LA FINE DI OAK STREET, di David Robert Mitchell

1982. I Platt sono la classica famiglia della provincia americana, ma dietro il loro steccato le cose non vanno proprio al top. La matrona di casa ha segrete velleità artistiche inespresse, il marito porta avanti una relazione clandestina con la bottiglia e ha dovuto rimediare a un lavoretto per pagare le bollette, mentre i figli risentono del clima. Un giorno un wormhole porta l'intero vicinato nel mesozoico, con conseguente incontro con gli esseri dell'epoca...  

Io la carriera di David Robert Mitchell non la capisco. Esordì ufficialmente con The myth of the American sleepover, un coming of age atipico ma dolcissimo, per approdare all'horror con It follows (a proposito, ha appena annunciato il seguito The follows), film più importante che bello ma che aveva dato il via all'ondata di un certo cinema di spavento autoriale che ultimamente tanta gioia ci sta dando. Al netto dei difetti, quel film era riuscito a ritagliarsi un seguito assurdo e ancora oggi lo ricordo con un certo piacere.

Ci si sarebbe aspettati di tutto, e infatti il nostro se ne uscì poco tempo dopo con l'ambizioso weird-noir Under the silver lake, film incasinatissimo che non convinse proprio tutti ma che, ad ogni modo, aveva un suo personalissimo fascino. Da allora però sono seguiti otto anni di silenzio, ed ora eccoci qui con questo La fine di Oak street.

Sarò onesto, più news uscivano su questo film e meno voglia mi restava vederlo, perché avevo l'impressione che sarei finito a dover citare la famosa battuta di Ian Malcolm... e no, non è «Quanto odio aver sempre ragione», anche se sotto sotto lo penso sovente. Diciamo una un attimino più prosaica, quella detta dopo l'incontro con la triceratop*, per intenderci...

Causa massima del mio timore è stata la Bad Robots di J.J. Abrams, un essere votato al lato oscuro della Forza il cui operato non è proprio tra i miei preferiti. Anzi, credo proprio che stare sotto l'ala di un simile rapace non si confaccia allo stile del nostro, e ancora adesso ho il forte sospetto che numerose imposizioni siano venute dall'alto... ovvero, il male assoluto per un cineasta che viene dalla libertà che solo un certo filone indipendente può regalare. E vi dirò, per quanto Mitchell non sarà mai il mio regista preferito, ha comunque la stoffa dell'autore, quello con una visione personale e che deve offrirtela senza compromessi. A me quel suo sguardo cinematografico languido e asfissiante piace, l'ho adorato anche nel suo film meno riuscito, ma più di tutto ne ammiro la capacità di partire da pretesti davvero assurdi (tipo una maledizione che si passa scopando...) per sviluppare delle trame tutto sommato convincenti. Non sembra, ma ci vuole molto talento, e se vi sembra poco provateci voi. 

Per questo credo la compagnia del re dei nerd non gli abbia fatto granché bene. Come può convivere la follia anarchica di certo operato creativo con la necessità di incasellare per forza qualcosa in schemi precostruiti, tra cui l'ormai stanca nostalgia per gli anni Ottanta? Come facciamo bilanciare le necessità autoriali con la spiegazione ad ogni costo e al ripristino dello status quo? Perché i terreni su cui si muove Abrams sono questi, e non sono per forza un male, ma possono diventare mefitici quando costringi una visione opposta alla tua a camminare allo stesso livello. Il fatto che il film sia rimasto in salamoia quasi un anno prima del rilascio forse suggerisce più di molte altre cose.

La fine di Oak Street infatti non è necessariamente una brutta visione... è semplicemente una pellicola inutile. Temi, ossessioni e desideri di una certa autorialità ci sono pure, ma per quanto bene costruisca qualcosa viene subito mandato in anchilosauro vacca poco dopo per una trovata idiota, un comportamento ancora più stupido e la solita quota che va piazzata per forza altrimenti non ci fanno giocare. Nulla è mai sufficientemente sporco o in grado di mettere in discussione quello che lo spettatore sta vedendo per funzionare davvero, non c'è mai una vera morbosità per la morte, e guardiamo tutto da una distanza di sicurezza che non fa mai percepire un vero pericolo nei paraggi.

Quelli presi in esame sono i b-movie del tempo d'oro che fu, pure in questo caos però l'operazione è goffa giacché non si sa mai da che parte stare. Il film non è mai sufficientemente idiota per sposare appieno l'estetica e l'etica di quei prodotti, e non è neppure abbastanza serioso per compiere una vera e propria rivoluzione in essere. Omaggia quello che può nella maniera più sbagliata possibile, con la conseguenza che ci ritroviamo a vedere un film sui dinosauri non richiesto quando, viste le capacità dell'autore, pensavo a qualcosa di molto più ampio. Non dico The village, ma almeno La guerra dei mondi - la prima parte, almeno.

Qui abbiamo una famiglia disastrata che può scoppiare da un momento all'altro, costretta alla sopravvivenza stando unita. Poteva uscire una meraviglia, invece ci è toccato 'na roba dove la Hathaway prova a spaventare un Allosauro con uno schioppo, McCregor ha il vizio della bottiglia volante che viene dimenticato dallo stesso autore... insomma, nessuno è mai abbastanza sgradevole da rendere davvero difficoltosa non dico l'empatia verso di loro, ma l'unione, dato che viene suggerito e nemmeno tanto velatamente che quei due non erano adatti a fare i genitori e si sono trovati al limite con una famiglia da tenere in qualche maniera. Insomma, un tema su cui si poteva ricamare (dato che pure qui abbiamo Penelope) tutt'altro arazzo.

Verso tre quarti però accade una cosa e avviene in maniera davvero brutale, davvero inaspettata. A quel punto ti dici che forse il film qualcosa di interessante da dire ce l'ha (insieme alla battuta «Perché non state mai zitti?», che è estremamente rivelatrice), salvo ricrederti di fronte a un finale che vanifica tutto. Lì è stata la prova definitiva che La fine di Oak Street merita la palma di occasione mancata dell'anno, e il fatto sovvenga una certa indifferenza di fronte a ciò spiega più cose sul film che su di me.

Non spiega però come mai inserire una serie di sotto trame, come quella dei bulli, che però non aggiungono nulla al piatto e soprattutto non portano alla maturazione dei comprimari, così come mi chiedo perché abbiano voluto modernizzare il look dei dinosauri in base alle ultime scoperte lasciando che i reduci di Regan protagonisti accettino la cosa come se fossero sempre stati immaginati così. E mi rendo conto sia cercare la piuma di Archeotterige nell'uovo, ma se mi manchi la spiegazione dell'avvenimento (non che mi servisse) e fai trovare una logica a una ragazzina prepuberale, una certa coerenza d'intenti deve esserci. E non fatemi parlare delle specie di dinosauro messe a cazzo o il fatto che bestie di sette tonnellate si avvicinino di soppiatto che rimaniamo qui fino al cretaceo...

C'è però una scena che mi è davvero piaciuta, quella dei coniugi che si fanno la foto divertiti davanti ai dinosauri che fanno le cosacce. Un momento volutamente ridicolo, ma funzionale e plausibile, una pausa in mezzo al terrore dove per un attimo i due protagonisti ritrovano la leggerezza che avevano perso nei vestire i loro panni di genitori litiganti.

Ecco, un momento così è stato quello che mi porterò dietro di questo film. E a rasentare il ridicolo non è il momento in sé, ma che funzioni a dispetto di tutto il resto. Triste proseguo per Mitchell, mi spiace davvero dirlo.






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