercato e dunque cinefilo. Lo chiamavano Jeeg Robot ha presa su tutti grazie alla propria doppia natura, dimostrando che si può essere autoriali anche senza abbandonare il lato commerciale della faccenda e che due caratteri così estremi possono coesistere pacificamente. Perché la qualità non è elitaria, ma il vero talento riesce a farsi apprezzare da tutti.
Perché noi italiani abbiamo avuto una grande tradizione di cinema di genere grazie a tecnici che all'epoca erano ritenuti dei banali mestieranti e che oggi invece sono citati e omaggiati da Quentin Tarantino. Solo noi sembriamo essercene dimenticati. Solo noi abbiamo perso tradizioni come quella di Fulci o di Bava, che aveva realizzato Diabolik. Ma spero vivamente che questo film possa essere l'inizio di una vera rivoluzione, la spada del giovane scudiero che arriva per ammazzare il vecchio drago che custodisce il tesoro.

Mo' ditece ora che alla fine è solo un trucco...

Certo, qui in Italia quasi sempre tutto quello che deve rivoluzionare finisce per essere una bolla di sapone - vedete a tal proposito il fan movie su Dylan Dog - ma questa volta sembra essere diverso.
C'è un nuovo sceriffo eroe in città.
E a fine visione, a tutti verrà il "corri ragazzo laggiù".
Fallo, tu che puoi...





14 commenti:

  1. Che meraviglia, che meraviglia! Ecco il film che mi ha riconciliata (in parte) col cinema italiano. Peccato che dopo questo sia tornato l'oblio...

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    1. Sì, in parte. Qualcosa si sta smuovendo, ma a passi da lumachina :( spero nel meglio con la conferma del sequel.

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  2. Arriva un po' con il fiato corto per via del budget, ma va benissimo così, filmone, ci voleva la tua recensione su questo gran film ;-) Cheers

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    1. Però quel fiato finché c'è, è potente, e ti sembra di vedere un maratoneta che corre ;)

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  3. E' un film importantissimo, aldilà della sua qualità artistica: ha rilanciato un genere, il film DI GENERE (non è un gioco di parole). E pensare che nessuno lo voleva produrre... la lungimiranza dei nostri produttori è pari a quella dei politici!

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    1. Hai ragione. In più, è un film bellissimo ;) io spero che qualcosa si muova, anche se finora il passo è piuttosto lento...

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  4. Gran film, e soprattutto è stata una grande soddisfazione poter guardare al cinema un film italiano di questo tipo :)

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  5. Peccato che all'estero non si sia visto... Forse ci vuole un po' di lungimiranza anche in termini di promozione. Perché se ce la fanno Sollima, Sorrentino e Moretti, perché Mainetti no?

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    1. Sai che non mi sono minimamente informato sulle sue sorti estere? Più che altro loro sono registi già affermati qui da noi, Mainetti è all'esordio, mi sa. Ma spero possa spiccare il volo!

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  6. La più bella scoperta e sorpresa dello scorso anno, perché non ci si crede sia un film italiano, e soprattutto eccezionale ;)

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    1. Io c'ho voluto credere con tutto me stesso 😍

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