sabato 3 marzo 2018

Profumo - storia di un assassino



Nella Francia del XVII secolo nasce Jean-Baptiste Grenouille. Orfano e cresciuto ai limiti dell'emarginazione, scopre di avere l'abilità di un olfatto incredibile, che lo avvierà nel mondo degli odori e, infine, dei profumi. Perché il suo scopo è quello di riuscire a creare il profumo perfetto...


Se dovessi scegliere quelli che sono i miei libri preferiti, senza dubbio metterei ai primi quattro posti Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, Il ritratto di Dorian Gary di Oscar Wild, Il signore delle mosche di William Golding e Il profumo di Patrick Süskind.
Quello di Süskind non è solo un bellissimo libro, ma un romanzo al quale sono estremamente legato per motivi personali. Complice anche il fatto di averlo letto nel periodo meno indicato - le vacanze di Natale del 2006, a sedici anni - e di aver coinvolto nella lettura pure mio padre, un traguardo non da poco, quello fu il libro che mi fece dire "Ci provo anch'io", dando origine così ai miei primissimi imbarazzanti espedienti narrativi.
Non che ora vada molto meglio, però.
Ad ogni modo, tra i miei libri preferiti, che sono tali molto specificatamente anche per motivi extra-narrativi, quello del nostro mangiacrauti Patrick occupa un posto speciale anche per questo. Ma soprattutto per la sua bellezza, sia linguistica che tematica, perché imbastire una vicenda così assurda e con una tale coerenza è davvero difficile e lui c'è riuscito alla perfezione. Ma la cosa veramente memorabile racchiusa in quelle pagine è la capacità del narratore di creare una strana empatia tra il lettore e un personaggio simile. Ed io apprezzo sempre quelle voci che anche in mezzo alle situazioni e le storie più marce sanno far scorgere una profonda umanità nei loro protagonisti.

Quando finii di leggere il libro avevo più o meno un'espressione simile...

A contendersi i diritti per il romanzo di Süskind erano stati nomi brillanti come Stanley Kubrick e Martin Scorsese, ma tutti dopo l'iniziale interessamento dimostrato si erano però tirati indietro perché spaventati dal compito di dover presentare attraverso l'ottica cinematografica il mondo degli odori, cosa che le tecniche di allora non permettevano ancora.
A spuntarla fu Tom Tykwer (e chi cacchio è?), tizio mezzo sconosciuto all'epoca e che rimane mezzo sconosciuto ai più ancora oggi, anche se il suo curriculum vanta la realizzazione di un lungometraggio tratto da una sceneggiatura che il regista polacco Krzysztof Kieślowski scrisse prima di morire - tal Heaven, del 2002. Dopo questo film, che rimane il suo lavoro più famoso, la sua carriera non ha avuto particolari spicchi, tanto che quando vedo il libro sulla mensola della libreria mi viene da pensare al film e finisco col chiedermi che fine abbia fatto quel povero cristo.
Ah, già, ha fatto Cloud atlas.
Ma tutti pensano che l'abbiano diretto i (le?) Wachowski.
Ad ogni modo, credo che se il tuo lavoro più famoso rimanga la trasposizione di un bestseller mondiale, quindi un qualcosa che per forza di cose vive di luce riflessa, qualche domanda dovresti fartela. La cosa peggiore però è che questo film, che all'epoca divise pubblico e critica e che come quasi ogni cosa che divide trova la propria verità nel mezzo, è presto finito nel dimenticatoio, anche perché pur commettendo diversi passi falsi ha dalla sua diverse cose positive.

La mia tecnica di corteggiamento preferita: il cloroformio.

Come già detto, se pure dei simili nomi illustri si sono tirati indietro dal compito di trasporre un testo così semplice ma al contempo difficile, non è certo una persona chiunque a poter fare il miracolo.
Tykwer ci mette molto del suo, in più punti arriva addirittura a strafare, ma tutto sommato il risultato è dignitoso. Se si visiona Perfume - story of a murderer con una mente vergine da quanto già raccontato da Süskind si tratta anche di una visione gradevole che offre degli spunti interessanti. Ovviamente, il confronto è impietoso, ma qui a parlare è pure una fetta di cuore.
Ciò che colpisce fin da subito è l'accurata ricostruzione storica che il regista ha saputo effettuare. Tykwer non ha paura di sporcarsi le mani e ricrea una Parigi popolare e incredibilmente sporca, senza lesinare al pubblico visioni che mi hanno portato alla memoria i bei tempi di quando lavoravo come addetto alle pulizie dei bagni dell'autogrill. Basta solo la sequenza iniziale del mercato per capire tutto, cosa che il regista riesce a effettuare anche con la giusta dose di morbosità e giocando con la macchina da presa in maniera originale, regalando dei cambi scena che offrono una fluidità davvero inattesa e anche delle sorprese tecniche che a distanza di più di un decennio non sono invecchiate per nulla. Dal punto di vista del look, quindi, il film inizia facendo il colpaccio.
Il problema si ha col proseguire...
Quando si inizia bene, il problema è sempre proseguire con lo stesso andamento. Tykwer gioca con la ripugnanza assoluta in ogni contesto, e dove non arriva già la storia originale incrementa con le scenografie e il trucco degli attori, ma mantenere il passo per la durata di un film medio è difficile ed è il ritmo stesso a risentirne. Se la pellicola quindi inizia con un insolito brio, arrivata alla parte centrale si abbandona a un didascalismo fin troppo marcato e si affida più del dovuto a una voce narrante che a lungo andare inizia a farsi onnipresente, fino all'autoparodia.
Perché sì, a tratti mi è venuto da fare dei paragoni col narratore di Fantozzi. Ma qui credo sia un problema unicamente mio...

"Vedi queste rose? Non saranno mai tante quanto le scemenze che scrive Jean Jacques."

La grandezza del romanzo, come già accennato, era proprio la sua semplicità. Süskind non aveva avuto bisogno di usare troppi paroloni forbiti o intrecci particolarmente intricati, la forza di quel libro era di riuscire a raccontare una vicenda tanto assurda e grottesca con una fluidità e una linearità quasi disarmanti, usando pochi dialoghi e arrivando al nocciolo della questione senza girarci troppo attorno. Il film però non usa le parole, anche se quel dannato narratore onnipresente sembra voler suggerire il contrario, deve lasciarsi andare alle suggestioni visive, ed è così che dopo quel lasso di tempo di stanca che pervade la parte centrale il buon Tykwer ritorna alla carica, esagerando in senso negativo e ottenendo l'effetto contrario da quello voluto.
Perché forse tutta quella morbosità che aleggia sulla prima parte non era proprio necessaria, sarebbero bastati due punti assestati a dovere per segnare in maniera indelebile lo spettatore. Così come quel ritornare in sovrabbondanza di trucchi visivi lascia alcuni momenti di trash involontario, come il pedinamento di Jean-Baptiste dell'ultima vittima, che si conclude con una sniffata che sa quasi da cinefumetto di serie b.
Eppure, di cose da salvare ce ne sono.
C'è quella morbosità di cui sopra, pro e contro dell'intero film, che in una pellicola destinata al grande pubblico appare quasi fuori posto, testimoniando il coraggio avuto da Tykwer nel gestire il materiale. C'è quell'ambientazione abietta ma molto affascinante, lascito di un mondo senza amore né speranza - a tal proposito, mi ha davvero stupito che abbiano mantenuto inalterato un certo passaggio del finale. E c'è Ben Whishaw, uno che ti fa chiedere come mai la sua carriera non sia mai esplosa, perché ha una mimicaa e una fisicità a dir poco perfette. Pure il suo piegare la testa di lato conferisce una personalità particolare al suo personaggio.

Fotografie segnanti: il blogger Jean Jacques viene arrestato dalla loggia dei cinefili che contano.

Quando materiale così ostico viene rilasciato al grande pubblico, qui lo dico senza alcuna spocchia auto-referenziale, un certo appiattimento è necessario. Il film compie forse quello che è il guaio maggiore, ovvero concentrarsi nella seconda parte più sugli omicidi in sé commessi dal protagonista che sul suo desiderio di preservare gli odori, senza giocare con la sua estraneità ai fatti, allontanandosi dalla sua ottica e facendo vedere quei delitti per l'efferatezza che hanno, oltre che ad essere fin troppo debitore verso il romanzo - anche se snellisce diverse parti adottando soluzioni inedite - e dimenticando in parte la propria natura cinematografica.
Il mondo degli odori diventa fin troppo patinato nel suo inseguire a tutti i costi lo squallido e lo sporco, ma poi arriva quel finale che, a parte per gli ultimi istanti - la scena finale della goccia l'ho trovata davvero gratuita - riesce a farsi voler bene, trovando la dimensione iniziale e lasciando addosso proprio quel senso di desolazione che voleva il materiale originale.
Il film di Tykwer non si separa mai troppo dalle parole del libro di Süskind, pagandone lo scotto più volte. Rimangono due elementi che hanno vite distinte, ma ci sono fin troppi raccordi in alcuni punti per lasciare che la trasposizione abbia piena libertà.
Certo, ha le sue indubbie qualità, ma rimane sempre il dubbio di cosa avrebbe potuto fare un genio come Kubrick con queste premesse...

Se ve lo state chiedendo... sì, è un frame del film, non di YouPorn.

Troppo esaltato da alcuni ed eccessivamente bistrattato da altri. Il film di Tykwer osa, lo fa maldestramente in più punti, ma è una visione che rimane impressa.
Ciò non spiega come mai sia stato dimenticato così in fretta.
Ad ogni modo, una pellicola che può far venire la curiosità di reperire il capolavoro che ne sta alla base. Quella sì un'opera davvero immancabile!




4 commenti:

  1. Io a distanza di anni ancora non mi capacito, perché pensando al film, che comunque mi è piaciuto abbastanza, resto sempre spiazzato e sconvolto...
    p.s. Tykwer ultimamente ha prodotto Babylon Berlin, una serie non eccezionale ma affascinante e molto interessante ;)

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    1. Diciamo che certe scene sono davvero "forti", specie se pensate per il pubblico generalista.

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  2. Ai tempi, quando non avevo neppure l'età, mi aveva impressionato moltissimo. Ho il romanzo da parte più o meno da allora, sperando (invano) di dimenticare il finale del film con una botta di Alzheimer. :)

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    1. Il finale è davvero magnifico. Incredibile che non l'abbiano cambiato...

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U