mercoledì 28 ottobre 2020

RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME, di Céline Sciamma


Francia, fine XVIII secolo. Dopo la morte della sorella, la giovane Héloïse viene concessa al nobiluomo di Milano a cui questa era promessa, che ha chiesto un ritratto della fanciulla. La ragazza però rifiuta di posare e così la madre ingaggia Marianne, affermata pittrice, perché si finga dama di compagnia e memorizzi così come trasportare le immagini su tela. Tra le due però...

Se parliamo di figure femministe, nel cinema d'oltralpe la figura di Céline Sciamma ha sicuramente un proprio peso, dato che il suo cinema ha sempre cercato di portare tutti i rapporti su una sottile linea di uguaglianza. E diciamolo chiaramente, preferirò sempre una come lei, che dà al sentimento una sua centralità difficile da riassumere solo a parole, che quella simpaticona di Maïwenn e le sue dichiarazioni.

Va da sé che questo film gareggiò insieme al J'accuse di Roman Polański e l'attrice Hadèle Haenel, quando premiarono il film sull'affare Dreyfuss, si alzò arrabbiata gridando "La honte!", accusando la giuria di aver premiato un pedofilo. Reazione comprensibile dato che da giovanissima ebbe un passato di molestie.

Che bello vedere che una delle donne che ti piacciono condivide le tue idee!

Tornando al film, Portrait de la jeune fille en feu porta avanti i discorsi che la Sciamma fa da inizio carriera e, pur mettendo in scena personaggi appartenenti all'alta borghesia del periodo, ritaglia la condizione delle ultime, delle donne che non potevano esercitare liberamente la loro sessualità. Quella che ne nasce è una storia di scoperta, legata a doppio filo con la pittura.

Ecco, forse questa è la parte meno riuscita. Perché la storia del ritratto diventa un po' a sé stante e non si conduce a doppio filo con le immagini cinematografiche, che oltre alla bellissima fotografia di Claire Mathon e le suggestive scenografie bretoni, aggiungono poco altro. Si è quasi più legati, in maniera molto suggerita, al mito di Orfeo ed Euridice. Eppure solo verso la fine, oltre al fatto che è tutto un grandissimo flashback, il rapporto tra i quadri, l'immagine e la memoria assume un ruolo veramente dominante.

Tutto il resto è comandato dai silenzi, dall'evoluzione del rapporto tra le due donne che si compensano a vicenda. Marianne, così navigata ed esperta, ed Héloïse così pura ed ingenua, che andranno a riempire vuoti ed a svuotare spazi pieni, in un susseguirsi di dialoghi non molto elaborati ma che rendono perfettamente la direzione che prende quell'amicizia che finirà per evolvere in altro.

Certo, qualche piccola incertezza, un ritmo che di suo non può dirsi adrenalinico e questi silenzi che sembrano a tratti messi quasi più per allungare il brodo, più che per dire qualcosa di preciso, oltre a una svolta centrale che riguarda una comprimaria e che sembra avere come giustificazione solo la titolazione del film. Ma tutto procede con insolita grazia, le immagini sono realizzate con una finezza rara e la Bretagna fa quasi tutto il resto.

Ce sta pure una Valeria Golino, così, de botto, senza senso.

Ma è proprio il finale che in due scene tira fuori il meglio. Niente di così sensazionale, niente plot twist shyamalaniano, ma la consacrazione di tutto quello che mancava prima per renderlo qualcosa di più e che ha tutta la propria potenza, legandosi a doppia mandata ai ricordi, perché tutto il film è un lunghissimo flashback di quella storia appena vissuta ma ai dimenticata.

Perché alla fine, per quanto Marianna ed Héloïse abbiano saputo scoprirsi (e sì, non temete, si "scoprono" anche in quel senso, ma in una maniera che rifugge ogni stucchevolezza), le convenzioni hanno vinto. Ma alla fine, sarà sempre a quelle giornate che ritorneranno, perché la vita va avanti, ma il ricordo di quando si è vissuto veramente non ci lascerà mai.

E persino l'arte, davanti alla vita vera, diventa quasi nulla.

A proposito di arte... i quadri del film sono dell'artista Hèléne Delmar, famosa per i suoi ritratti "nascosti", poiché è solita coprire i volti delle donne che raffigura con elementi astratti e fiori. Per il film, ha dipinto sedici ore al giorno, assistendo alle riprese e usando proprio la tecnica suggerita dalla madre di Héloïse. Le mani che si vedono durante le scene di pittura sono proprio le sue.





6 commenti:

  1. Diciamo che ho amato quello che non è piaciuto piaciuto a te ☺️. Le pause, i loro discorsi, il lento incedere. Un film che ho amato. La scena del falò, il finale che ti entra sotto pelle, uno dei film più belli visti in sala ad inizio anno. Solo due giorni dopo mi capitò di vedere in DVD "Ti do i miei occhi", che per alcuni versi me l'ha ricordato: i quadri, Orfeo ed Euridice, bello...
    Ciao!

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    1. Ma non è che non mi siano piaciuti, diciamo che erano... troppo, ecco, e a una certa... 😅 il finale invece molto ma molto bello.

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  2. Io l'ho adorato dall'inizio alla fine. Un quadro in ogni immagine, e loro due quanto sono belle? *__*

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  3. Sul film penso di aver detto tutto, mi è piaciuto (soprattutto il finale), tanto bello che ad un "certo" gli da una striscia....per quanto riguarda la polemica, scindere il lavoro dall'artista in sé penso sia più corretto.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U