LA LEGGENDA DI BEOWULF, di Robert Zemeckis

Durante i festeggiamenti nella reggia di re Hrotgar, il mostro Grendel fa una mattanza. All'appello d'aiuto del monarca risponde il guerriero dei geati Beowulf, già cimentatosi in ardite imprese. Ma l'animo dell'eroe sarà duramente messo alla prova da...

Di tutte le volte che ho rifondato il blog, ho sempre voluto parlare aprioristicamente di due film. Uno è Watchmen, l'altro questo. Non i titoli migliori e nemmeno i miei preferiti, ma due pellicole che per motivi vari hanno significato tanto nella mia adolescenza.

Nella fattispecie, vidi La leggenda di Beowulf in terza superiore. Il titolo giusto al momento giusto dato che, per compensare a una numerosa serie di fallimentari tentativi di fidanzamento, ero andato completamente in fissa con le saghe norrene, forse nella speranza di essere compensato in maniera alternativa dalle valchirie dopo un martirio onanistico degno del Valhalla. La realtà era che l'ascolto ripetuto di Manowar, Wotan e Amon Amarth mi aveva fatto andare in una spirale (a proposito di anticoncezionali efficaci...) discendente abitata da omaccioni nerboruti, desideri di gloria ed epiche battaglie. Io, che mi sono fatto fregare la merenda fino ai vent'anni.

Per chi non lo sapesse, il Beowulf è in realtà un componimento in versi di origine anglosassone, e si tratta del più lungo nonché unico poema epico in inglese arcaico. Il suo autore è sconosciuto, così come la datazione risulta tuttora incerta. Si tratta del primo caso in assoluto di appropriazione culturale perché i personaggi non appartengono a nessun mito noto, l'autore (alcuni ipotizzano sia stato un monaco, si tratta però di una teoria non accreditata) ha rielaborato le leggende nordiche tramandate per via orale creando un racconto originale. Giusto per farvi capire l'impatto che ha avuto nel mondo letterario occidentale, pensate che della traduzione se ne occupò un certo J.R.R. Tolkien, che lo prese pure come ispirazione per un certo librettino che scrisse più avanti.

Ad ogni modo, la storia raccontata tra le pagine del Cotton vitellius, questo il titolo del codice poetico attraverso cui ci è arrivato, è l'archetipo per eccellenza. Il guerriero dei Geati è l'emblema dell'eroe tutto d'un pezzo, senza macchia e che, in virtù della sua temerarietà, è l'unico a poter sconfiggere il mostro - la veste pre-cristiana lo differenzia da figure come San Giorgio. Insomma, tutto materiale di cui il cinema si è sempre cibato voracemente. L'operazione qui adottata però è molto curiosa e, se le intenzioni fossero oro, qui saremmo più ricchi di Fafnir.

La storia dell'erede dei Wægmunding non è nuova a rielaborazioni. La più bella per me rimane quella del romanzo L'orco di John Gardner (ehi, quado ci decidiamo a ristamparlo?), che vede le gesta del danese raccontate dal punto di vista di Grendel, e negli ultimi anni si è fatto notare il fumetto della premiata ditta Garcia-Rubin, che dopo una narrazione quasi pedestre del poema hanno apportato un azzardo finale che all'epoca apprezzai molto. Ma dopo che questo personaggio ha attraversato tutti i media, dai videogame financo i giochi da tavolo, passando per due film con Christopher Lambert e Gerard Butler, cos'altro si poteva aggiungere?

La genesi di questo film in realtà ha radici vecchie quasi quanto il poema, e partì dalla mente di quel mattacchione di Neil Gaiman sul finire degli anni Novanta. Prima che tutte le squallide polemiche che lo riguardano ne inficiassero il curriculum, aveva tentato più volte di trasporre al cinema la sua serie a fumetti Sandman, percorso impervio che lo portò a conoscere un certo Roger Avary, fresco del successo derivato dalla sua collaborazione a un filmetto come Pulp fiction. Dell'omonimo di una canzone dei Metallica non se ne fece nulla, in compenso ebbero l'idea per trattare al cinema il mito di Beowulf, data l'esperienza in materia mitologica di Gaiman.  

L'intento originario era quello di realizzare un film piccolo e sulla falsariga dell'Excalibur di Boorman, ma dopo l'acquisizione dello script da parte del produttore Steve Bing il progetto passò nelle mani di Robert Zemeckis, l'uomo dietro a uno dei film che detesto più in assoluto, ovvero Forrest Gump. 

In quel periodo il regista di Ritorno al futuro si stava divertendo con la motion capture, tecnica che aveva già portato all'estremo con Polar express, e fu la stessa usata per questo film. Già qui il trasporre una storia classica e viscerale interamente al computer è qualcosa che a una persona sana di mente non baluginerebbe nemmeno nell'anticamera del cervello, ma sono americani e cosa vuoi che sappiano dell'epica europea. Ma comunque, al di là della ritrosia personale, per l'epoca questo fu un risultato incredibile a livello di tecnica, per quanto il fotorealismo ricercato portò diversi spettatori a domandarsi in cosa diamine si fossero cacciati, ma sarebbe ingenuo non sottolineare i meriti dell'approccio. Ogni scena infatti è coreografata alla perfezione, ci sono alcuni movimenti di macchina che nel reale sarebbero impossibili e l'interazione tra personaggi, oggetti di scena e scenografie durante i combattimenti (vedi le varie censure al batacchio del protagonista)  raggiunge una perfezione millimetrica che altrimenti si sarebbero sognati.

L'idea alla base poi è geniale. Mantenendo intatta la struttura del poema, creano una sottotrama che va a ricoprire il buco temporale che separa l'uccisione della madre di Grendel con l'arrivo del drago, trasformando un racconto eroico in quella che è una storia di non detti, cupidigia e ambizione personale.

Potevano servirci il capolavoro, invece ne è venuta fuori una scoreggina, pure a dispetto dei nomi coinvolti.

Se c'è una cosa che inficia questo film, oltre al grottesco che le immagini al computer restituiscono, è la ricerca costante del ridicolo involontario, che cozza con l'enorme serietà del tutto. Già all'epoca mi sorprese, ma a vederlo oggi è ancora più eclatante, La leggenda di Beowulf è un film insolitamente cupo e violento per quelli che sono gli standard di un blockbuster costato 150 milioni di dollari. Tra servi disabili presi a calci, personaggi femminili umiliati in tutto e per tutto, comprimari impalati quando va male e sgozzati quando va meglio, cristianesimo in divenire che si palesa con una serie di decapitazioni pagane e un mostro con manie autolesioniste, il film non si risparmia nulla, mette a disagio e, soprattutto, arriva a farlo in maniera gratuita, quando la trama involve nonostante cerchino in tutto e per tutto di darle profondità.

A chi si sarebbe dovuto rivolgere questo film? Non agli appassionati filologi, che ovviamente non ne hanno apprezzato le differenze, e nemmeno ai puristi dell'animazione, che nella tecnica che fu di Gollum vedono un tradimento a monte. Pure i cinefili hanno risposto male alla chiamate, trovandolo un film scombinato, ambientato praticamente in tre location (reggia, spiaggia e grotta) che non sembra sapere mai dove parare e come farlo, offrendo il fianco a una cupezza che però finisce per rivolgersi contro al proprio operato per la stupidità degli sviluppi; e non dimentichiamo il tormentone «Io - sono - Beowulf!» che io e un mio amico citiamo ancora oggi tra grandi e grassissime risate involontarie.

Ci sono due momenti però che ho amato molto. Il discorso sulla spiaggia col guerriero frisone, che con attori reali avrebbe potuto diventare un pezzo di cinema grandioso, e il discorso con la moglie prima di andare all'ultima battaglia col drago, due scene che con poco restituiscono il dramma che si cela dietro questa riscrittura goffa e maldestra. Ma forse è anche questo suo essere così sbagliato che gli dà un fascino tutto suo, uno di quelli che, in barba a tanti film perfettini ma insapori, dà quel gusto per il marcio che da queste parti è ben accetto. A suo modo, era #cinemadeglieccessi. 

Da adolescente l'ho amato in una maniera tutta mia e l'ho pure rivisto più volte, pur riconoscendogli tutti i problemi che si porta dietro. Per certi versi, gli voglio bene ancora adesso, per quanto figuri come il Grendel macilento e deforme che porta in scena. Per assurdo lo preferisco a quasi tutto quello che Zemeckis ha fatto in carriera - questo però spiega più di me che di lui.

Il buon Robertino giocò con la motion capture ancora una volta, realizzando A Christmas carol, poi finì a realizzare il live action di Pinocchio... e per un attimo, questo Beowulf non fu più il film di cui vergognarsi.

PS: quella che canta la canzone dei titoli di coda è la stessa Idina Menzel che pochi anni dopo fece il botto con Let it go.






Commenti

Post più popolari