martedì 13 marzo 2018

The witch - a New-England folktale



Nel diciassettesimo secolo pre-coloniale, una famiglia viene bandita dalla città per via dell'eccessiva radicalizzazione del patriarca. Isolati in una casa nei boschi, la vita di quel pugno di persona viene ulteriormente stravolta quando il figlio più piccolo, appena neonato, viene rapito. Si pensa da una strega, il che fa entrare il Male Assoluto del Diavolo nel loro quotidiano...


Una cosa che dovrebbero fare gli horror è quello di riflettere paure e angosce dell'uomo nella fiction, dove mostri, assassini, spiriti e vicende varie diventano il più delle volte una metafora dei mutamenti della società e delle sue fobie. L'esempio più lampante è sicuramente legato alla storia degli zombie, tanto che sul perché siano stati lanciati lenti da George A. Romero (un grido rabbiosissimo verso un'America che era uscita dall'orrore del Vietnam e si proiettava verso la Guerra Fredda) per trasformarsi poi in velocisti alla Hussain Bolt (a questo giro tocca ai terroristi post undici settembre) sono state spese parole di cinefili ben più influenti di me.
Una cosa ovvia, alla quale però ci si sta disabituando a favore di prodotti decisamente preconfezionati che mirano allo spavento fine a se stesso. In special modo per quanto riguarda il panorama americano, che del cinema dell'orrore è stato un fiero portabandiera per diverso tempo.
Forse è per questo che quando esce un film horror che ha qualcosa da dire ottiene tutto questo risalto. E qualche anno fa sembrava esserci stata proprio una rinascita del genere, con un sacco di titoli che sembravano avere quel qualcosa in più a separarli dalla comune mediocrità.
Fra tutti quelli che hanno fatto così parlare, il mio preferito è sicuramente questo The witch - a New-England folktale.

In pratica, i protagonisti sono i gestori dell'universo cinematografico della DC Comics.

Opera prima del giovane David Eggers, che qui firma come autore completo la regia e la sceneggiatura, The witch non sembra proprio per nulla il lavoro di un esordiente. Non solo per il comparto tecnico di prim'ordine, ma per come il giovane cineasta ha saputo gestire al meglio tutti gli elementi narrativi, creando delle sequenze che con pochi mezzi e degli attori formidabili riescono a inquietare più di molti effetti beceri e più faciloni.
Si tratta di un film dal budget ridotto, tre milioni di dollari. Che lo so, io con tre milioni in tasca potrei campare di rendita fino alla fine dei miei giorni, ma per realizzare un film sono davvero pochi. La Blumhouse, casa produttrice di quel tizio amato e al contempo odiato che risponde al nome di Jason Blum, ha saputo creare dei veri fenomeni con cifre paritarie o addirittura inferiori, ma qui siamo in tutt'altra categoria. Eggers è uno che ha una sua idea di cinema e lo dimostra fin da subito, creando un'opera angosciante, magari respingente per come cerca di sviscerare l'orrore da una situazione così semplice, ma che ha qualcosa da dire e lo fa con un sussurro che crea più distruzione di un uragano. Una distruzione che ha permesso alla pellicola di sfavillare al Sundance Film Festival di quell'anno, gotha del cinema indie americano, divenendo il titolo più apprezzato dell'evento.
Per il proprio esordio, Eggers prende di mira la religione, ma lo fa con un'intelligenza davvero notevole, senza offendere nessuno ed esaminandone solo le conseguenze più estreme. La forza del film sta proprio in questo, perché una volta sviscerato il messaggio, è possibile vedere fra i frame una attualità davvero angosciante, che inquieta dove già le immagini non riescono a fare.

Ricordatevi di lei perché farà strada.

Come la penso sulla religione lo sapete. Per chi arriva in ritardo, mi limito a dire che non sono credente (per quella che alcuni definiscono una forma di estremo paraculismo ho scelto le vie dell'agnosticismo), ma non ho nulla contro i vari culti e soprattutto chi crede. Ho invece molte cose da ridire sugli organi istituzionali religiosi e, soprattutto, gli estremismi, qualunque essi siano. E sono proprio i fanatici a spaventarmi più di qualunque film horror.
Eggers prende di mira proprio quello, portandoci indietro di quattro secoli e mostrando le vicende di una famiglia messa al bando proprio per la convinzione esasperata ed esasperante del capofamiglia. Il motivo specifico del loro costretto isolamento è lasciato sul vago, ma bastano poche scene per accorgersi del clima che si respira in quella famiglia, di come una fede cieca ed esasperante può portare conflitti anche all'interno delle mura domestiche.
Anche perché il film è giocato in pochi strategici set: la casa della famiglia e la foresta circostante, due elementi che sembrano voler contrapporre quello che è l'uomo e la Natura, forse Dio, o chi per lui ne fa le veci. Insieme anche a una piccolissima scena nella caverna della strega.
Già, la strega...
Un'antagonista che si vede fisicamente per pochissimo tempo su un'ora e mezzo di film, ma la cui presenza è tangibile per tutta la durata della pellicola. Un'antagonista che si mostra fin da subito, non appena la vera vicenda prende il via, creando la sequenza più disturbante dell'intera pellicola e, a suo modo, uno dei momenti più grandi del cinema horror degli ultimi anni. Tutto questo con una fotografia superba, poca paura di "sporcarsi le mani" e una presenza scenica della figurante che da sole, insieme alla morbosità del contesto, creano l'alchimia perfetta.

# Batti gli zoccoli / schiocca i corni / umore alto / per tutti i tuoi giorni #

Il terrore trasmesso da The witch è tutto manipolato in questa maniera. Eggers gioca astutamente coi suoi personaggi, non esplora troppo le psicologie - ci basta sapere solo dell'estremo fanatismo del padre - ma usa le figure create per degli incastri perfetti e che si sposano con l'atmosfera generale, lugubre e grigia, a servizio di una fotografia raggelante e che esprime tutta la cupezza che va oltre quelle che possono essere le dinamiche del genere, a sottolineare la chiusura di quel nucleo familiare.
Ogni singolo istante è giocato sul detto e sul non detto, sulla paranoia creata da quella situazione. Non si riesce mai a capire cosa sia vero e cosa invece no, resta solo il lasciarsi guidare dai dogmi che con convinzione e una forte dose di stolidezza William continua a ripetere.
Intanto, c'è Black Philip...
Ironico come un capro sia diventato il simbolo di un film così, tanto d meritarsi un posto nella locandina, ma è innegabile quanto quella bestia riesca a inquietare, oltre che farsi premonitore di quella che sarà l'inevitabile fine alla quale tutti i segni disseminati lungo il film sembrano indirizzare. E la canzoncina dei bambini a fine visione vi riecheggerà ancora nelle orecchie.
Pure i bambini non scherzano. Nessuno in questo film è innocente, nessuno si salva. Il bene tanto sbandierato ha abbandonato quelle terre e resta solo la presenza sottopelle di un male insito nella natura stessa, come se Dio avesse abbandonato tutti a favore di forze avversarie che, nonostante tutto, fanno parte della nostra indole di uomini.
Eggers gestisce tutti questi elementi con una lucidità impressionante, sapendo sempre quando fermarsi... finché non arriva il finale

Ammazza gente, le feste della parrocchia sono proprio un devasto...

Un finale tutto sommato coerente con quelli che sono gli intenti dell'opera e girato con l'eleganza che caratterizza tutto l'insieme, ma che proprio nel suo voler dare risposte smorza quella che poteva essere la potenza del film.
Eggers poteva benissimo fermarsi cinque minuti prima, con quella rivelazione che lascia sempre il dubbio che tutto quello che vediamo sia successo realmente, ma invece decide di andare per la strada più chiarificatrice con un finale sì evocativo, ma che fornisce troppe risposte. Quasi un controsenso, vista l'ambiguità che era riuscito sapientemente a dosare senza avere mai un attimo di calo.
Ma pure nel suo apparente sbagliare, riesce a dare una lezione di grande cinema con una sequenza che ammalia per la sua bellezza visiva. Una sequenza quasi liberatoria, ma forse in un clima così opprimente, era proprio l'oppressione dell'incertezza che poteva far sancire a questo film un gradino più alto ancora, superandosi ulteriormente.
Resta comunque un grande film.
Ma che poteva diventare ancora di più solo abbassando il tiro, cosa che precedentemente non sembrava essere la politica dichiarata in ogni sequenza. E dare una parvenza di luce a quel Black Philip, per quanto si tratti di una luce pagana, pare quasi un controsenso. così come sembra assurdo che il coraggio stia nel sapersi fermare e non nell'andare oltre.

# You can leave your Church on #

Mefistofelico, inquietante, opprimente e blasfemo. Uno dei migliori esordi degli ultimi anni e uno degli horror più sconcertanti a memoria recente.
Non male per un esordiente.
Sperando che, a differenza di quanto avrebbe dovuto fare nel finale, lui non si fermi affatto.






4 commenti:

  1. # You can leave your Church on #
    Morto dal ridere su questa, ma pure quella dei gestori dell'universo DC è notevole :-D
    Detto questo altro gran post, ottima analisi per uno dei film in cui la presenza “dello Dimonio” è utilizzata alla grande per tenere sul filo lo spettatore. Black Philip miglior attore non protagonista, lo voglio vedere firmare la sua stella sulla Hollywood Walk of Fame firmando con gli zoccoli ;-) Cheers!

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    1. Per me da quel capro c'è da aspettarsi un futuro promettente 😂😂

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  2. Non solo un horror, un esordio fulminante e anche io concordo su Black Philip miglior caprone non protagonista!

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    1. È davvero molto beeeeeeehllo! 😂😂

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U