LA TERRA DELL'ABBASTANZA, dei fratelli D'Innocenzo

Mirko e Manolo sono due amici fraterni delle periferie romane. Una sera incidentalmente investono un uomo, che scoprono poi essere appartenente a una cosca mafiosa. Il fatto apre loro le porte nell'ambiente criminale, ma...

Dei due fratellini del cinema italiano ognuno pensa il contrario dell'altro. Amati, odiati, venerati, insultati... io dico solo che a ventisette anni, dopo essersi fatti conoscere come fotografi, esordirono dietro la macchina da presa con questo film e si fanno vestire da Gucci.

Io a quell'età, dopo essermi fatto conoscere come pusillanime, entravo nella disoccupazione e mi vestivo ancora con le maglie delle band che ascoltavo alle superiori.

Ignorando curriculum e stilosità - tra l'altro, come mai a a loro la barba lunga sta sempre così pettinata? - resta solo il film, e fu un titolo che recuperai durante il lockdown del 2020. Stranamente, non lo ricordo col magone come altre cose di quel periodo, ma non tergiversiamo...

Valutare una pellicola come questa, lineare ed essenziale nella forma così come negli intenti, rimane difficile perché ha quasi un po' di tutto al proprio interno, sia sotto forma di cinema passato che recente, ma anche così tante cose che alla fine potremmo comodamente riassumerlo sotto il comodo epitaffio di: "bel film" e morta lì.

Quando c'è della qualità però, scavare più in profondità diventa sempre d'obbligo, oltre che un atto di rispetto verso gli autori stessi.

Diciamo che questo film andrebbe valutato per l'ambientazione, lo stile e i personaggi. Un trittico che è la base di ogni narrazione ma che qui giganteggia.

La prima è la periferia romana, perché il più delle volte ci si ricorda della "vita vera" solo quando si devono mostrare gli estremi. E quella è, tra ragazzi che sognano di andarsene per un futuro, la scuola professionale, le fidanzate e il romanaccio come se non ci fosse un domani. E la delinquenza. Tata delinquenza, che diventerà il perno di un film nerissimo. 

Da qui, si vede la scuola lasciata dal compianto Caligari e dalla sua ricerca del torbido nel nostro vivere. Un cinema sporco, che non ha paura di insozzarsi le mani e di mettere le dita nelle piaghe per poi ciucciarsi il pus. Non c'è un fotogramma che sia "pulito" in tutto il film, ogni cosa, anche i momenti più teneri - ci sono - hanno un retrogusto amaro, come se avessero sporcato la pellicola o ci fosse la sensazione di un ordigno che potrebbe esplodere da un momento all'altro.

E' quel "cinema giovane" che servirebbe, perché prende quello che i maestri consacrati avevano già fatto e, nel pieno rispetto, lo trasportano nell'epoca moderna. Da questo punto di vista, il film è formalmente riuscitissimo.

Sono però i personaggio che danno la vera svolta a un lungometraggio che, al di là dei pregi tecnici, sarebbe stato una storia di criminalità come tante.

E sono stati quei due sicari improbabili che mi hanno fatto voler bene a questo film.

Non conosco i due D'Innocenzo, non so quando questi due residuati di Tor Bella Momaca abbiano dovuto affrontare nella loro vita o se siano solo dei privilegiati che si bullano sulle disgrazie del mondo. Però il modo in cui hanno descritto quei due ragazzi mi è piaciuto, così come quell'inizio con loro due che mangiano in quella maniera scomposta mi aveva destabilizzato.

Ma sapete? E' tutto estremamente voluto...

Perché alla fama di vita e di volere, poi c'è da rendere il conto quado quell'appetito è troppo perfino per i denti più robusti. Ognuno di loro reagirà alla propria personalissima maniera e sarà uno sprofondare sempre più massiccio.

Perfino l'unico momento di vera umanità sarà rovinato da un animo oramai dissociato da sé stesso e da quello che sta facendo, e alla distruzione di uno farà da contraltare la freddezza dell'altro, che nella maniera più fredda farà finire il film.

Mi sono piaciuti questi due ragazzi così lontani da me, ma forse, con un desiderio che accomuna tutti: la voglia di scappare, di cercare quell'abbastanza che forse può sistemarti a vita. Alcuni sono più fortunati di altri, altri sanno già dove cercare, diversi forse hanno avuto insegnanti migliori e non si sono persi, o hanno avuto la forza e le capacità di non farlo.

Certo, la maturità artistica era ancora lontana, ma la forza giovanile con cui hanno saputo rappresentare tutto quanto mi stupì piacevolmente, così come mi fece innamorare di due protagonisti tanto ben sfaccettati e ottimamente descritti con poco. 

Anzi, pochissimo. Un cinema di dialoghi reali e gesti.

Forse un film fin troppo osannato alla sua uscita - specie dopo Anime nere di Munzi, che socialmente aveva un maggiore scavo - ma un'opera prima notevole e che ha cementificato un futuro roseo. Anche se poi...

PS: vera e totale sorpresa, oltre alla bravura dei due giovanissimi, la capacità drammatica di Max Tortora. Spiazzante.






Commenti

  1. Ottimo esordio che mi è piaciuto più del successivo Favolacce, proprio ieri ho visto il loro ultimo America Latina, altra bella prova, forse non diventeranno mai i miei registi italiani preferiti (nemmeno la coppia preferita, ci sono i Manetti) ma i ragazzi sono assolutamente da tenere da conto.

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    1. E dire che io Favolacce l'ho amato alla follia... l'unico parrebbe 😅

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    2. No, no, Favolacce è piaciuto parecchio anche a me, però davvero troppo cupo, quel finale durissimo da digerire...

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    3. Madonna è proprio quel finale che 🤩😍🤤

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  2. Non solo un bel film, ed anche se mi è piaciuto più Favolacce, resta riuscitissimo. Il finale è un colpo al cuore.

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    1. Davvero. Quello scambio di battute tra Tortora e l'altra è...

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