BANG BANG, di Vincent Grashaw

Bernard "Bang Bang" Rozyski è un ex pugile che ha vissuto il suo momento di gloria sul finire degli anni Ottanta, ora vive in condizioni di sussistenza e roso dalla rabbia. Quando la figlia lesbica deve andare lontano per lavoro e gli affida il figlio problematico, in lui vedrà il germe della boxe. E quindi...

Per quanto sia esplosa nel territorio stellestrisce, la boxe in realtà fu di importazione britannica. Nel Nuovo Mondo per un periodo fu persino illegale e gli incontri si svolsero clandestinamente, nei campi o nei fienili. Fu la stampa a dare il via libera all'immagine eroica dei combattenti, ed essendo uno dei pochi sport che non richiedeva particolari attrezzature e soldi divenne praticata dalle classi meno abbienti, in concomitanza con la figura dei prizefighter e della prospettiva di un eventuale riscatto sociale, oltre che l'ovvia autodifesa. 

Il cinema ovviamente è andato subito a nozze con le storie di pugili e pugilato, perché comunque la si guardi offre tutto quello che la narrativa americana ha sempre inseguito, divenendo una parte fondamentale del suo DNA cinefilo, oltre che sportivo.

I film di (e sul) pugilato incarnano il cammino dell'eroe moderno, quello che partendo dai bassifondi riesce a prendere a codogni la vita più forte di quanto lei non abba malmenato lui, ma allo stesso tempo la volatilità della vita agonistica offre il rovescio della medaglia, ovvero la dimensione stessa della sconfitta, restituendo quella particolare dimensione patetica dove la forza non può esercitare perché l'esistenza agisce su piani che vanno ben oltre il fisico e la muscolarità. Per questo motivo i pugili esercitano sul grande schermo quel fascino, perché la distruzione e l'attacco non sono mai unidirezionali.

Bang Bang segue ambo questi principi, ma in una dimensione propria.

Il film è l'opera quarta di Vincent Grashaw, regista non conosciuto quanto meriterebbe che su queste pagine avevamo particolarmente apprezzato con What Josiah saw, lercissimo crime-drama sui generis che prendeva in prestito le suggestioni del gotico sudista per offrirci una delle più macabre e perverse storie familiari degli ultimi tempi. Un film che mi è piaciuto moltissimo, il mio preferito degli ultimi anni di spettatore, ma che diventa un metro di paragone piuttosto scomodo se ci si accinge alla visione di questa pellicola, sportiva solo in apparenza.

Lo stile registico ruvido di Grashaw si riconosce già dalle prime inquadrature, così come la sua propensione a ritrarre personaggi marginalizzati, complessi, autodistruttivo e segnati da un passato non proprio pesca e creme. L'uso della pellicola, con la sua granulosità che enfatizza il degrado della periferia urbana così come le luci fatiscenti degli interni riveste il film di una dimensione decadente che si sposa con la vita del suo protagonista, portato in scena da un Tim Blake Nelson in forma smagliante che in questo ruolo investe il più possibile. In un mondo giusto, sarebbe stato nominato agli Oscar, ma credo che nessuno di voi abbia mai sentito nominare questo film, quindi tant'è...

«Since when do you use a wheelchair?»
«Since my dick's been too damn heavy!»

Uno scambio di battute che descrive perfettamente lo spirito del film, sboccato come solo chi viene dal basso può essere ma, nonostante tutto, con un cuore enorme, però nascosto sotto chili di polvere, lattine di birra e monnezza ammucchiata. L'anima di Bang Bang sta tutta qui, in rapide battute al fulmicotone che nascondono l'amarezza di una vita che non ha mai saputo come colpire degnamente... o quando non farlo. E qui sta la sottigliezza di una piccola gemma, quella che ti fa volere bene all'ennesimo personaggio sbagliato.

Rozisky è un coglione e Grashaw non fa nulla per nascondercelo. Un uomo che ha avuto il suo momento di gloria e che è rimasto all'ombra di quegli anni felici, incapace di gestire una vita quando in realtà avrebbe avuto tutti gli strumenti per farlo. A complicare la faccenda aleggia per tutto il film un irrisolto familiare che lo tormenta e la rabbia verso Washington, un collega della sua stessa annata che però ha saputo sfruttare meglio i momenti e gli stadi della carriera, arrivando pure a proporsi come sindaco di una città al limite dello sfacelo. 

La verità però è che Bang picchia, sa solo picchiare perché nella vita non ha mai fatto altro. E' tramite una finta scazzottata che cercherà un legame con quel nipote che non vede da molto tempo, rendendo solo ancora più ambigue le cose, fino a che in quella prosecuzione della sua stirpe vedrà la possibilità di riscatto. Qui sta la vera e propria bellezza di un film che insegue tutti i cliché del filone, rivoltandoli silentemente come un calzino e mirando in direzione opposta, raccontando unicamente una storia di vinti che non hanno nessuna possibilità di redenzione.

Perché tutti in questo film, chi più chi meno, sono dei perdenti. A differenziarli sta solo il loro grado di consapevolezza.

La vita sul ring è una cosa, quella fuori dalle corde invece richiede una profondità alla quale il nostro protagonista non riesce ad adattarsi. Sta qui il dramma umano di un perdente fuori dal ring che non riesce ad abituarsi a un'altra versione di sé, un piccolo dramma a misura di perdente che illustra in maniera disillusa la micro odissea di un uomo imperfetto, forse anche buono, ma che non sa adattarsi agli stadi dell'esistenza.

C'è chi ha saputo quando smettere, e chi come lui ha pensato che vivere sia un incontro perenne. Proprio con la simulazione di un match si chiuderà la faccenda, ma sarà una battaglia spoglia, squallida e a dir poco anti-climatica, l'unica possibile quando quelli presi in causa sono due vecchi che in realtà non hanno molto altro da dirsi dopo quella parodica resa dei conti verbale. 

Bang Bang gioca così per tutta la sua canonica durata, con una regia solida e bellissima e una fotografia che accompagna questo degrado umano in maniera sottile e quasi complice, fino a consegnarci il finale vero e proprio, quello più difficile e arduo da affrontare. 

Un uomo è seduto dall'altra parte del tavolo. Il passato reclama il proprio conto e Bang si siede con lui, l'unico legame rimastogli, l'unica cosa che a quel punto può fare dopo che si è reso conto di non avere nulla.

Il film si conclude nella maniera in cui terminano tutte le leggende e i grandi racconti epici, tornando a casa, alla stregua di un Sam Gamgee da discount che però si è perso la sua Rosie Cotton per strada.

Lo fa però nel silenzio e nell'indifferenza della quotidianità, lontano dai riflettori e dalle vittorie, solo in un presente che è tutto ciò che in realtà ci resta. 

Che gli resta, nonostante tutto.






Commenti

Post più popolari