BAD APPLES, di Jonatan Etzler

La vita di Maria, (un tempo) motivata maestra elementare, viene messa a dura prova dalle violente esternazioni di Danny, un suo studente con forti problemi comportamentali. Dopo un alterco finito male la donna ha l'insana idea di rinchiuderlo e...

Se l'arte deve avere una funzione (posto che le cose più preziose forse sono tali perché non ne hanno necessariamente una) non è solo quella di ricreare il bello, concetto tra l'altro molto vago. David Garrick disse che deve "tranquillizzare l'agitato e scuotere il quieto", e ricollegandomi al concetto di bello penso debba portarci a comprendere meglio la vera essenza delle cose, tutte ricondotte all'animo umano. Ecco quindi che diventa necessario mostrarne i lati più oscuri e avvicinarci alle sue storture, scendendo quindi a un concetto di bellezza più profondo, asimmetrico e, in quanto tale, respingente, perché vivisezionare gli aspetti più sgradevoli della vita è una sorta di magnificenza simile al pus che fuoriesce da una ferita: fa schifo, ma disinfetta. 

Ecco, forse l'arte non salverà il mondo, ma può aiutarci nell'impresa descrivendoci e analizzando il male e, così facendo, insegnandoci a riconoscerlo. Visti i fatti di cronaca degli ultimi decenni mi duole ammettere che i risultati si sono dimostrati alquanto deludenti...

Come questo male viene descritto è materia che spetta solo alla sensibilità dell'autore. Non esiste un modo giusto così come non devono esserci limitazioni e censure, l'unica maniera corretta è quella che funziona in base alla natura dell'opera in questione. 

Il che ci porta a questo Bad apples, pellicola che potrei tranquillamente consigliare a mia madre (modo di dire di cui non devo abusare, dato che a sorpresa ha apprezzato robe come Animali notturni, madre! e L'estranea...) o a una fascia di audience estremamente ampia essendo praticamente innocuo nell'esposizione, ma che mostra una situazione fortemente ambigua senza strafare, anzi, stando dentro i confini del socialmente concesso ma risultando molto più scorretta di una puntata a caso dei Griffin.

Il vero talento nella scrittura, qui farina del sacco di tal Jess O'Kane che adatta il romanzo svedese De Oönskade di Rasmus Lindgren, sta nell'imbastire una storia che parte da una situazione quasi comprensibile, facendone poi evolvere le estreme conseguenze. Tutto senza strafare, ma durante la visione mi sono sentito terribilmente oppresso. Ecco, se dovessi descrivere questa pellicola in una manciata di parole, direi che si tratta di una versione più scanzonata de La sala professori, altro bel macigno didattico.

Quella di Maria non è una situazione semplice. La scuola non offre il giusto supporto nel gestire un ragazzo problematico come Danny, il padre è sempre impegnato con un lavoro assorbente che gli impedisce di essere presente come dovrebbe e gli altri genitori calcano la mano sull'ultima ruota del carro, ovvero la maestra, che ovviante non ha i mezzi per poter controllare una situazione così complessa e che necessiterebbe di un assistente educatore - proprio nei primi minuti la dirigente dice di non poterselo permettere, scaricando sulla protagonista tutta la responsabilità. Lo scenario è così desolante che, nella sua follia, quanto accade al canonico ventesimo minuto ci appare quasi comprensibile. Molto meno è tutto quello che si evolve da quella prigionia in poi, che evita accuratamente di cadere nel patetismo o nel retorico.

La presenza dietro la macchina da presa è di quelle discrete ma rigorose, con un senso estetico pulito e preciso. Il regista Jonatan Etzler, cineasta svedese che aveva firmato la commedia One more time per Netflix e qui in trasferta britannica per il suo esordio sul grande schermo, gestisce questo marasma di frustrazione con un gran senso del ritmo, non perdendo mai la natura di commedia dell'intero progetto ma sapendo quando soffermarsi sugli aspetti più torbidi, senza mai essere eccessivamente morboso o pesante. 

A esserlo ci pensano già i comportamenti che si evolvono intorno alla sparizione del ragazzino, forse la cosa davvero più agghiacciante di un film giostrato più sulla scrittura che sulla messa in scena, favorendo l'etica all'estetica - qualunque cosa voglia dire. Se una maestra guidata dalla disperazione che finisce col compiere un'azione discutibile può essere disturbante, dei genitori che nella scomparsa di un minorenne trovano motivo di gioia o, ancora peggio, vedono la situazione generale migliorare, rasenta il baratro che possiamo raggiungere come società. E un fatto simile lo possiamo tranquillamente vedere in un qualsiasi programma politico, dove il diverso, l'altro, è materia di propaganda su cui scatenare l'odio. Per questo Bad apples è un film macabramente attuale.

Non c'è nessuno che si salva in questo film. Ognuno, nella compostezza di una commedia garbata e mai sopra le righe, mostra il peggio che il suo ruolo concede, bambini inclusi. Si arriverà a una parziale resa dei conti dove l'ipocrisia di quanto già detto avrà modo di emergere, arrivando comunque a un finale beffardo quanto basta e che mostra come ogni oppressione prima o poi verrà alla luce. Ma non ci sono veri vincitori, solo vinti e una comunità che si nasconde dietro l'ipocrisia di una patina buonista per illudersi di essere migliore di quanto non sia.

Da questo punto di vista il film funziona benissimo. La protagonista, una sempre bravissima Saoirse Ronan, riesce a mantenere un equilibrio glaciale su quel limite opaco tra l'innocenza e la vera stronzaggine nel gestire una situazione più grande di lei, e la scrittura evita accuratamente una qualche sviolinata stoccolmese nel rapporto tra i due. Se proprio vogliamo trovare un neo, ma qui siamo di fronte al mero gusto personale, è che lo sviluppo finale lascia alcuni punti scoperti che potevano essere tranquillamente toppati esagerando, osando fino alla fine. Ecco, se il suo essere tranquillo e posato non mi ha dato fastidio, negli ultimi minuti mi è sembrato mancasse una cattiveria più plateale, anche solo per questioni di logica intrinseca.

Per il resto, le mele marce del titolo (uno squisitissimo plurale) sono gli adulti, quelli perfettamente inseriti e che dovrebbero essere i pilastri di una società degna. Etzler ci regala una storia di discriminazione, dove si cerca di mantenere la faccia pulita quando la realtà è giostrata dai prepotenti e dai capitalisti, che spesso sono la stessa cosa, e il successo personale finisce per agire sulla sopraffazione dell'altro. 

Lo stesso altro che la scuola dovrebbe aiutarci a capire, fornendoci gli strumenti giusti (e l'ambiente idoneo in cui farlo...) per una proficua convivenza.

Non si riflette mai su quanto la scuola possa essere uno specchio del nostro mondo, e se un film può apparire esagerato, pensiamo che dall'alto di uno scranno elettorale c'è chi ciancia di classi differenziate per i disabili e altre amenità.

Bad apples non cambierà le menti di nessuno né tantomeno il mondo esterno. Ma mi ricorda perché dobbiamo imparare a comprendere e gestire l'ambiguità, almeno nell'arte.






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