mercoledì 30 settembre 2020

HARA-KIRI: DEATH OF A SAMURAI, di Takashi Miike


Un samurai in disgrazia si presente alla corte di un daimyo, dicendogli di voler fare seppuku per poter riscattare il proprio onore. Questi gli racconta di come scoprì e punì un suicidio-farsa avvenuto tempo prima, ma il samurai dimostra di essere irremovibile. Si scoprirà che... 


Il buon Takashi ci prova di nuovo e dopo quella funambolica mattanza che fu 13 assassini, ecco che ritorna a fare un film in costume. Anche stavolta un remake, il film in questione è Seppuku di Masaki Kobayashi, vecchio cult che fece discutere persino all'epoca per come metteva in discussione tutta la tradizione sull'onore giapponese.

Pensare di trovarsi di nuovo davanti a un film come le avventure di Shimada Shinzaemon and co. può trarre in inganno, perché giriamo su toni e intenzioni veramente opposte. E' sì un film in costume, ci sono i combattimenti all'arma bianca, ma se la pellicola precedente vedeva come la classe guerriera trovava uno stallo in tempi di pace, qui fa vedere come lo stesso codice a cui si affidavano mostri il proverbiale rovescio della rakuten.

Il Giappone fu una terra d'onore e gloria, o almeno, su questo basava la sua filosofia. E' rilevante la filosofia del bushido, il manuale del guerriero che vedeva il cadere in miseria come un atto di disonore e assoggettava, in soldoni, la vita del samurai in questione come al totale servizio del proprio padrone o della causa a cui si era versato. I tempi di pace ironicamente furono la rovina di quella classe ritenuta nobile solo nelle intenzioni, che si vide inutile dopo aver appeso la katana al chiodo e  vide i proprietario cadere in miseria.

Inutile dire che tutto questo ebbe forti ripercussioni anche sul Giappone moderno, che fece il salto generazionale più ampio a memoria umana e che rimane fin troppo legato alle proprie tradizioni, come tristemente fece notare la crisi economica degli anni Novanta che contò un'impennata di suicidi clamorosa - se la combatte con la Scandinavia, ma lì in parte l dobbiamo anche al Doom Metal.

Un film come quello di Kobayashi, specie nel periodo in cui venne realizzato, era da considerarsi qualcosa di veramente provocatorio proprio perché osava mettere in discussione quelle antiche credenze che ancora oggi vengono viste da una certa generazione come un fiore all'occhiello della propria cultura.

Miike prova a dire la sua sull'argomento. Solo che mette da parte squartamenti e gore, così è come quando il simpaticone delle feste si mette a fare improvvisamente il discorso serio, rovinando la serata a tutti.

Hara-kiri: death of a samurai (che poi, perché distribuirlo con quel termine, quando era di un uso volgare e meno formale, mai usato dalla classe dei samurai?) prova ad allontanarsi da quanto detto da Miike in precedenza. Se la prima parte può portare in una specie di comfort-zone, vista la lunga e straziante scena del seppuku, a lungo andare il film si prende i propri tempi divenendo quanto di più classico possibile e basandosi, più che sulla regia pirotecnica, qui così classica che più di così non si può, sulle emozioni degli attori, molto superiori a quello che la media del cinema orientale di solito offre- davvero, sono tutti bravissimi. Ma non tutti i seppuku vengono col taglio dritto...

E' un buon film, un ottimo film, ma per quanto lo spezzare il racconto principale giovi al ritmo della pellicola, si avverte che manca qualcosa. Miike crede molto in questo progetto e si sente, ma si sente anche che con le pellicole di stampo più classico non è propriamente a suo agio, tanto che nella parte più melò ruota su se stessa e non convince mai appieno. Si avverte sempre la sensazione che manchi qualcosa.

Miike non è uno sprovveduto, ma per quanto le sue pellicole passate avessero sempre contenuto una critica verso la società, avveniva attraverso altri stilemi che avevano fatto conoscere il suo stile al mondo e ne avevano creato un marchio di fabbrica dal quale sembra difficile staccarsi del tutto. E il cesareo qui non è propriamente riuscitissimo.

Forse è l'aspettative verso un regista dal nome così famoso, forse è che ci si aspettava ben altro pur sapendo quali sarebbero state le dinamiche in quanto remake. Ma Miike funziona proprio nelle parti di pancia e, per quanto il finale si faccia sentire in tutta la propria potenza, facendo comprendere le intenzioni dell'autore, ci si arriva col fiato corto.

La prova (comunque riuscita) di un regista che non ha paura di nulla, a un punto della carriera in cui può permettersi tutto - tranne un film con Tom Hardy...

Perché al samurai nero non c'hai da cacargli il cazzo.






4 commenti:

  1. Lo sapevo che dopo la botta di "13 assassini" ti saresti buttato su questo titolo ;-) Mi è piaciuto come del resto il tuo post ma il film originale era migliore, Miike ha dichiarato di aver fatto questo remake perché voleva firmare un film che anche suo padre, appassionato del film originale, avrebbe potuto vedere (storia vera). Cheers!

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    1. Oh, questo non lo sapevo :D e si, l'originale era più "ispirato"...

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  2. Ho difficoltà a dire se visto o meno, la distribuzione dei film di Miike si sa è centellinata, però ecco, 13 assassini faceva più al caso mio ;)

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    1. Questo non credo sia mai arrivato da noi, penso esista solo subbato. E comunque, è un film classico, aggettivo che per Miike esiste solo sul dizionario 😅

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