FEED, di Brett Leonard
Perché sì, a dispetto di una locandina da pena capitale e una trama che sembra il sogno allucinogeno di un fattone, Feed è un film avanti anni luce per i suoi tempi. Che fossero tempi così maturi da risultare addirittura marci poi è un altro discorso, ma se ricordate come stavamo messi nei primi Anni Zero su alcune questione capirete che questo era grasso che col... ops!
Vanno spese due parole sul regista Brett Leonard.
Lui è infatti l'occhio dietro la cinepresa de Il tagliaerbe, un blob cinematografico davvero particolare poiché alti e bassi raramente si sono sommati come in quel caso. Infatti nonostante il successo di pubblico all'uscita, la critica lo accolse piuttosto freddamente e nel tempo è stato notevolmente rivalutato al ribasso, ricordato più con affetto che con vera passione, dato che allo smaliziato occhio moderno appare particolarmente cheap e ingenuo. Stephen King, l'autore dell'omonimo racconto da cui il cineasta trasse la sceneggiatura insieme alla moglie (contenuto nella raccolta A volte ritornano) fece addirittura causa alla produzione per far rimuovere il proprio nome dai titoli, dato che il risultato finale c'entrava poco o nulla con il suo scritto.
Fu però il primo esempio di cyberpunk mainstream e gli effetti speciali, per il periodo davvero avveniristici, segnarono un ipotetico punto di non ritorno per l'industria. Fu precursore del tema sulla realtà virtuale (Johnny Mnemonic era in dirittura di arrivo e Matrix nemmeno nella mente delle due future sorelle) tanto da condizionare tutta la carriera futura del nostro, che proseguì infatti col thriller Virtuality e poi con Premonition - che causò il secondo malcontento letterario, stavolta da parte di Dean Koontz.
Insomma, il buon Brett ormai koontz poco o nulla a Hollywood, e forse è proprio perché ha circolato nei sobborghi più indie della celluloide che ha potuto girare questo film in scioltezza.
Film avanti anni luce per certi versi, come già detto, peccato che Leonard stesso fosse all'oscuro del potenziale della propria creatura.
Perché facile fare i progressisti oggi a suon di Big Mama e influencer di stanza all'estero, esserlo nei primi anni dei Duemila, quando la figura della donna era grossomodo come l'effetto boomerang che stiamo avendo adesso da che l'Ozempic ha fatto fallire la body positivity, era tutt'altra faccenda. Agli albori del secondo millennio le modelle supermagre erano il fronte ultimo della bellezza e si parlava in maniera preoccupante di anoressia tra le giovanissime, definita in quegli anni una vera e propria piaga sociale occidentale. Proprio a maggio 2003 esordì la prima edizione di America's Next Top Model, per dire, e le ultime cronache raccontano di retroscena piuttosto inquietanti di quello show. Insomma, secolo che vai standard di bellezza che trovi, ma scardinare ciò che va in voga per mostrare l'altra faccia della bellezza o, ancor meglio, l'orrore di ciò che viene spacciato per bello, è una delle funzioni che ha l'arte.
Perché accettiamo che una modella scheletrica o una presentatrice televisiva così rifatta da essersi cambiata i connotati siano un punto di riferimento per milioni di ragazzine, mentre l'obesità viene unidirezionalmente valutata come male assoluto? In qual modo due estremi sono giudicati con parametri altrettanto pendenti sui lati della bilancia più distanti?
L'intero film poggia la propria mole su questa provocazione. Provocazione che in mani non dico esperte, ma quantomeno decenti o capaci, sarebbe potuto diventare ben altra cosa.
Brett Leonard non è proprio Kubrick, ma nemmeno James Wan. Il ragazzo si impegna parecchio, anche se i risultati non sono decisamente all'altezza delle sue ambizioni, e il risultato finale rasenta il pieno disgusto quado va bene e l'imbarazzo quando giro un po' peggio. Si parte con una trama piuttosto sgangherata alla quale si affianca una morbosità fisica davvero raccapricciante e, per non farsi mancare nulla, esordisce con una citazione del cannibale di Rotenburg (sì, quello dei Rammstein) a pieno schermo, con tutti i particolari più estremi del caso inquadrati nel dettaglio. Nulla di cui sentissi la mancanza, onestamente, anche perché la grazia espositiva è di grana piuttosto grossa... si può dire grossa o faccio bodyshaming?
Rimane però innegabile che, pur con tutti i suoi difetti, quella fotografia sparata alla CSI e le interpretazioni una più pezzenti dell'altra, sia uno dei pochi film del periodo che non ha paura, anche a costo di apparire ridicolo, di sbeffeggiare i dettami stilistici dell'epoca. Anzi, se vogliamo dirla tutta, l'essere fatto così male può essere preso come un enorme dito medio sparato in faccia a Hollywood e all'estetica fighetta da videoclip che MTV stava esportando pericolosamente in tutto il mondo e che tanti danni avrebbe fatto in futuro.
Può sembrare poco, ma si tratta di una provocazione non per nulla scontata che il film non ha paura di esplicitare in tutto e per tutto, e solo per questo, visto il panorama in cui è stato prodotto e nel quale fu costretto a sguazzare, merita rispetto.
Però non solo di buone intenzioni vive l'arte, e questo film, nonostante tutto, è e rimane una cazzata buona da vedere quando si è con gli amici della cannetta per sperimentare se riesce a farti passare gli effetti della fame chimica. Nonostante tutto, la storia è senza capo né coda, imbecille a oltranza e non sa gestire la sua natura da cinema degli eccessi, tanto che a una certa si rimane assuefatti da questo vortice di violenza fine a se stessa da rischiare l'indigestione, se mi perdonate il gioco di parole.
Anzi, a una certa rimane addirittura vittime della propria visione, dato che nonostante si parli dell'estetica non riesce a stabilire una quadra precisa sull'argomento. Infatti non esiste un personaggio femminile rilevante che sia uno, e nonostante il suo parlare della figura della donna risulta incapace addirittura di conferire un minimo di spessore alla vittima, qui vista come un poster da paginone centrale di carne, senza il benché minimo accenno di scrittura, identità o caratterizzazione degna di nota se non quella di essere il sogno segreto del dottor Nowzaradan, tanto che a una certa ho avuto pena per l'attrice costretta a recitare certe battute. E questo, per un film che ha determinate ambizioni, è un passo falsissimo.
Un po' meglio sul femminile insito nel protagonista, per quanto inserito a forza e grossolanamente, ma abbiamo capito che aspettarci la minima finezza da questo film è una speranza decisamente vana.
Su tutto, però, credo che il punto più basso stia proprio nel finale, stupido come tutto il resto ovviamente, dove si elegge la famiglia "normale" e tale perché bella nonostante i chiletti di troppo e forse felice proprio per questo, a dispetto della strafiga che, per propria natura di überkartoffeln, non dà la giusta serenità. Segno che i temi, ancor prima di idearli, bisogna anche saperli trattare.
Il film è più famigerato che conosciuto; per qualche strano motivo passò pure per il Festival di Cannes, (fuori concorso, ma è già tanto ci sia arrivato) e da allora circola nell'underground estremo, anche se con critiche e pareri contrastanti e non particolare amore, almeno che io sappia.
Di Brett Leonard invece non si sa nulla di particolarmente rilevante. Se qualcuno ha sua notizie, mi faccia sapere che stiamo tutti preoccupati per lui.











Commenti
Posta un commento
Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U