LORDS OF CHAOS, di Jonas Åkerlund

La storia dei Mayhem, storico e precursore gruppo black metal, e della diatriba tra il fondatore Euronymus e Varg "Burzum" Vikernes che ne seguì, con tanto di chiese bruciate e morti ammazzati nel mezzo. Detta così sembra brutta, ma è la Norvegia, che vi aspettate...

Tra Dave Mustaine che cerca di bloccare sul nascere la carriera dei Testament mentre prosegue la sua eterna diatriba coi Metallica, fino a questi ultimi che bullizzano Jason Newsted cancellando le sue tracce di basso da ... and justice for all, passando pure dalla scazzottata tra Blackie Lawless e Lemmy "Dio" Kilmister, il mondo del metallo pesante è pieno di gossip, tafferugli tra artisti e altre sciccherie da Novella Duemila con le borchie. Quello del black metal invece è un mondo a sé. 

Iniziata col suicidio del cantante Dead, la cui foto col cervello schioppato divenne pure la copertina di un bootleg, proseguì con il rogo di diverse chiese toccando il proprio "apice" con l'uccisione del chitarrista Euronymous da parte di Burzum, la parentesi più oscura di quella che è la musica oscura per eccellenza, cosa che non ha impedito al genere di assurgere una propria personalissima mitologia sinistra.

Sulle vicende fu pure scritto il saggio Lords of chaos. La storia insanguinata del metal satanico, che ricevette un'accoglienza controversa sia dagli appartenenti della scena black che dai diretti interessati. In qualunque modo la si metta, credo sia una di quelle faccende dove la realtà superi la fantasia e che, tra pezzi di cranio usati come trofeo e cannibalismo nazista, il confine tra mito e pura invenzione diventi piuttosto labile. Ciò non ha impedito a Jonas Åkerlund di trarne un film, altrimenti col cazzo che sarei qui a parlarne.

Probabilmente il nome di Åkerlund non vi dirà granché, ma vi basti pensare che fu il primo batterista dei Bathory, storica band black metal svedese (Quorthon, ci manchi...) che divenne seminale per la creazione del viking metal. Egli militò dietro le pelli per un solo anno, dedicandosi poi alla creazione di videoclip. Suo è l'occhio dietro alla messa su celluloide di artisti come Candlemass e Satyricon, arrivando poi a gente come Rolling Stones, Christina Aguilera e Madonna, anche se la consacrazione del tubo catodico avvenne grazie a promo seminali come Smack my bitch up dei Prodigy e Telephone di Lady Gaga. Insomma, sul pentacolo l'uomo giusto al momento giusto, contando che successe alla regia dopo l'abbandono di Sion Sono, primo nome illustre legato al progetto, ma non tutti i Baphomet vengono con le ali...

A mio parere, quelle poche volte che il nostro si è prestato al cinema le cose non sono andate molto bene. Trovo che il suo stile non si presti nel momento in cui la sua presenza dietro la macchina da presa preveda un impegno superiore alla durata della canzone media, e quando le sue idiosincrasie sono venute meno per voleri produttivi come nel caso di The horsemen, lo script decisamente non era quello più affidabile di sempre. Insomma, nel suo che l'ha reso celebre un genio e un innovatore, così dedito alla ricerca dell'estremo a tutti i costi da farmi simpatia a prescindere, nella prosa del lungometraggio invece un mestierante goffo, che fa la spola tra due mondi similari ma opposti, incapace di distinguerne i confini, finendo così per guardare e farci guardare a nostra volta dalla parte sbagliata - e far recitare male Mads Mikkelsen ce ne vuole, aggiungo. Confidavo però che il suo essere stato un appartenente della scena speculare potesse aiutare, ma perdonami Belzebù perché forse ho peccato di ingenuità.

Infatti dal punto di vista nozionistico il film va che è una meraviglia. Ma con degli squinternati in grado di far sembrare i Mötley Crüe dei principianti, non cogliere l'interesse più morboso che alberga dentro di noi, quello che spinge milioni di lobotomizzati a seguire le dirette sui casi mediatici di turno, fosse difficile. Il problema è tutto quello che ci sta intorno. 

Un film, qualunque esso sia, non deve rendere giustizia a un genere musicale, quello spetta unicamente ai gruppi che ne fanno parte. Un film deve raccontare una storia, e deve farlo bene. A differenziare una bella storia da una pessima è quanto questa è in grado di lasciarti e, soprattutto, dal modo in cui riesce a farti empatizzare coi suoi personaggi. Questo non vuol dire che tu debba giustificarli, altrimenti McCarthy con Figlio di Dio doveva darsi all'ippica, ma dal modo in cui riesci a far vedere il mondo attraverso i loro occhi, illustrandone le storture che ne alterano la vista e il ragionamento; se non altro, l'ambiente in cui sono cresciuti. Come dico sempre, l'arte non deve farti stare bene, ma farti viaggiare, anche se il tragitto può non essere dei più piacevoli.

Dopo la visione di questo Lords of chaos, oggettivamente, anche qualora io fossi un novizio del mondo metal in generale, cosa dovrebbe rimanermi? Riesce a restituire una dimensione apposita di quello che è stata la musica, il senso di ribellione che ne è derivato e, soprattutto, dando un ritratto preciso e determinato dei suoi componenti? Che sicuramente erano quel che erano (certe cose non arrivi nemmeno a pensarle se sei a piombo) ma cosa ne ricaviamo che vada al di là della caricatura da questo film e dalle figure che si muovono al suo interno?

Tornando alla questione precedente, una buona storia è in gran parte data dal narratore. E mi spiace dirlo, Åkerlund non lo è. Affatto. Essere morbosi, specie di particolari raccapriccianti che in una storia simile abbondano da quando vedi uno fare l'aerosol con un corvo morto, non significa restituire la morbosità della situazione, proprio perché ci si concentra sulla parte sbagliata del tutto. Quello che il nostro tende a rendere esplicito è solo il ragazzino che fuma davanti ai genitori perché vuole farsi sgridare, ma il nero che macera dentro di lui resta sempre in disparte, suggerito ma esplicitato solo nei momenti di esplosione che, grazie tante, ma da soli sono solo mera spettacolarizzazione di qualcosa che forse meritava un approfondimento migliore.

Non sono un fan di quel tipo di metal. I miei ascolti adolescenziali e non sono andati sempre dalle parti di Manowar, Judas Priest e Pantera, ma mi interessano le storie torbide non tanto perché amo andare con gli stivaletti nella sugna, ma per capire cosa porti una persona ad agire in un certo modo, trovando nel suo bitume qualcosa che in altre circostanze sarebbe potuto crescere anche in me. E mi spiace, un gruppo di coglioni che gridano «Ave Satana!» ogni tre secondi per me non è sufficiente a restituire tutto lo squallore umano relativo a quella vicenda.  

Lords of chaos è un film estremamente didascalico, che ti fa raccontare anziché raccontarti le vicende (quel voice over continuo è il vero marchio di Satana, per me...), col solo risultato che temi così oscuri e violenti vengono quasi banalizzati nel loro male a causa di un regista incapace di intervenire quando servirebbe veramente con un occhio cinematografico davvero degno di questo nome. Non ne beneficiano i momenti salienti, quelli più importanti, perché quando non c'è una vera dimensione d'essere tutto appare piatto, anche la peggiore delle brutalità. E qui succede proprio questo, mi spiace dirlo. 

I blackster non sono d'accordo e hanno la bua perché ho parlato maluccio dei film dei loro beniamini? E chi se ne frega, c'è quello che piace (e il film può benissimo piacere, come tutto) e quello che si pensa su un dato argomento. La mia idea quindi è che un film in grado di restituirti vibes solo se sei appartenuto in parte a quel mondo e che offre poco altro, non è un film memorabile. Åkerlund rimane un grandissimo autore di videoclip, ma per quanto ci provi non riesce a sfuggire alla propria vera natura, ergo su grande schermo si rivela come la sola cinematografica che è.

Comunque, all'epoca dei fatti Burzum aveva diciannove anni ed Euronymous venticinque. Trovo che sia un particolare che nel film viene fin troppo ignorato...

Ci tengo comunque a sottolineare che questi metallari sono una minoranza, se superate lo scoglio della scarsa igiene personale e l'effetto seccapassera degli smanicati impestati di toppe, siamo carini, coccolosi e vogliosi di fare amicizia.

Lo è anche Åkerlund in fondo. E fa comunque parte della famiglia metal, quindi un posto nel mio cuore lo avrà sempre, anche se a modo suo. Lo avrebbe ancora di più se i suoi film li lasciasse dirigere a un altro, ma questi sono dettagli.






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