SEND HELP, di Sam Raimi
Il pane a tavola di certo non gli è mancato. Nell'ultima decade ha fatto un lavoro come produttore davvero assurdo tra il lancio della carriera di Fede Alvarez, diversi remake horror, titoli originali di genere e numerose serie tv, tra cui Ash vs the Evil Dead, ma come regista si è fatto desiderare fino a che non è toccato al magico tutinaro multiversale.
E vabbeh, sacrificio più che accettabile se può regalargli una seconda giovinezza dopo quasi una decade di assenza, peccato che questo film ha rischiato di non vedere mai il buio della sala perché i produttori inizialmente erano intenzionati a relegarlo nel cestone delle piattaforme; Raimi stesso ha dovuto pestare i piedi per un'uscita al cinema, e questo dice tutto...
Perché sì, piaccia o no, Raimi è da considerarsi tale, e in quanto appartenente alla categoria ha bisogno di un clima di totale libertà in cui il suo stile e le sue idiosincrasie possano esplodere come meglio crede. Il fatto che abbia abbandonato le fila del topastro nazista e sia ritornato a un cinema piccolo, più libero e meno incasellato in paletti produttivi, in un clima asfittico come quello del cinema moderno è tutto grasso che cola. Send help infatti è un film di Raimi al 100%, ha tutte le sue esagerazioni visive, la macchina da presa vortica in maniera incredibile e c'è una gestione degli spazi e dello slapstick da manuale. Credo che solo l'inizio ambientato in ufficio, in cui rimarca sui dettagli di disgusto della protagonista sia la sua firma in calce, poi arriva la scena del disastro aereo e dimostra che la lontananza dalla cinepresa non lo ha ammorbidito nemmeno di un grammo. Violenza, distruzione e particolari macabri come se piovessero - a una certa piovono i denti di un comprimario, non vi dico altro.
Sembrerebbe tutto molto bello, ma a rovinare la festa bastano i nomi degli sceneggiatori: Damian Shannon e Mark Swift. Questi due passerebbero inosservati anche nell'ufficio anagrafe, non fosse che sono le firme dietro a robe come Freddy vs Jason, Venerdì 13 (il remake di Nispel) e il rilancio si grande schermo di Baywatch. Insomma, non proprio il migliore dei biglietti da visita. Lo script infatti non brilla, è piuttosto canonico nelle sue risoluzioni e, pur essendo quanto di meglio fatto dal dinamico duo di pennivendoli (e sai che sforzo...) vive di dinamiche già accertate altrove e non offre particolari guizzi creativi a mero livello di trama. Proprio per questo un regista dalla personalità così dirompente diventa strettamente necessario.
Raimi non è mai stato un regista di "cinema colto", o come lo volete chiamare. La sua è la generazione successiva alla New Hollywood, che però da essa ha pescato a piene mani. Inoltre avendo un passato da produttore ha pure l'occhio clinico adatto. La sua produzione infatti non ha mai disdegnato i blockbuster, ma ha privilegiato la libertà creativa sopra ogni cosa. E per essere un regista d'intrattenimento serve molta più intelligenza di quanto non sembri, altrimenti la gestazione di opere come Soldi sporchi o The gift, i risultati anomali del suo percorso, non gli sarebbe riuscita in quella maniera.
Un regista non deve solo creare l'inquadratura più bella. Egli determina la filosofia che si nasconde dietro il film, riassunta nel gesto di posizionare la cinepresa e, con essa, il nostro sguardo. Dirci dove guardare è un'azione molto più sottile di quanto sembri perché guida l'anima dell'intera opera. Se Romero non avesse avuto l'ardire di creare quella dualità tra gli zombi e i manichini del centro commerciale, o ancora prima la cronologia delle morti in bianco e nero, la sua odissea dei diversamente viventi verrebbe ricordata alla stregua di molti epigoni finiti nel dimenticatoio. Essere un regista vuol dire spesso anche ricavare del buono da qualcosa che trascende la mediocrità.
Grossomodo, è quello che ha fatto Raimi. Il film diverte per il ritmo dato alle dinamiche, per la ricerca dell'esagerazione consapevole ma, soprattutto, finisce per essere un grottesco specchio dei nostri tempi e della filosofia consumistica, facendo un discorso molto più articolato di quello che può sembrare.
Perché affidarsi alle solite dinamiche sarebbe semplice. Suggerire in maniera sibillina che il capitalismo ci mangia tutti e che anche le categorie più vittimizzate possono essere attori principali in questa catena alimentare è molto più coraggioso, sfacciato e anti-consolatorio. The dark side of #girlpower.
Perché una coppia funzioni, bisogna avere due opposti che riempiano i rispettivi vuoti. Quando poi i ruoli si ribaltano, la cosa è ancora migliore. Il film quindi parte da una situazione di vantaggio da parte dell'odioso rampollo per poi favorire verso la sfigatissima dipendente, e mano a mano che il primo si imbruttisce, l'altra finirà per trovare una propria fiducia anche fisica come dimostra la scena del bagno - e scusate, per far apparire sgradevole la McAdams bisogna impegnarsi.
Poi sì, c'è una battaglia con un cinghialone piuttosto brutto che schizza sangue e poi seguiranno vomiti e umori direttamente in faccia a entrambi i personaggi, cose che sono ordinarie nel Raimi-style e che ci piacciono molto, ma sono solo il contentino per i fan. La vera chicca sta proprio nel ribaltamento dei ruoli totale che riesce a imbastire, alla somiglianza anche fisica nel corrispettivo balneare che ne segue e, anche, nella mattanza reciproca che richiama la sopravvivenza economica di un qualunque yuppie. Sono tutte cose che mi hanno colpito, e il fatto che proprio una donna sia protagonista sottolinea come chiunque non sia immune allo squalismo che la sopravvivenza nel mondo capitalista porta ad avere. E dopo aver sentito gridare PATRIARKATOH (che esiste e va combattuto, certo) quasi a caso, ecco, è stata la profondità inaspettata di un film caciarone ma molto più serio di altri titoli ben più blasonati.
Non cambierà la vita di nessuno e non sposta significativamente la misura della cinematografia di questo regista che ha segnato infanzia e prima adolescenza di molti in diverse epoche, ma mi è piaciuto ritrovarlo ancora in forma e in grado di piegare la materia al proprio volere. Peccato non abbia avuto più successo, perché lo avrebbe meritato.










Commenti
Posta un commento
Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U