DIE MY LOVE, di Lynne Ramsay

Grace e Jackson vanno a vivere in una villetta isolata nel bosco, ereditata dallo zio suicida di lui. L'isolamento e l'arrivo di un figlio però mineranno irreversibilmente la psiche della donna...

L'origine è una storia a sé. Non per nulla, il testo fondativo per eccellenza della cultura occidentale alla creazione ha dedicato pure il primo dei libri che lo compongono (spoiler: è la Genesi), e se ogni vita è una nuova storia, ogni nascita è una piccola genesi. Non per nulla, per meglio comprendere un'opera, bisogna anche tenere conto del periodo in cui fu elaborata e quali furono le circostanze che ispirarono l'autore. Questo vale anche per quello che è l'estro artistico, vera summa dell'evoluzione umana, che proprio nelle storie, a partire da quelle religiose, ha provato a dare un senso all'insoluto. Poi, all'atto pratico, se chiedete a me, sempre di uno che parla col proprio amico immaginario si tratta.

La cosa più bella di Die my love, e se fossi cattivo direi anche più bella del film stesso, è che la sua genesi è avvenuta in un club del libro. E non uno qualsiasi, ma quello di Martin Scorsese, mica pizze e fichi.

Ebbene sì, insieme a degli stimati colleghi il buon Martino gestisce un club del libro a New York, la cui ubicazione è segretissima e che serve come fucina di idee cinematografiche - film come L'età dell'innocenza, Quei bravi ragazziShutter island hanno avuto vita embrionale lì dentro. Proprio tra quelle mura segrete si è nominato il romanzo Matate, amor dell'argentina Ariana Harwicz, suscitando subito le morbose attenzioni dell'italoamericano e di Jennifer Lawrence, a quanto pare habitué di quegli incontri, ed entrambi pensarono al nome di Lynne Ramsay per la regia; l'ex tributo perché ha sempre desiderato lavorare con la cineasta, e Scorsese perché la riteneva l'unica in grado di portare sullo schermo una storia così viscerale, simile a un lungo flusso di coscienza.

E in effetti, sarebbe difficile immaginare una regista diversa, proprio perché la Ramsay ci ha sempre abituati a soggetti ambigui, che guardano verso quella parte dell'animo che solitamente si vuole evitare di osservare perché abbiamo paura di trovarci dentro una parte di noi. Qui poi prende in esame quello che è ancora oggi il tabù per eccellenza, la maternità. Provate voi a parlare di bambini e maternità con chicchessia, credo sia l'unico argomento ancora in grado di far schiumare la gente - motivo per cui lo tiro sempre in mezzo quando mi annoio alle feste.

La Ramsay non è nuova all'argomento. Aveva parlato di un rapporto materno difficile con ... e ora parliamo di Kevin, e pure nel precedente You were never really here avevo portato alle estreme conseguenze una relazione parentale grottesca ed estrema. Qui invece va al lato opposto, non solo tratta la depressione post-partum, ma prede in esame la psiche tormentata di una donna che, molto probabilmente, madre non voleva esserlo. Questo cambia notevolmente le carte in tavola.

Nel trattare la figura della donna la si riveste sovente di una sacralità legata proprio al ruolo di creatrice di cui la nostra cultura l'ha rivestita. Toglierle questo, vuol dire mettere un vuoto su una convinzione ancestrale. I movimenti femministi si sono sempre battuti per estrarre la figura femminile da questo finto rivestimento di sacralità (vabbeh, se pensiamo alle bestemmie, tutto assume una sua logica...) per poter abbracciare la sua essenza a 360 gradi, e puntualmente le frange più conservatrici si sono messe in atto per attuare attraverso le scelte individuali della donna una forma di controllo. 

Ovvio che una che non le ha mai mandate a dire come la Ramsay lavori su ciò, dato che è come intervenire direttamente sul giudizio divino per interrompere la genesi terrena a cui si è biologicamente programmate.

L'intera pellicola è attraversata da momenti che sottolineano questo perenne clima di incertezza. Tra giornate tutte uguali, una carriera letteraria lasciata alle spalle per la vita familiare, una convivenza grottesca con un coglionissimo compagno incapace di comprendere le difficoltà della partner e continui riferimenti alla morte (solo a me suona parecchio sospetta la morte dello zio e le amnesie della Spacek?) il film tratteggia un contorno traballante su cui gli attori protagonisti si muovono in maniera febbrile.

Sulla carta, grasso che cola. Sulla celluloide mi è sembrato invece un gran casino, per un film sì coraggioso, ma pure parecchio confuso.

Sono certo che in quanto uomo sicuramente mi sarò perso delle possibili sfumature, ma a fine visione, pur avendo capito dove le nostre volevano andare a parare, mi è sorto sulla testa un grande punto interrogativo. Die my love è sì un film coraggioso e autoriale, e per quanto rispetto io possa portare a chi non piega mai la testa di fronte alla propria visione, non posso nemmeno promuoverla aprioristicamente. Specie se il film continua a suggerire senza mai trovare la quadra precisa, reitera sensazioni già espresse e porta tutto a un'esasperazione che alla lunga perde perfino di efficacia da quanto risulta ridondante. 

Ci sarebbe tantissimo da dire su questo film, da come collezione metafore di rigetto e di imposizione o di incidenti di percorso (povero cagnolino e povero cavallo...) fino a quello che è il rifiuto per eccellenza, quello del proprio ruolo, da vedersi come una lenta camminata all'inferno per abiurare a ciò che si era. Inferno figurato che non sarà mai peggio della realtà, e già questo basta a rendere un film perfettamente centrato su quelle che sono le proprie intenzioni. Poi sì, c'è tutto il resto, ed è qua che casca la levatrice, perché in mezzo a questi ottimi propositi e a una visione selvaggia e anarchica, tutto mi crolla inesorabilmente.

Tra una Jennifer Lawrence in perenne overacting che non si risparmia e una collezione di momenti che alla lunga si fanno reiteranti (insieme alla pessima gestione della micro-storia col motociclista), il film usa quel suo montaggio forsennato come arma da seppuku, diventando pesante, a tratti (involontariamente) snervante e pure abbastanza stanco nella sua ricerca del disturbo perenne.

La realtà è che mette in scena la disperata e febbrile ricerca di un senso per qualcosa che, purtroppo, senso non ne ha, pertanto tutto il corollario che vi sta attorno perde a sua volta significato. E basterebbe questo per inquietare sufficientemente oltre il limite, nella placita immobilità a cui spesso siamo costretti.

Un film in cui ho creduto e che volevo vedere da parecchio, peccato che, a questo giro, la mia sensibilità e quella della Ramsay non si siano incrociate com'era già magnificamente successo in passato.

Però, al di là di ogni possibile risultato o parere, che Odino abbia in gloria autori e autrici che hanno il coraggio di guardare dentro la parte più oscura di tutti noi, cosa che accade anche qui. Già questo mi basta, al di là di tutto.








Commenti

Post più popolari