domenica 30 settembre 2018

Seul contre tous - I stand alone




1980. Un ex macellaio - anche ex galeotto - arrabbiato col mondo, cerca di rifarsi una vita. Vive con la donna che gestiva il bar nel quale lavorava e che da lui aspetta un figlio. Vuole convincerla ad aiutarlo ad aprire una macelleria coi soldi ottenuti dopo la vendita del bar, ma il grigiore dell'esistenza, la cupidigia e il clima casalingo sempre più opprimente (insieme a diverse rotelle fuori posto del nostro) faranno degenerare il tutto…


Iniziai a interessarmi al cinema di Gaspar Noé, per un bel po' chiamato Mosé senza mai accorgermi dell'errore, fra l'altro, circa due anni fa, su consiglio di una persona su internet - che rimane il luogo dove mi hanno cinematograficamente consigliato meglio, giusto per farvi capire il livello di disagio.
I lavori del regista argentino, ormai naturalizzato francese, sono celebri per il grande scandalo che sono riusciti a creare ad ogni uscita sugli schermi. Il suo è il classico cinema che o si ama o si odia, oppure, come nel mio caso, lo si ammira e se ne resta incuriositi, ma resta sempre la sinistra sensazione di un qualcosa di "sbagliato" in sottofondo. Un po' come quando si assiste a un generico brutto spettacolo per strada: la vostra parte razionale vi dice di volgere rispettosamente lo sguardo, ma un'altra metà vi spinge a continuare col guardare.
Non mentite, è così per tutti.
Ecco, a me il nostro Gasparre fa proprio questo effetto. Sicuramente uno che ha qualcosa da dire a modo suo, sicuramente un tecnico eccezionale… ma anche un grande furbo che sa come attirare l'attenzione, come vuol dimostrare tutto il clamore che puntualmente si trascina dietro.
Motivo per cui i suoi lavori non li consiglio a cuor leggere manco con la finalità del "vediteli, così ti fai un'idea". No, so bene l'effetto che possono causare. Perché mettono a dura prova persino me...

La tipica espressione di Mosé Noé quando pensa a come shockare i propri fan

Vita semplice però non l'ha mai avuto manco lui. Perché si sa che se bello vuoi apparire un po' devi soffrire, ma siccome il nostro bello vuole pure sentirsi, a inizio carriera è un po' come mettersi la zappa nelle zampe da soli. Questo suo esordio ufficiale nel lungometraggio ne è la conferma.
Seul contre tous non fu la produzione più semplice di tutte. Noé all'epoca dell'uscita aveva trentacinque anni e prima si era distinto per numerosi corti che avevano ricevuto diversi riconoscimenti per i vari festival, ma il proporre agli studi cinematografici un soggetto che prevedeva, fra le altre cose, violenza domestica, pensieri razzisti, un protagonista psicolabile e pure un incesto… sì, insomma… ci siamo capiti.
Risultato: pur essendo riuscito ad arruolare una star del calibro di Philippe Nahon, famoso in patria per molti thriller-horror, Noé dovette finanziarsi da sé tutto quanto, dopo una ricerca di fondi durata cinque anni. Tutto questo dilatò non poco il tempo delle riprese, tanto che in certi tratti dovettero interromperle perché non avevano abbastanza soldi per comprare la pellicola necessaria e spesso il protagonista ritornava a indossare i vestiti divenuti logori per via dell' usura e delle tarme - storia vera.
L'uscita per i vari festival sembra aver ricompensato il regista franco-argentino per tutte le tribolazioni, ma ancora oggi questo suo esordio, seguito del mediometraggio Carne, è ancora il suo titolo maledetto, non ancora distribuito in alcuni paesi e, quando successo, mandato in onda solo sottotitolato e con delle scene censurate. Non per nulla si porta dietro la nomea di titolo maledetto e compare su diverse liste dei film più estremi del secolo.
Anche se le scene davvero violente sono solo due...

Tizio dal cognome biblico, il caso Jean Jacques è tuo...

Sì, non parliamo per eufemismi. Le scene di violenza visiva sono giusto un paio, il che è quasi assurdo per un regista che pochi anni dopo non si è fatto remore a filmare da vicino un uomo a cui veniva spappolata la faccia, ma tutto quello che si portano dietro insieme a tutto il contesto risulta davvero raggelante.
Spesso mi chiedo che razza di vita debba fare uno come Noé, per tutto il marcio che riesce a racchiudere nei suoi lavori, per un sinistro autocompiacimento che sembra non risparmiarsi mai e per il feticismo verso la violenza. Vivere a stretto contatto con tutto questo per tutti i giorni non deve essere semplice. Però, quello che mi ha fatto capire che si tratta di un vero Autore, è proprio lo sguardo compassionevole che riesce a porgere sui suoi personaggi. Perché per quanto riesca a mettere tutta quella merda, quello schifo e quella bruttura su celluloide, per quanto riesca a descrivere così bene delle personalità così abiette, mi ha sempre colpito il ritratto degradato e degradante della sua umanità. Come se si rivolgesse al pubblico e dicesse "Scusateli", e quello che poteva essere il lavoro di un povero pirla che gode a immaginare le peggio perversioni, alla fine acquista un suo significato.
Parlavamo di due scene, comunque…
Che da sole bastano e avanzano, perché a dare maggior oppressione alla fine è l'ambiente in cui il macellaio senza nome si muove. Una Parigi sporca, che sembra aver dimenticato tutto e tutti e dove solo la legge del più forte la fa da padrona. Il più delle volte è una comune indifferenza, in questi luoghi avvolti da un arancio che crea uno strano senso di marciume.

"Recensioni ribelli? Non voglio quella roba nel mio locale!

A riprova che il budget era quello che era, Noé dovette ingegnarsi come poteva. Perlopiù sono riprese di interni a camera fissa, intervallate dall'imitazione di uno zoom da parte del montaggio, qualcosa di semplice e che ci allontana dai virtuosismi che poi prenderanno piede nella produzione dell'argentino. Pensa a tutto il resto la voce di Nahon che dà vita ai pensieri del macellaio. Il regista riesce a dosare la cosa fino a non farla sentire troppo invasiva, nonostante una presenza molto elevata, ma ci permette così di entrare nella visione del mondo di questi personaggio.
Noé riesce a dare voce a un vero e proprio antieroe, un uomo schiacciato dalla vita ed estremamente sgradevole. Fa di tutto per allontanarci da lui, non gli interessa creare una vera e propria empatia. Per quel personaggio non esiste l'amore, persino quello dei figli verso i genitori è interessato, il Paese è in mano a politici farabutti, i ricchi vivono sui poveri e gli immigrati sono il male. Siamo soli alla fine, e combattiamo contro un mondo di merda che ci vuole fagocitare.
Seul contre tous.
Solo contro tutti.
Il film altro non è che il grido disperato di un uomo a cui la vita è stata rovinata dal caso, che ha visto ogni speranza andare in frantumi e che vuole dare una propria guerra privata a quel mondo che lo ha masticato e poi sputato così malamente. Un disperato, un disperato che nel suo cammino ha fatto molto male e anche in virtù di quel suo stato d'essere sarà davvero difficile perdonargli tutto. Anzi, non gli si perdonerà proprio un cazzo.

Avviso: nei film di Noé questa è la norma

Comparirà una scritta poco prima della fine del film: il pubblico ha trenta secondi per abbandonare la visione. Precede l'atto finale del grande piano del macellaio, quello dove quel poco di umanità che gli restava viene messo in gioco, quella resa dei conti con quella figlia indesiderata.
Ecco, qua il tutto inizia a farsi complesso. Perché è inutile negare che durante la visione ci siano diversi momenti che ti spingono a dire perché stai guardando una roba simile, che cosa puoi ricavare da un'ora e mezza di un povero psicopatico che si lamenta del mondo e della vita, arrivando a ripetersi e anche reiterando i discorsi, fino a quella conclusione che appare così fuori dal mondo. Cosa può portare un film simile alla tua esistenza, se non la sensazione di aver fatto i gargarismi con la merda?
E' lì che Noé stupisce.
Con quel finale. Con quello che ne segue, con la realtà dei fatti.
"Tutto è nero" dice una vecchietta morente verso l'inizio. E nero è quello che abbiamo visto, nera è la vita, nera è la miseria che si respira quotidianamente, nere sono anche le facce degli altri sconfitti che il protagonista si trova davanti nella sua odissea personale. Nero è anche il sesso, con quella scena tanto squallida della prostituta, che di violento ha poco ma lascia addosso un senso di disagio ancora maggiore che di molte altre soluzioni ben più esplicite.
Ma è proprio nella notte più buia che si riesce a vedere la luce.

Avviso #2: guardando i film di Noé a volte viene voglia di fare questo

Alla sua maniera, Noé ci mostra la sua, di luce. Lo fa con un contesto che può sembrare immorale, ma quella scritta successiva, quel "Ogni uomo ha una morale", è una presa in giro.
La morale è deformata da noi, del nostro contesto, dal nostro vissuto. Noé si spinge forse un po' troppo in là, preme troppo il pedale e sfocia in un contesto che rischia di divenire pure abbastanza pericoloso, ma in tutto quello ci fa vedere che ogni uomo, anche il più impensabile, in realtà dentro di sé ha una luce.
Tutto questo senza rinnegare il male fatto prima. Senza perdonargli nulla, così come lui non ha mai perdonato nulla a nessuno. Ma è proprio per tutto il buio che ha saputo ricreare che quella luce, deformata da un contesto così assurdo, riesce a risultare così potente.
Quella rabbia alla fine era solo una richiesta d'aiuto.
Quella di essere amato in un mondo che l'amore lo nega.





4 commenti:

  1. Film immenso, durissimo e sconvolgente, forse il migliore di Noè :)

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    1. Concordo assolutamente con le prime tre definizioni ;) il suo capolavoro, però, a mio parere rimane "Enter the void".

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    2. Quello è un viaggio da cui è difficile tornare indietro.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U