venerdì 25 gennaio 2019

La casa delle bambole - Ghostland




Beth è una ragazzina con la passione per le storie dell'orrore che deve trasferirsi con la madre e la sorella in una casa ereditata da una vecchia zia. Già la prima notte le tre vengono attaccate da due strani maniaci e il fatto stravolge per sempre la loro vita. Sedici anni dopo Beth, ormai madre e con una brillante carriera da scrittrice, è costretta a ritornare in quella vecchia casa ad aiutare la madre con la sorella, mai ripresasi da quei tragici fatti. Ma in realtà...


A fare opere che lasciano il segno devi essere un po' stronzo. Innanzitutto lo sei verso il mondo artistico in generale, che dovrà sopportare il confronto con la tua creazione; e poi innanzitutto verso te stesso, perché superarsi poi sarà molto difficile. Difficilissimo, oserei dire.
Lo sa bene Pascal Laugier, divenuto famoso per una robetta come Martyrs. Che è una cosa che se vi definite appassionati di cinema dovete avere almeno sentito nominare in vita mostra, a patto che non abbiate appena iniziato o abbiate passato l'ultima decade su Marte - in tal caso, salutatemi i Bicker Mice. Poi?
Diciamo che dopo un film simile è un po' difficile riprendersi, non solo per lo spettatore. Puoi dimenticarti senza tanti problemi Saint Ange, ma il manuale delle giovani marmotte per novelli martiri proprio no. E' uno di quei film che segna un prima e un dopo nella carriera di ogni autore e al nostro francesino è capitato al secondo giro dietro la macchina da presa. Il suo terzo film, The tall man, ha incassato un terzo del proprio costo e già lui che era uno che si prendeva con comodo i propri tempi ha aspettato sei anni per dare al suo pubblico qualcosa di nuovo.

"Sai, mi sono fatta un tatuaggio."
"Cosa?"
"Sfiga nera in braille sulla fronte."

Laugier è uno che ama i terreni ben consolidati, questo ormai lo sappiamo. E' un regista horror in tutto e per tutto, per tanto ogni suo film può essere incasellato senza tanti problemi in quel genere ma, cosa che gli ha dato il giusto riconoscimento, nonostante una carriera non proprio prolifica - anche se un film come quello che noi sappiamo molti più blasonati di lui se lo sognano - è quella di essere un autore, qualcuno con uno stile ben riconoscibile, che usa il genere per descrivere qualcosa in particolare, non solo come vezzo.
Pure questo Ghostland non fa eccezione e raccoglie dentro di sé diversi temi.
Pasqualetto cerca sempre di fare un ritratto piuttosto disilluso dei suoi personaggi, usando un'umanità spoglia di qualunque ideale romantico e che si amalgami bene allo sporco della sua messinscena, oltre a quell'idea del mondo che sembra avere. A questo giro prova a fare qualcosa di leggermente diverso, la tocca pianissimo e ci dà una visione inedita della sua poetica.
Sì, perché anche uno che quando si taglia nel farsi la barba deve avere una dispersione emoglobica non indifferente ha una sua poesia, così come ce l'ha un film dove viene strappata a forza una placca metallica dalla testa, anche se non per tutte le sensibilità.
Anche questo film ha una sua vena poetica, ma è una vena poetica di merda.

Pesca grossa all'albero della cuccagna.

Se siete quelle strane ma apprezzabili persone che in un film badano anche all'aspetto visivo, non temete: questo è un film di Laugier e su quel versante funziona alla grande. Il conterraneo di Macron ha sempre la solita dimestichezza nell'uso della cinepresa e nel saper collaborare coi vari tecnici. Fotografia e montaggio sono perfettamente amalgamati per descrivere gli ambienti e le azioni dei personaggi, non dei meri orpelli realizzativi, creando una visione d'insieme precisa e perfetta, di grande atmosfera.
Giuro, mette più angoscia una singola scena a caso di questo film che metà degli horror estivi degli ultimi anni. Un lavoro tecnico e di ricostruzione che fa spavento - se mi perdonate il gioco di parole.
Basta l'attacco iniziale per far vedere che Laugier torna ad esibire il suo celodurismo e a regalare quelle atmosfere torbide e violente che nella sua produzione non possono mancare. Poche inquadrature e una manciata di minuti di assoluta crudeltà che colpiscono in maniera violenta, tanto da farti soffrire con le protagoniste. E siccome un po' sadico bastardo lo è veramente, Laugier non risparmia dolori e sofferenze manco alle sue piccole protagoniste, forse l'aspetto più inquietante del tutto…
Le bambine, già.
E' un film interamente giocato sull'infanzia, a suo modo.

Ecco come riduce un'accanita lettura di Recensioni ribelli.

Anzi, lo è proprio.
Sarà per questo, insieme alla distrazione (sarà, sarà, sarà...) che sempre sarà in bocca che il segmento in cui vediamo Beth adulta è così fuori luogo, così girato alla vatteciava e, diciamolo senza problemi, il più noioso di un film che dura a malapena un'ora e mezza. Oltre al fatto che Crystal Ball Reed proprio non ce la vedi come donna dal passato travagliato e Taylor Hickson, per quanto sporcata e piena di ferite, rimane troppo bella per essere quella fra le due che ha sbroccato come una moka.
C'è una differenza abissale fra i due segmenti di film, come se uno fosse stato fatto di malavoglia, quasi su costrizione.
"Che scena dobbiamo girare oggi?"
"Quella di Beth che ritorna a casa e..."
"Ah sì. Muoviamoci a levarcela dal…"
Ecco, le giornate sul set con Laugier me le immagino così. Un film che parte così bene, con tutta quella cattiveria che quasi sfocia nel gratuito, e che poi prosegue su binari così bolsi, rodati, a tratti anche noiosi.
Anche le attrici bambine rubano la scena, non solo per il minutaggio, alle loro controparti adulte. Sanno bucare lo schermo anche quando devono recitare la parte delle ragazzine scazzate. Ma non è solo bravura attoriale - tra l'altro, Emilia Jones recita dall'età di otto anni - è proprio l'interesse dell'occhio che le riprende a fare la differenza.

Toy story per adulti.

Tanto che, per farle ritornare in scena, Laugier usa un trucco abbastanza scemo che con tutto il bene che voglio al francesino proprio non riesco a promuovere. Eppure è dopo questa prima rivelazione che arrivano le scene più belle, quelle con le due bambine, dove si ribaltano i ruoli e creano un ritratto familiare, nel suo orrore, davvero struggente.
Un quadretto che ti fa pensare al fatto che tutti i protagonisti dei film di Laugier sono donne e che ti fa capire quanto le ami. Così come è curioso il fatto che uno dei cattivi si travesta da donna e che forse la sua cattiveria stia proprio nel non esserlo, tutto questo senza accuse di sessismo o verso minoranze sessuali di sorta.
Agli uomini spettano i ranghi più ai margini. Mai troppo pronti da intervenire prontamente e, quando accade, proprio all'ultimo momento, persone che si sono trovate lì più per una botta di culo che per vera capacità. Mentre quelle due ragazzine per sopravvivere hanno dovuto mordere la vita con tutte le loro forze.
E' un particolare simile a salvare un film dalla strutturazione così scema e che, in altre mani, avrebbe avuto una fine molto più abominevole. Mentre invece dobbiamo accontentarci di qualcosa di molto zoppicante.
E Laugier a questo giro si è azzoppato forte.
Perché questa sua idea non solo fa buchi da tutte le parti, ma non è compensata manco da un contorno altrettanto interessante. Tanto che a tratti diventa pure ripetitivo, anche nell'orrore.

I cattivi sono fan di Immanuel Casto.

A pensarci bene, poi, cos'è che rendeva Martyrs così terrificante?
Lo splatter?
Snì. Quello dava dei bei punti extra, anche perché raggiungeva vette di sadismo tali da mettere a dura prova persino l'uomo della strada, ma era solo un contorno - per quanto grondante. No, a rendere Martyrs così memorabile erano proprio i cattivi, la loro motivazione che ti spingeva a riconsiderare una figura retorica come quella del martire e quella protagonista che nel suo presentarsi arrivava a compiere azioni degne del peggior villain. Il pezzo forte era proprio nel suo stare in bilico fra persone di merda e finti buoni, sorretto da un'insensata voglia di grand guignol. In questo Ghostland invece abbiamo una divisione netta fra buoni e cattivi, mentre questi hanno una profondità psicologica assente e sono ritratti con un manicheismo da manuale.
Se c'è una cosa che libri e film mi hanno insegnato, è che i cattivi hanno sempre la parte migliore. Non per nulla, quasi tutti i grandi attori hanno dato la prova della vita interpretando cattivi o protagonisti dalla morale ambigua. Tutte cose che qui mancano, il che, unito a quel difettone che è la nervatura principe della storia, troncano ogni possibile potenzialità per creare qualcosa che non raggiunge nessuna vetta, a parte quella dell'atmosfera, finendo addirittura per essere irritante. Il confronto finale col celebre scrittore poi rasenta il trash.

E Muschietti muto!

Laugier resta ancora una volta vittima di sé stesso e di quel secondo titolo, anche con una produzione così esigua. Stando alle sue dichiarazioni con quella sua opera aveva voluto reagire a un periodo molto triste della sua vita e alla disillusione che aveva del mondo…
Lungi da me l'augurare la sofferenza - mai fatto manco col mio peggior nemico - a chicchessia, specie se è "solo" per avere un film memorabile, ma diventa palese come l'arte debba sempre avere uno scossone interno per scuotere altrettanto fuori.





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