NO OTHER CHOICE, di Park Chan-wook

Dopo venticinque anni di onorata carriera, Man-soo perde il posto quando una ditta americana acquisisce l'azienda in cui lavora coma manager. Incapace di trovare un'occupazione ugualmente remunerativa, decide di far fuori fisicamente i possibili concorrenti ai colloqui...

Negli ultimi anni il cinema coreano si è fatto particolarmente sentire sul tema della disoccupazione e della disparità sociale. Infatti poco prima del nefasto 2020 il magnifico Parasite di Bong Joon-ho divenne un istant cult per tutti i cinefili e non, con tanto di vincita agli Oscar, e nello stesso anno il purtroppo poco considerato Burning di Lee Chang-dong ne fu la visione opposta e speculare. Non c'è da stupirsi visto come nel mondo asiatico il lavoro e la validazione da esso garantito è vista e sentita. 

Basti pensare al "mito" delle capsule hotel del limitrofo Giappone, vero e proprio Olimpo del servilismo lavorativo, ma non è che nella Corea del Sud la situazione sia tutta pesche e K-pop. Cambiano le piccolezze e le sfumature, ma la matrice culturale è sempre la stessa. Il che ci porta questo film...

Vanno prima spese due parole su Donald E. Westlake, nome che probabilmente vi suonerà sconosciuto. 

Vi basti sapere che fu uno scrittore molto prolifico che mise la firma su oltre cento romanzi di fiction e non, anche se la sua produzione passò sovente sotto l'ombrello dello pseudonimo. Questo non gli impedì di raccattare premi e consensi un po' ovunque, pure una nomination all'Oscar per la migliore sceneggiatura, venendo riconosciuto come uno dei più grandi autori crime d'America. La settima arte si era già premunita di trasporre il suo personaggio Parker, il ladro dal cuore d'oro, coi film Parker (appunto) di Taylor Hackford, Play dirty di Shane Black e addirittura Una storia americana di Jean-Luc Godard. Tra le firme eccellenti che hanno trasferito sul grande schermo le sue parole però c'è pure Costa-Gravas, che nel 2005 realizzò Il cacciatore di teste, trasposizione dell'acclamato romanzo The ax.

Ecco, Park Chan-wook aveva in mente di trasporre proprio quel libro dopo la realizzazione della sua celebre Trilogia della Vendetta, ma fu battuto sul tempo dall'esimio collega. Quindi eccolo qui, vent'anni dopo, a realizzare la sua versione del progetto, forte della produzione di Michèle Ray e Alexandre Gravas, rispettivamente moglie e figlio del regista scomparso, alla cui memoria il film è dedicato.

Il film non è da intendersi quindi come remake, è altresì una personale trasposizione del romanzo, con tutte le contaminazioni e le modifiche che non solo il cambio di setting, ma proprio la sensibilità orientale comportano. Perché se la disoccupazione è un tema (purtroppo) universale e strettamente legato a una crisi economica letteralmente globale, come si affronta l'argomento varia da luogo a luogo, inevitabilmente.

Cambia anche in base a come l'autore decide di parlarne, e qui casca l'asino, ovviamente da intendersi come il sottoscritto, perché affrontare il cinema di Park Chan-wook per me è molto difficile. Oldboy è il mio film preferito di sempre e il capitolo finale del suo trittico risentito, Lady vendetta, è stato un tassello seminale nella mia vita di cinefilo adolescente. Due picchi creativi che, però, non ho più visti eguagliati nella cinematografia del nostro, forse per limiti unicamente personali, ma ad ogni nuova uscita del coreano ho sempre sentito che "mancasse qualcosa", come se l'essere emerso troppo presto con due titoli pazzeschi come quelli lo abbia bloccato su nascere.

Spesso mi chiedo come avrei valutato i suoi titoli post-trilogia se non fossi stato battezzato al suo cinema in quella maniera, o avendoli visionati unicamente da mente vergine, ma non lo sapremo mai.

Sappiamo invece che nonostante tutto, al di là dei risultati, come ogni autore degno di questo nome è rimasto fedele alle proprie ossessioni e agli stilemi del suo personalissimo stile, spesso diventandone vittima come capita a molti. Qui invece succede qualcosa di opposto: Park fa un passo indietro e qualche altro in avanti, immette tutti i tic che ne hanno caratterizzato la cinematografia, il mestiere indiscutibile che valorizza ogni sequenza, e ci offre un film più "tangibile" rispetto a quanto fatto in passato, così perso nel suo filosofeggiare e nel vagare oltre l'estremo consentito, mettendo i piedi ben saldi a terra. Questo è meglio? Non spetta a me dirlo, so solo che rispetto ad altro questo film mi è arrivato più persino del precedente Decision to leave, che ho visionato ma di cui non sono mai riuscito a parlare - per limiti miei, ovviamente. E senza strabordare nel torbido ci offre anche una pellicola pessimista, molto più di quanto potrebbe far intendere, e davvero senza speranza per quella che è l'anima umana a tutto tondo.

Nella società patriarcale coreana (lo stesso regista l'ha definita così) la garanzia economica che l'uomo può conferire alla famiglia tramite il lavoro è ancora oggi considerata molto importante, ed è questo il pinto focale della grottesca vicenda.

Tutti i problemi presentati nel corso delle tragiche avventure di Man-soo (ma poi, solo a me fa ridere che il suo nome sembri quello di un'agenzia interinale?) potrebbero essere risolti con delle rinunce, anche se il lavoro desiderato stenta ad arrivare, ma lui non agogna nulla che esuli dalla produzione manageriale della carta. La sua odissea omicida è mirata molto banalmente al riottenere lo status mostrato volontariamente in modo artefatto nella prima scena, con quella casa palesemente ritoccata in digitale, proprio perché il senso di finto e fittizio emerga a favore dell'annullamento umano che la missione comporterà in seguito. La realtà è che lui annullato lo era già, perché tutta la sua vita e ciò che di bello ne era venuto fuori era dovuto a una totale dedica al proprio mestiere, senza il quale si sente, per l'appunto, senza identità. 

Spaesante è proprio una società che vede i dipendenti come pedine, il successo economico come unico viatico per la felicità e le fondamenta di una famiglia felice. Il film mette tutto sul registro della commedia, ma a far orrore è proprio come, senza mai slacciare il proprio umorismo nerissimo, si prosegua su una strada senza uscita. Lo dice già il titolo, non c'è altra scelta, ma la scelta è una questione di prospettive e punti di vista - tra l'altro, quella del protagonista è condivisa pure dalle sue vittime, ironicamente.

Poi per carità, non che qui mi sia innamorato di nuovo di un regista che mi ha consegnato il nuovo film della vita come fece quasi due decadi fa - sic. Quelle vette credo non arriveranno più perché, forse, sono stati dei guizzi che lì dovevano stare e non erano più previsti, semplicemente. Anche qui ho avvertito diverse discrepanze tra una prima parte molto ispirate e una centrale che, per quanto divertente e condita con quel gusto per il grottesco tipico del nostro, si perde per strada a favore di micro-intrecci che rallentano la visione pur infarcendola di mille soluzioni continue. A questo aggiungiamo pure che io non sento una particolare sintonia con l'umorismo coreano, anzi, a tratti proprio non lo sopporto, e abbiamo un film che per quanto mi sia piaciuto mostra il fianco più volte. 

Però c'è quel finale, e un buon finale forse riesce a riscattare qualunque cosa.

Lì avviene la conferma della spersonalizzazione non solo del protagonista, ma proprio dell'umanità tutta. Si avrà una vittoria, ma Man-soo sarà un "re solo" in un regno di nulla, in attesa che la stessa moneta con cui ha ripagato il mondo lentamente venga a presentare il conto anche a lui, prima o poi. Perché la vera vittoria della società è quando riesce a metterci al suo stesso livello, nella medesima ottica consumistica.

Ecco, quel finale mi ha angosciato più delle pirotecniche uccisioni che non ci vengono minimamente risparmiate, anche se sotto il filtro deformante dell'ironia a tutti i costi. E con questo futuro iper-tecnologico condito con relazione umane sempre filtrate da uno schermo, e con la minaccia aggiuntiva dell'intelligenza artificiale alla quale piano piano stiamo permettendo di toglierci gli ultimi scapoli di bello... ecco, quell'ultima sequenza tanto basta a dare i brividi.

Ma d'altronde, non c'era altra scelta. Non ce ne hanno lasciate altre e noi siamo stati contenti così, in fondo.






Commenti

  1. Un film abbastanza angosciante nella sua brutale riproposizione di dinamiche molto realistiche, nonostante i toni grotteschi utilizzati. Quel finale mi brucia dentro da gennaio.

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    1. Quel finale è il film in tutto e per tutto, rappresenta la disumanità molto più degli omicidi perpetrati...

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