ROYAL AFFAIR, di Nikolaj Arcel
Il che è ironico, perché è proprio il suo paese di appartenenza a uscirne con le ossa abbastanza scricchiolanti, tanto che lo shakespeariano "c'è del marcio in Danimarca" avrà tutto un altro suono a fine visione.
L'intricato evento riportato nella pellicola è un episodio della storia danese da noi sconosciuto ma fortemente studiato in quel dello Jutland, tanto da aver dato origine a un'infinità di romanzi, opere teatrali, film e serie-tv. Non è un caso quindi che il regista Nicolaj Arcel abbia scelto di trasporlo su grande schermo, dato come stava messa la sua carriera in quel periodo.
Nel 2013 il nostro non era propriamente un novizio, ma nemmeno un nome di particolare rilievo nell'industria cinematografica. Si era distinto dopo l'ottimo successo di critica e pubblico per King's game, suo film d'esordio, a cui era seguito il fantasy Island of lost souls, il cui insuccesso aveva messo il percorso autoriale del nostro in una fase di stallo. Passò gli anni a seguire come sceneggiatore, collaborando tra le altre cose alla prima versione di Uomini che odiano le donne, fino a che non venne il turno di questo dramma in costume.
L'occasione era perfetta: un soggetto noto ai più, tra l'altro trainato dal successo dal besteller Il medico di corte di Per Olov Enquist, e di conseguenza la possibilità di lavorare con un budget considerevole dimostrando la capacità di padroneggiare uno script pregno di intrighi da accompagnare con uno stile visivo sfarzoso che beneficiasse dei fondi stanziati dalla Zentropa di Lars von Trier.
Ora, voi sapete che io sono un cinefilo praticamente onnivoro, ma il genere per eccellenza che la maggior parte delle volte non riesce proprio a scalfirmi è proprio quello biografico - che siano i lidi dove bazzica più spesso Eastwood è un discorso che forse un giorno affronteremo. Non ho mai voluto recuperare nemmeno il biopic su Tolkien, e i motivi sono prettamente cinematografici: i film biografici spesso mi danno la costante idea di essere un divertimento quasi esclusivo degli attori, che monopolizzando l'intero sistema finiscono spesso col rendere l'esperienza visiva una lunga puntata di Tale e quale show a forza di trucco e parrucco estremi, costringendo la scrittura a un mero enunciare dei fatti e la regia relegata al "mostriamo come sono andate le cose", per quanto si romanzi spesso a favore di spettacolo.
Non dimentichiamo poi i film storici, che sono spesso grossomodo la stessa cosa ma ad uso e consumo esclusivo di costumisti e scenografi. Senza contare il fiato sul collo costante degli storici wannabe che schiumano ad ogni inesattezza riportata su schermo.
Ora, sarei un ipocrita a elogiare questo film, che appartiene a tutte le categorie enunciate e ne segue la filosofia, ma guardandolo ho capito perché mezzo mondo si è invaghito di questa vicenda così importante per la terra dei legalizzatori seriali.
L'arte e il suo esercizio è un subdolo gioco di capacità e tecnica, guidato anche da forze oscure che non si possono spiegare del tutto a voce e che si manifestano in maniera silente. Alcuni le chiamano il quid, io dico che è la capacità di qualcuno di mettere nel proprio lavoro un'energia che riesce a trasmettere al proprio pubblico in barba a quello che manuali e professori possono dire. Lo vediamo nei tratti di un artista, nell'incrinarsi della voce di un cantante o nelle distorsioni di una chitarra. Arcel, che segue un rigoroso classicismo, impreziosendolo di varie suggestioni, riesce a conferire al proprio film quel carisma che non si riesce a spiegare e che, in qualche modo, ti tiene incollato allo schermo.
Certo, avere due mostri come Mads "mio attore preferito di sempre" Mikkelsen e Alicia Vikander in Fassbender aiuta di sicuro. Loro sono una meraviglia recitativa e riescono a dare ai loro personaggi tutto quello che la sola scrittura non riesce. C'è una direzione degli interpreti notevole, dato che l'intero film si basa sui rapporti tra le persone, e loro rimangono bravissimi a non eccedere mai nonostante fosse lecito aspettarsi lo scivolone con un soggetto simile. Il rischio di trasformarlo in una soap pruriginosa era dietro l'angolo, ma stiamo tutti rigorosi e non freddi, come ha detto qualcuno, ma perfettamente concentrati sulle cose importanti.
Ciò che potremmo veramente confutargli è l'essere comunque legato, e forse pure troppo, a ciò che racconta, senza che questo si riesca a tradurre in una riflessione più ampia. Fatti simili sono così assurdi da non sembrare neppure veri, ma limitarsi agli intrighi di palazzo e al dualismo del trapattoniano Struensee, senza che questo evolva in una disamina del potere e di ciò che comporta (c'è un passaggio molto sottostimato in cui lui stesso è costretto a ripristinare una legge che aveva eliminato), è qualcosa che alla lunga ho sentito. Non che sia per forza un male, ma avrebbe permesso al film di evolvere ulteriormente e di raggiungere un livello di grandezza superiore che, così, riesce unicamente a lambire.
Ad ogni modo, è comunque andata di lusso. Se tutti i polpettoni biografici d'antan fossero come questo, mi sarei entusiasmato pure io verso titoli che hanno ricevuto maggior diffusione. Qui siamo davanti alla macchina da presa di un vero uomo di cinema e la cui cultura dell'immagine è sicuramente superiore alla media, come dimostra il suo gentile saccheggiare dai quadri fiamminghi per la fotografia e la gestione delle inquadrature, senza contare che quella tragica svolta degli eventi risveglierà tutta l'ansia e la disperazione che un momento simile comporta, così come quel finale chiuderà il cerchio senza retorica o voglia di piacere a tutti ad ogni costo.
A me è piaciuto e in maniera del tutto inaspettata. Poi per Arcel è ironicamente iniziato, dopo il vippaggio conseguente al successo, un percorso ambiguamente impervio, ma restando fedele a questa formula ritrovata è riuscito in tempi recenti a toccare quelle vette che qui ha lasciato ben presagire, ma di questo ne parleremo più avanti.
Voi, intanto, recuperate questo film.










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