venerdì 14 settembre 2018

Sulla mia pelle





Il film riprende, come da titolo, gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi, dal momento dell'arresto fino alla tragica fine…


Vivo in uno strano paese.
Perché, in tutta onestà, sono circondato dal bello. Ho la fortuna di avere intorno a me delle belle persone - poche, ma ci sono - e di averne conosciute molte di più viaggiando, e sempre viaggiando ho avuto modo di vedere quanta bellezza questo strano paese a forma di scarpa è in grado di dare. Abbiamo l'arte, abbiamo la cultura, abbiamo la storia… cosa potrebbe andare storto?
Poi però mi guardo intorno nella vita di tutti i giorni, ascolto le notizie alla radio quando mi sposto in macchina e leggo i giornali. A quel punto, un po' comincio a preoccuparmi. Inizio ad aver seriamente paura delle persone, di quello che sono in grado di fare, di dove alcuni possono essere spinti dalla propria paura e dalla disperazione, delle "risposte facili" che si possono accogliere in nome di essa.
Ecco, il mio paese mi sembra improvvisamente meno bello.
Cominciano anche a sembrarmi meno belle le persone, più per le risposte che decidono di accettare che per le domande che fanno, sinceramente.


Credo che tutti conosciate la tragica vicenda del Caso Cucchi, com'è ormai universalmente noto, e come è risalita alla memoria collettiva con questo film. Inutile quindi ricapitolare tutte le vicende in merito, perché molto più interessanti, da un certo punto di vista, sono tutte le voci che si sono mosse intorno all'argomento e che stanno tristemente riemergendo in questi giorni.
Dal canto mio, posso dire di averle sentite un po' tutte. Da quelli che se ne fregavano bellamente, da quelli che andavano a dire che i drogati meritano di fare quella fine, da chi invece emulava la moglie del reverendo Lovejoy e andava in giro a gridare "I poliziotti! Perché nessuno pensa ai poliziotti?"
In tutto questo, Ilaria Cucchi è diventata forse il più grande esempio di resilienza, parola che tutti si tatuano addosso ma della quale pochi conoscono il significato, in Italia. Risultato? Le è stato detto che si dovrebbe vergognare persino da una certa classe politica e si sta ancora discutendo sull'abolizione del reato di tortura, perché pare che la polizia debba fare il proprio lavoro.
Chi scrive non ha nulla contro le forze dell'ordine, non si è mai messo un passamontagna in testa scrivendo ACAB sui muri con lo spray e non pensa nemmeno che 'meglio morto che guardia'. Credo che sia un lavoro nobile, come tutti i lavori, ma sono anche convinto che all'interno di quelle fila ci sia molto marcio, così come in ogni contesto. E che proprio lì andrebbero fatti maggiori controlli, su chi si assume e come si evolve durante gli anni di servizio. Perché più che un lavoro quello è un servizio al paese e ridurre tutti quelli che vi lavorano dentro a una figura immonda per il male fatto da alcuni è qualcosa che non accetterò mai in nessun contesto.
Fortunatamente è quello che non fa nemmeno il film.


Riuscire a banalizzare un tema simile o fare del semplice sensazionalismo era una cosa facilissima, anzi, il rischio era proprio dietro l'angolo ed era quello che si aspettavano molti non appena la piattaforma Netflix rilasciò le prime dichiarazioni sulla lavorazione del film. Ma anche consci di tutto ciò, quasi tutti fremevano per poter vedere la pellicola, segno che un fatto simile sia in grado ancora di scuotere molto l'opinione pubblica.
Per poter affrontare questo arduo compito il regista Alessio Cremonini, qui alla sua opera prima, lesse quasi tutte le diecimila pagine di verbale svolte durante i vari processi portati avanti dalla sorella Ilaria, in modo da poter entrare nelle vicende con le idee chiare su cosa raccontare, come farlo e su chi puntare lo sguardo, cosa importantissima quando si racconta una storia.
Ricordatevi di questo, perché ci ritorneremo.
Quella che ci viene offerta è quindi una discesa agli inferi di un ragazzo di trentun'anni dalla vita già abbastanza disastrata che vede arrivare la fine all'interno di un sistema che lo fagocita per poi sputarlo fuori come se nulla fosse. Vediamo Stefano andare da un ufficio all'altro, da una stanza all'altra, assistiamo la sua famiglia venir respinta dalla burocrazia fino alla fine che tristemente conosciamo tutti.
Non c'è una vera e propria narrazione. Assistiamo impotenti alle bruttura che Cucchi attraversò in quei setti giorni, senza nessun voyerismo o morbosità per la sofferenza. Anzi, pur sposando la teoria che Stefano sia stato ucciso dalle percosse degli agenti - le indagini sono ancora in corso - Cremonini non le mostra direttamente, le fa intuire fuori dallo schermo e le fa dire al protagonista senza esplicitarle, ma così facendo allarga lo sguardo in maniera ancora più inquietante.


La cosa che più mi ha colpito di Sulla mia pelle è quella di non aver fatto della facile retorica mitizzando la figura di Cucchi o denigrando totalmente una categoria, come era nelle paure di molti. Cremonini mostra le cose con un'asciuttezza incredibile, una narrazione sporca che non perdona nessuno, Stefano compreso, che non fa nulla per rendersi simpatico agli occhi del pubblico e viene mostrato in tutta la sua totalità.
Il senso non era creare un mito, o un martire.
Io non credo ai santi, figuriamoci ai martiri.
La pelle di Cucchi poteva essere la pelle di uno di noi. Come riporta il dato finale, lui è stato una delle molte vittime carcerarie, ma sono state proprio le azioni portate avanti dalla sorella che hanno permesso che un fatto simile facesse risonanza e ponesse nella mente di chiunque dei leciti interrogativi. Cucchi non era un innocente condannato ingiustamente (lui stesso si riteneva colpevole per uno dei capi d'accusa) ma è stato una persona normale, coi suoi fantasmi e il suo trascorso, che si è trovata inghiottita dal tritacarne. Il problema è che quel tritacarne dovrebbe proteggerci, al di là delle effettive colpe di ognuno, sulle quali non mi esprimo.
Non lo fa nemmeno il film. Quello si limita a raccontare, nei limiti del possibile, e a immaginare quello che può essere stato il calvario del suo protagonista, tutto appoggiato sulle spalle di Alessandro Borghi, che per la parte ha perso oltre quindici chili, realizzando uno di quei ruoli che capitano una sola volta nella vita di un attore, lui che di vite al limite dopo Caligari comincia un po' a intendersene. E sentirlo pronunciare quelle parole ormai tristemente celebri nell'aula del tribunale fa venire la pelle d'oca per quanto somigli all'originale.

Il film è indubbiamente sospinto dallo sdegno e dall'opinione che un caso simile è stato in grado di sollevare grazie alla perseveranza della sorella, ma difetta anche dei tratti tipici della maggioranza dei biopic, anche se proprio il non avere un vero e proprio climax è il suo punto a favore che lo riscatta, proprio per come lascia il proprio pubblico in balia della corrente così come lo era stato Stefano. Quello che più conta però è che la sofferenza che ti fa vedere è pure in grado di fartela sentire addosso senza scemare nella pornografia del dolore a tutti i costi, forse la conquista maggiore per una pellicola simile.
Certo, non è un film che si dimentica.
Perché al posto di Cucchi poteva esserci ognuno di noi.
Io non so quanto possano smuovere le coscienze un film o un libro, specie in un periodo dove si legge sempre meno e dove ormai tutti cercano l'evasione a tutti i costi. Ma il fatto che venga distribuito anche fuori dalla piattaforma e sia stato accolto a un festival così importante come quello di Venezia, con tutto il clamore mediatico possibile, mi fa ben sperare. Spero che tutti lo guardino e pensino. E che sia il primo passo per un mondo migliore.

Quando sentii del caso Cucchi per la prima volta al telegiornale avevo diciannove anni, ero in quarta superiore e non avevo mai avuto problemi con la legge. Il mio pensiero andò subito alla famiglia di quel ragazzo, ma anche a quanto si dovesse essere sentito solo in quei giorni.
Questo film ce ne dà una vaga idea...





4 commenti:

  1. Ammazza, da vedere assolutamente.
    Mi piace il fatto che non si santifichi una parte e non si demonizzi l'altra, in una Italia che ci vuole sempre più fumettisticamente bianchi o neri.
    Lo vedrò sicuramente.

    Moz-

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  2. hai centrato il punto: nessuno, nemmeno il peggiore dei delinquenti può morire per mano dello stato. Che sia stato omicidio volontario o negligenza poco cambia, lo Stato italiano ha ammazzato una persona, mentre la nostra Costituzione rinnega la pena di morte.
    ma la cosa che più mi lascia basito è la strenua difesa e la squallida omertà delle istituzioni verso le forze dell'ordine: possibile che non si capisca che l'unico modo per mantenere credibilità è isolare i colpevoli? In tutte le aziende e in tutte le comunità ci sono le mele marce, e una mela marcia non ne intacca il prestigio: a patto che venga subito isolata e ripudiata. Invece è successo esattamente il contrario.

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    1. Come sai, concordo su ogni virgola. Una vergogna tutta italiana.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U