PAIN & GAIN, di Michael Bay

Daniel Lugo è un bodybuilder che, dopo aver trascorso un periodo in gattabuia per frode sanitaria, viene assunti come istruttore di fitness in una palestra. Ispirato da un guru asiatico della motivazione e convinto di dover diventare un vincente a tutti i costi, insieme a una strampalata banda di complici proverà a gabbare un ricco cliente, con esiti a dir poco...

A Michael Bay spetta sicuramente un record, ovvero quello del regista più odiato da tutti i cinefili (o presunti tali) del mondo - a Snyder, purtroppo, tocca per forza di cose la medaglia d'argento. Se da un lato però è troppo facile prendersela con quella che è la "mente" dietro alla raffinatissima metafora del decadimento occidentale in Transformers: revenge of the fallen, dove vedevamo un robottone scorreggiare paracaduti, dall'altro è molto più complesso radunare l'onestà intellettuale per ammettere che, volenti o nolenti, il nostro ha saputo codificare un linguaggio proprio adottato poi da tutto il cinema action a seguire.

Da Bad boys in poi, le mazzate al cinema non sono più state le stesse.

Pain & gain però risulta quasi un esperimento a sé nella cinematografia di Bay, qualcosa che poteva svoltare veramente ma che si arena in sé stesso a lungo andare, forte di quelli che sicuramente sono i pregi ma anche tutti i limiti di un regista dall'ego spropositato e dalla visione muscolare.

Perché non conta tanto che il tutto sia tratto da una storia vera (e già qua, pensare che esista veramente gente il cui mantra esistenziale sia "Io credo nel fitness" dovrebbe spiegarci molto sulle sorti politiche mondiali...) e che tanti passaggi siano stati spettacolarizzati ai fini cinematografici (il folle inseguimento che apre e chiude la pellicola non avvenne mai, Lugo fu catturato mentre alloggiava in una camera d'albergo), quanto che nulla possieda una propria verità, se non quella di chi la racconta.

Ed è per questo che l'occhio di un autore la fa da padrone, perché nel raccontare una vicenda deve suggerire in maniera silente allo spettatore dove volgere lo sguardo.

Tutte cose che ovviamente cozzano con lo stile di Michelone nostro, il quale sicuramente non ha mai peccato di particolare finezza, piuttosto si fa portatore di quella semplicità in grado di evolvere in vera e propria ottusità, quella che nel ritrarre un disastro storico come fu Pearl Harbor riesce solo a mostrare l'enfasi peggiore che si nasconde negli stereotipi culturali più beceri, mostrando che non solo le storie, ma addirittura la Storia, può diventare una protesi stessa delle nostre visioni.

Qui la gittata è sicuramente meno ampia e "ferisce" meno, ma davvero, una storia che parla di deviazione, sfalsamento della realtà e percezione distorta del nostro posto nel mondo, diventa una commedia con molti momenti trash sicuramente divertenti, ma che si fermano lì. Mai approfonditi, sempre esasperati in una maniera alla lunga stancante e che fa arrivare alle due ore finali col fiatone, come dopo una sessione di panca piana.

Per Bay, Lugo e gym buddies erano solo persone che avevano frainteso il sogno americano.

La sua visione si ferma unicamente lì e, non contento, lo fa dire pure a voce alta da uno dei personaggi secondari. Ed è così che il film da ridanciano diventa quasi inquietante, in questo cinismo involontario che fa comprendere come tutto possa diventare pericoloso, dal fare un'azione scellerata all'avere una visione limitata.

O tutt'e due le cose.

Perché se il nulla cosmico che si nasconde dietro quintalate di CG a volte può essere pure d'aiuto nel preservare una parvenza di sanità mentale, quello che si può ammirare dietro ciò che qualcuno chiama idee fa solo un'immensa paura. Anche se è solo un discreto mestierante con uno stile visivo pessimo.

PS: comunque, tutti a criticarlo per come compone le inquadrature o gestisce il montaggio, ma nessuno ricorda che rifiutò di far spogliare Scarlett Johansson in The island. Io non dimentico.






Commenti

  1. No, noi non dimentichiamo. Detto questo l'esordio con la commedia nera di Michele Baia mi è piaciuto, quell'uomo è tamarro fino al midollo ma non perde mai il suo stile, per altro l'unico in epoca recente che è riuscito a far interpretare a The Rock un personaggio che non fosse solo la versione "in bella" di The Rock ;-) Cheers

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    1. Usiamo le parole di Peter Travers: "Ha detto che voleva fare un film personale che mostrasse il vero Bay. E "Pain & gain" è quel film. Stupido, superficiale, profondamente cinico e privo di creatività."
      Però, mi ha fatto ridere, non posso negarlo 😂

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  2. Va bene ricominciare, ma cominciare con questo film non è il massimo, anche se non dispiace neanche a me, e comunque Michael Bay è ingiustamente sottovalutato ;)

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    1. Ahahah 😂😂 il film è quello che è, ma offre comunque - suo malgrado... - spunti di riflessione.
      Bay diciamo che ha sicuramente rivoluzionato qualcosa, se un positivo o in negativo lascio dirlo ad altri. Alcuni suoi film mi piaciucchiano pure - "Armageddon" è un mio ricordo d'infanzia.

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  3. L'importante comunque è che abbia piazzato minimo un'esplosione, se no perderebbe di autorialità! XD

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    1. Esplosioni, palestrati, gnoccolone... No no, Michele Baia cambia per rimanere sé stesso 😂

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