BLOOD STAR, di Lawrence Jacomelli

Bobbi, studentessa di infermieristica accollatasi a un malessere che l'ha pure fatta finire in carcere, si ritrova sull'autostrada per il New Mexico per raggiungere il malevolo fidanzato. Quando incrocerà le ruote con lo sceriffo Bilstein, la sua vita conoscerà nuovi abissi...

Per quanto La cosa di Carpenter troneggi nell'Olimpo del cinema tutto, se penso al genere survival la mia mente va subito a quelle pellicole dove il filtro giallo domina. D'altronde, titoli seminali come Venerdì 13 e Non aprite quella porta sono propri ambientate d'estate, e se questa tipologia di film viene tirata in mezzo mi viene più naturale collegarla a un Wolf creek che a un Frozen, ma qui entriamo nell'autobiografico. Anzi, visto che si parla di me, autobiogra-fico.   

Per me l'estate è semplicemente una stagione di merda. Sudi, puzzi, combatti contro gli insetti e ti devi per forza vestire a cazzo per sopravvivere. Ecco, soppravvivere, questa è la parola chiave. Quindi un deserto sconfinato mi ispira più insidie di una montagna innevata; quella al massimo porta matrimoni tra cugini, quindi al frutto della tipica popolazione trentina.

L'estate è più comunemente la stagione distribuitiva di punta per il cinema horror. Io però sono una persona decente e un bel film dell'orrore me lo concedo in ogni momento dell'anno, con beneplacito del Gabri Ghezzi di turno, pertanto i mesi più bollenti sovente mi risvegliano la voglia proprio del genere survival per i motivi di cui sopra. Blood star grossomodo appartiene a quel circoletto, per quanto il genere dell'orrore lo sfiori solamente - è più un western urbano.

Trattasi della pellicola d'esordio di tal Lawrence Jacomelli, è anche un fiero appartenente di quel cinema fatto in fretta e furia, con pochissimi mezzi ma tantissima voglia di raccontare. Un cinema d'assalto costruito con le mance di Natale che, nella fattispecie, è stato girato in dieci giorni e montato la sera stessa dopo le riprese, con tutto ciò che questo comporta sulla resa visiva di alcuni momenti. Appurato quindi che non siamo alla prima del Drive di Refn, sarebbe comunque ingiusto bollare questa pellicola come l'ennesimo titolo che non ce l'ha fatta e destinato a perdersi nel marasma che è il cestone di Prime in mezzo a molti surrogati. Non che ci tenga a rivalutare la merda, però la coerenza ti porta a recensire i film tenendo conto della loro totalità. E questo, nel suo piccolo, mi ha risvegliato dal senile torpore che ultimamente sta prendendo un po' troppo il sopravvento.

Innanzitutto c'è il lato romantico (anche se dirlo nel vedere uno che ti punta contro il fucile sembra un ossimoro) verso il chaucheriano desiderio di narrare. Blood star è spoglio, sanguigno e totalmente basato sul racconto, quasi da drive-in per la sua storia produttiva e la resa finale, ma credo che la sintesi perfetta dell'arte del raccontare si racchiuda in questo. Bastano una superstrada, due personaggi e una faccenda losca, più il gioco di ripresa e montaggio nella sua forma più pura. La settima arte si basa su quello che riesce a trasmettere per immagini e per certi versi qui riusciresti a capire tutto anche a volume azzerato. 

Se poi andiamo ad ascoltare quello che i personaggi dicono, però, emergono anche dei risvolti inaspettati circa la condizione femminile. Certo, tutto trattato in maniera decisamente facilona e a tratti pacchiana, contornata da dei dialoghi non proprio a là Aaron Sorkin, ma per un prodotto che non si fa vessillo della tematica nemmeno per un secondo e che piazza quasi a tradimento la questione tra un avanzamento di trama e l'altro, è stato qualcosa di inaspettato, specie perché non idealizza nessuno e suggerisce più di quanto mostri a una prima occhiata. Fidanzati che opprimono solo con la linea telefonica, tutori della legge con obiettivi specifici e una particolare mutilazione rimarcano il concetto adeguatamente.

Certo, non tutto pesca e crema. Se volete certe risultati vi conviene rivolgervi altrove. Il cinema da guerriglia ha il suo innegabile fascino, ma paga il suo personalissimo scotto. Quindi se alcune sequenze rimangono squisitamente evocative con il poco archetipico che contengono nei frame, altre invece appaiono più improvvisate, quando addirittura pregna di una certa incuria - per assurdo, il tutto si rivela nella scena che presenta lo sceriffo. Posizionare la camera e preparare il set porta via molto tempo e soldi, pertanto questa si ripercuote anche nei momenti più semplici.  

Jacomelli ci prova e per assurdo ci riesce pure. Sa come tratteggiare con poco dei personaggi credibili e verso cui affezionarsi e si sofferma adeguatamente sui dettagli, tanto che pure un panino masticato diventa un co-protagonista di un momento che ci restituisce tutto quello che un antagonista dovrebbe essere. Sono questi i momenti che riscattano un film povero di mezzi, e Blood star è pieno di micro-sequenze simili. Poi c'è anche tutto il resto, che è goffo, gestito alla bell'è meglio e a tratti addirittura dilungato per far ottenere a un film dalla trama più scarna del mio conto in banca la durata di un lungometraggio medio, col risultato che quel dialogo in auto con la cameriera appare superfluo, inutilmente prolisso e ininfluente ai fini del benché minimo sviluppo della trama. 

C'è pure la questione degli attori. Sul villain nulla da dire, è portato in scena da un mefitico John Schwab, scelto da Jacomelli proprio per la sua fama di improvvisatore nato, quindi uno in grado di andare a braccio e portare a casa la scena in fretta anche di fronte a limiti ed errori altrui, un caratterista della miglior scuola che, scopro ora, ha esordito facendo la voce della tromba dei Teletubbies (storia vera, non sto scherzando!) e che si è ritagliato negli anni un curriculum invisibilmente incredibile - infatti dubito che i più lo conoscano, a me era del tutto estraneo. Davvero, se il film funziona è proprio grazie a lui, da come si mette gli occhiali da sole sul naso alla lentezza congenita dei movimenti, tutti studiati al millimetro, e nemmeno sapere quel particolare sui suoi inizi gli toglie la benché minima oncia di credibilità.

Purtroppo non è supportato da un'attrice di razza altrettanto elevata, tal Britni Camacho (a causa delle influenze della dolce metà fieramente millennial per me sarà #britniBITCH, sappiatelo) che si arrangia come può ma sulla quale pure il doppiaggio nostrano non riesce a mascherare le evidenti lacune. Un peccato per quella che deve essere la final girl di turno... e d'accordo che visti i presupposti era lecito non aspettarsi troppo, a una certa, ma visto il tema emerso durante la proiezione mi sembra una sorte attoriale vagamente ironica.

Asciutto, violento, grottesco e con un sano sadismo alla base. Dite quello che volete, ma per essere felici servono davvero pochi ingredienti e qui ci sono tutti, per quanto di sottomarca.

Il bello del cinema e dell'arte in generale però è anche come riesce a sollazzarti nelle sue forme più basse, accessibili e di fortuna. Anche se non vi svolterà l'esistenza, questo ne è un ottimo esempio. Quindi accattatevillo come il Parmacotto e date qualche brivido a queste afose serate estive! 





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