RESIDENT EVIL, di Zach Cregger

Bryan è un fattorino che trasporta materiale sanitario per gli ospedali. Quando all'ultimo gli viene affidato un "codice A" da portare urgentemente a Raccoon city, le cose per lui cominceranno ad andare malissimo...

La cosa divertente della faccenda è che Zach Cregger ha iniziato la sua carriera fondando il gruppo comico The Whitest Kids U' Know, coi quali portò avanti una serie di sketch per anni tanto da ottenere uno show a loro nome sulla rete Fuse. Chiusa quella parentesi, recitò nelle sitcom Amici di letto, Guys with kids e Wrecked, e contemporaneamente prese parte ai film Miss march e The civil war on drugs, entrambi co-diretti con l'ex compare di risate Trevor Moore, che ottennero però successo e visibilità decisamente moderati.

Dieci anni dopo ebbe la brillante idea di mettersi nuovamente dietro la macchina da presa, stavolta in solitaria, per dirigere Barbarian, film piccino che però ha avuto un successo di critica straordinario, tanto da aprirgli le porte per Weapons, film molto più ambizioso e ancora più riuscito, la conferma di un talento a tutti gli effetti in una stagione ricolma di ottimi horror. 

Il suo arrivo dentro un franchise come quello di Resident evil quindi ha leggermente scosso gli animi. Cosa ci capasse lui in una proprietà intellettuale di questo tipo nessuno l'ha ancora capito e, soprattutto, vista la forte impronta autoriale dei suoi lavori, c'era la realistica possibilità che i capoccia della Capcom interferissero per standardizzare la sua visione. A questo aggiungiamo anche che il titolo è già nel cuore di molti appassionati per via della saga cinematografica con Milla Jovovich e che in tempi piuttosto recenti si è tentata la via morente del reboot. Insomma, Cregger si sta muovendo in un territorio piuttosto impervio dove il virus T sembra il minore dei mali.

Ora, prima di addentrarci in analisi, devo specificare che al tesserino da nerd mi manca la passione per l'ottava arte e che a Raccoon city non ci sono mai stato, tanto meno a via Brombeis. Letteralmente, perché ho giocato a scrocco solo al quarto capitolo, che era pure ambientato altrove, quindi il massimo che posso fare è analizzare questo film unicamente come appassionato cinefilo, oltre che da ormai fan del regista, quindi non chiedetemi pareri su fedeltà o altro perché non ne avrete. Anzi, ho sempre asserito che ogni buona trasposizione si basa su un tradimento e, come ha certificato Paul W.S. Anderson, a volte nemmeno quello può essere sufficiente.

Mettetevi il cuore in pace, il capostipite in celluloide del 2002 era una cazzatona gigantesca, dove il meno talentuoso degli Anderson voleva solo vantarsi di chi aveva in moglie. Per quanto sia diventato cult, non era un bel film, ed andando avanti la saga non è mai migliorata. Quindi non fate lagne, perché per quanto possa esservi piaciuta in età prepubere (io li ho visti tutti e mi ci sono pure divertito) non s'ha da nominare quando si parla di cinema... a differenza di questo caso.

Cregger dimostra di essere molto intelligente trattando qualcosa che pareva essere infilmabile fino a poco fa (le trasposizioni videoludiche efficaci sono davvero poche) nell'unico modo possibile, ovvero staccandosi dai punti cardine del franchise e adattandolo a quella che è la sua sensibilità. Un'arma a doppio taglio, perché se attiri gente a pagare un biglietto per via di un nome, è anche lecito che questi si aspettino qualcosa di analogo al titolo che capeggiava sul poster promozionale. Se proprio vogliamo, è la sola cosa che mi sento di contestare a questo suo Resident evil e, forse perché non sono un videogiocatore, la crasi venutasi a formare non mi ha infastidito minimamente. Anzi, pur essendo entrato in sala con più di una perplessità, ne sono uscito addirittura entusiasta, per quanto quello che è dichiaratamente il capitolo minore di una filmografia possa entusiasmare. 

I topoi del cinema di Cregger ci sono tutti: da situazioni al limite vissute da tizi qualunque che ne vengono involontariamente investiti fino ai movimenti di macchina e le concessioni alla commedia slapstick ereditate dal suo passato comico, passando alle eleganti composizioni e le dinamiche tra le persone, oltre che un'ottima scrittura dei personaggi. Davvero, se proprio devo rendere atto di qualcosa a Cregger è quella di essere un ottimo scrittore di personaggi, uno in grado di tratteggiare i suoi protagonisti con poche righe di dialogo e, soprattutto, di farti affezionare ad essi con estrema naturalezza. Accade pure qui con Bryan. Perché la Umbrella e tutti i riferimenti rimangono sullo sfondo, quello che a lui interessa è parlare della notte terribile di un emerito coglione che, nel tentare di sopravvivere, ha l'occasione di maturare e prendersi le proprie responsabilità per diventare una persona adulta - oltre che un essere umano decente. 

Non c'è la morbosità di rimanere fedeli ai videogiochi. Anzi, il film sembra del tutto discostarsi da essi e dall'immaginario che hanno condizionato, limitandosi a mostrare le fasi embrionali di un disastro epidemiologico attraverso gli occhi di un poveraccio che aveva l'occasione di starsene a casa. L'elemento di rottura sta proprio qui, accettarlo determinerà il vostro rapporto con il suo terzo (rischiosissimo) film.

Io, personalmente, mi ci sono divertito un sacco. Tra riferimenti a strafottere verso il cinema di Carpenter, una fotografia pazzesca, un montaggio in stato di grazia e un perfetto bilanciamento tra tensione, umorismo e splatter, il film procede senza annoiare mai, con una regia solidissima a gestire queste montagne russe notturne e a regalare delle sequenze memorabili nella loro esagerazione. Ci si spaventa e si ride, ma soprattutto, fa quello che ogni horror dovrebbe fare, creare la giusta tensione lasciando che siano i fatti a fare la corretta narrazione, non limitandosi a spiegare in maniera pedestre quello che succede. Inoltre, qui ci vanno di mezzo animali, donne e pure bambini dagli otto anni in giù, alla facciaccia di chi si lamenta del politicamente corretto.

Soprattutto, alla sua abile scrittura dei personaggi si unisce l'estro di Austin Abrams (era il tossico di Weapons) che regge un intero film sulle spalle, tenendo sempre attiva la linea comica ma concedendosi una gamma di sensazioni a dir poco sorprendente. Ecco, un horror videoludico che lascia un così ampio spazio alla recitazione, altro particolare che dobbiamo segnare su questo bel cinema di movimento, che riesce a essere molto di più di quanto avrebbe legittimamente potuto rimanere, non perdendo mai un grammo di cattiveria con lo scorrere dei minuti e superandosi di continuo.

Può un film fatto per pagarsi l'affitto esaltare? Sì, se dietro la macchina da presa metti un regista capace e gli dai completa libertà creativa. A quel punto, anche i risultati più modesti arrivano a segnare un canestro, Forse non quello che ti fa vincere la partita, ma almeno il pubblico riesce a fare un grido di giubilo al momento giusto. 

Dipendesse da me, andrei subito a rivederlo, o lo terrei come confort movie d'ordinanza. Adesso spero che la saga trovi nuova linfa e non perda lo smalto e che Cregger lavori su altri progetti priginali. 






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