SIR GAWAIN E IL CAVALIERE VERDE, di David Lowery

Il giorno di Natale, nella corte di Re Artù, si presenta un cavaliere elementale che propone un gioco: potrà essere colpito da un fendente di spada, se il sovrano sarà disposto ad accettare un anno dopo lo stesso trattamento. Al posto del re si offre Gawain, che dovrà sottostare alla prova un anno dopo. Così, giunto il termine, si reca alla cappella indicata dal cavaliere, e durante il tragitto...

Nel nefasto 2020 tutti hanno imprecato per motivi più che legittimi, e tra costoro c'è stato pure David Lowery. Il funesto anno bisesto doveva essere quello che avrebbe visto accolto dal buio delle sale il suo The green knight, progetto ambizioso che sognava da tutta la vita e che la sempre benedetta A24 gli ha finanziato... salvo vedersi bloccato sul più bello a causa della pandemia di Covid-19. Esce quindi direttamente su Amazon Prime.

Certo, crescere vuol dire anche imparare a destreggiarsi nelle difficoltà, ma certe volte ti vien voglia solo di maledire Merlino, Morgana, la Dama del Lago e tutte le figure divine che ti vengono in mente...

Siccome il fine ultimo di ogni hipster che si rispetti è quello di sembrare il più intelligente di tutti, Lowery decide di trasporre a modo proprio (da hipster) The green knight, poema di autore sconosciuto facente parte del Ciclo di Camelot e che narrava e gesta di Galvano e della sua sfida col Cavaliere Verde. Era una storia dall'intreccio particolare, che si concludeva con un cliffangherone da paura, simboleggiando così il processo di crescita, dell'avere una propria storia al di là di tutto e di come anche un insuccesso (una beffa, in questo caso) potesse essere ugualmente propedeutico allo scopo.

La fascia verde che Artù ordinerà di portare ai suoi cavaliere sarà proprio in onore del viaggio e delle avventure del cugino Galvano, così come il figlio di Anna-Morgaine diventa uomo (in più di un senso) una volta ritornato a Camelot.

Da noi non è una storia molto conosciuta, ma nella perfida Albione è un testo di culto da studiare addirittura nelle scuole. Se ne infrattò perfino un certo Tolkien, forse lo avrete sentito nominare, che su quel poema scrisse più di un saggio e una delle edizioni correnti porta anche la sua firma nella traduzione e nell'adattamento all'inglese moderno. 

Insomma, non robina da nulla, diciamo. Quindi io nostro fa l'unica cosa sensata: dimostra di avercelo lungo mezzo metro.

E diciamolo pure, visivamente spacca. 'na roba che solo quell'intro così assurda, ambigua e allo stesso tempo tamarra-chic basta a crearti infezioni ai polsi per i continui rasponi. Lowery, alla sua hipsterissima maniera, ci mette in un luogo medievale ma allo stesso momento fuori dal tempo e da qualunque altro universo (Gawain a parte, tutti gli altri non hanno nomi che possano collocarli in un immaginario specifico), seguendo solo il canovaccio originario e regalandoci svolgimenti e un finale del tutto inediti, rendendo la pellicola qualcosa "a sé" e che segue una logica tutta propria. 

Fino a una certa funziona tutto così bene che dimentichi subito che Galvano è un attore indiano, e già questo dice tutto - seriamente, Patel di purè si porta sulle spalle tutto il film egregiamente.

Diciamo però che come esperimento di videoarte funziona alla grande, come narrazione fluida invece... ecco, ci sono alcune magagnette, e ci riporta al centimetraggio di cui sopra. Perché sì, tutto è molto bello e affascinante e già dall'inizio dai per scontato di non comprendere tutto quello che avverrà alla fine, ma alla lunga tutto questo sentirsi e voler sembrare intelligente a tutti i costi finisce per stufare, ingolfando una pellicola che segue la dimostrazione teorica di Lowery per durata, avvitandosi su sé stessa anche dove non lo richiederebbe affatto.

Tutto per cosa?

Dite quel che volete, ma per me è tutto un metaforone dell'impotenza.

Seriamente, fateci caso, la Vikander all'inizio del film fa continue allusioni a qualcosa che "non si alza" e il nostro è perculato dalla comunità per essere figlio di una strega - con annesse allusioni a una mancata figura paterna. Tutto il viaggio lo costringe a rendere conto della propria virilità, come uomo d'onore, così come è l'origine del suo viaggio. Allo stesso modo, le figure dei giganti riportano un volto familiare che si vedrà più avanti in un'altra veste, che altro non è che una proiezione della vita futura, così come si inserisce a tradimento la figura della madre - e sappiamo quanto un genitore possa essere castrante, a volte - senza contare che su tutto aleggia la figura di un re ormai vittima della vecchiaia.

In più inseriscono a tradimento la figura di una santa decapitata, e per Freud la decapitazione era una metafora della castrazione. 

Io ci giuro quel che volete che questo sia sicuramente uno degli aspetti del percorso di crescita del buon Galvano, che partirà come ragazzo senza una storia da raccontare e che finirà il suo viaggio nella maniera che vedrete. Che ho trovato funzionale, a differenza di molti, ma davvero, dopo due ore di hipsterismi a gogo che non reggono il ritmo per tutta l'elefantica durata, ho accolto i titoli di coda con un sospiro di sollievo, perché questo The green knight è sicuramente un film che merita di essere visto anche solo per il suo saper essere così divisivo, ma che personalmente mi ha fatto una minchia tanta col suo voler essere enigmatico a tutti i costi e in maniera gratuita, anche laddove non ce ne sia bisogno.

Ad alcuni piacerà pure, a me invece ha abbastanza tediato. Tanto fascino, mistero e bellezza da soli non bastano se nel momento in cui vuoi dare un filo conduttore che chiuda il cerchio non riesci a reggere il peso stesso delle tue ambizioni. The green knight è un film così.

Un girare a vuoto bellissimo, non lo nego (e che andrebbe visto proprio per il suo saper essere così bello) ma che oltre i deliri onanistici di Lowery non mi ha lasciato molto.





Commenti

  1. In effetti mi sa che hai beccato il "metaforone" del film, una roba sulla virilità o meglio, virilità mancata. Per il resto la pensiamo uguale, tutto bello, tutto figo, anche se è un film che ti arriccia il risvolto dei jeans, il rischio è di arrivare ai titoli di coda con i risvoltini. POi sono di parte, con la roba del ciclo arturiano mi comprano sempre facile, quindi mi sono goduto il viaggio, anche se la volpe è palesemente stata scippata a Lars von Trier ;-) Cheers

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    1. Ma diciamolo, puoi avere tutto il talento del mondo, ma una "bella immagine" non è solo fotografia sovraesposta è filtri alla Instagram, e qui ne abusano un po' troppo.
      La morale è molto più basic di quello che può sembrare...

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  2. Io di una sola cosa sono sicura: di non averci capito una ralla. E di volerlo rivedere quando sarò meno stanca, ovviamente. Questa non era una pellicola da Prime, ma da sala, putrella la miseria!

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    1. Una cosa che lo fa promuovere a priori per me è proprio l'attenzione che richiede. Per questo è un peccato sia finito direttamente su Prime, rischia di perdersi bella bolgia generale...

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