LA MIETITRICE DEL TEMPO, di Francis Leclerc
Cosa differenzia però una persona che ha un'idea, bella quanto volete ripeto, da un artista?
Tutto quello che sta intorno ad essa, i modi di esporla, di articolarla, di poterla mettere in pratica. Insomma, l'esercizio dei sottili meccanismi che, senza un'adeguata formazione, non si riescono a riconoscere.
Anche perché ogni opera di qualunque media è intrinsecamente legata al racconto di una storia, e quella della narrazione è un'arte strettamente inter-connessa nella natura umana; serve per spiegare una parte di sé e giustificare la follia del mondo circostante. È tramite una storia che è nata ogni religione, inutile girarci intorno, e tutte le storie parlano unicamente di due cose: della vita e della morte, del percorso dalla culla fino alla tomba. Proprio per paura della morte si racconta, in modo da lasciare un proprio lascito.
Le meta arti vennero concepite proprio per mettere in discussione la stessa idea di arte e studiarne i meccanismi dall'interno, in un apparente gioco di autopompinismo che però ci ha lasciato alcune delle incursioni più fantasiose che la narrativa ricordi. Insomma, un pistolotto abbastanza articolato che però è strettamente collegato a questo film fantasy canadese, che proprio di storie e di come si attinga dalla vita per inventarle racconta, un bagaglio piuttosto ricco in grado di annaffiare i porti più sicuri possibili.
Ora, a riprova che la vita è più imprevedibile di qualsiasi fantasia, mi spiegate come fa un film che parte con presupposti simili ad essere una tale merda?
La pellicola ha origine dai racconti di Fred Pellerin, cantastorie quebecchese (nato proprio nella città dove il film è ambientato) che da anni raccoglie miti e favole della sua terra, rielaborandoli poi in forma orale nei suoi spettacoli. Si tratta di una figura molto particolare nel panorama artistico del Quebec, essendo anche autore di canzoni in francese canadese, fortemente legato alla propria terra e per tanto visto dai connazionali come un romantico difensore della cultura locale. Praticamente, un van de Sfroos sotto steroidi, giacché il patrimonio culturale del posto, per quanto conservato nei suoi punti essenziali, è continuamente reinventato.
Allacciandosi all'universo rielaborato nelle sue storie, Pellerin ha scritto la sceneggiatura di questa pellicola, portata in scena da tal Francis Leclerc, cineasta figlio non del pilota Charles, ma del poeta Felix Leclerc, molto attivo sugli schermi della bandiera con la foglia d'acero - questa dell'omonimia con gli sportivi è una fissa tipicamente canadese, vedete Villeneuve.
L'incontro tra i due non è casuale dato che entrambi sono poeticamente legati alla conservazione della memoria, e la natura orale con cui giocoforza questo film si basa crea il ponte necessario tra i due artisti.
Avevamo detto che una bella idea da sola non basta, e questo film ne è la prova. Peggio ancora, pur motivato dalle intenzioni più nobili che esistano, non riesce a imbroccarne una neppure volendo. O almeno, qualche inquadratura e diverse sequenze sono pure azzeccate, ma nell'economia generale nulla che compensi la somma delle parti. Ogni elemento riuscito lo è di per sé, non contribuisce mai a creare un arazzo completo, col risultato che abbiamo una parte centrale inutilmente articolata (per cosa, poi?) prigioniera del suo stesso schema, senza che quanto appare sullo schermo crei una vera e propria tensione.
Il giochetto della nonna che cambia la storia perché fiaccata dalla malattia che senso ha se tutto è messo a caso, non c'è un senso crescente verso la fine? Diventa solo un trucchetto sterile che alla lunga stufa e perde pure mordente, in special modo dopo alcune scene davvero idiote che nemmeno con la sospensione più tirata si riescono a prendere sul serio - qualunque riferimento alla carta da gioco che svolazza per tre quarti di isolato non è casuale. E così è per tutto il resto, che non sa mai incidere quando deve, sprecando il buono che c'è nel mestiere del suo autore.
Non aiutano poi gli attori, che ce la mettono tutta, ma ognuno di loro è in palese over-acting e si ritrova a recitare batture idiote, col risultato di vandalizzare ogni sequenza che, nel suo cercare di essere ingenuamente caricaturale, appare solo e unicamente irritante, con questa protagonista così perfetta da non risultare credibile nemmeno in una storia simile.
Avete presente Delicatessen di Jeunet e Caro? Premettendo che quello è uno stile che non può piacere a tutti, ma vi rendete conto di quanto sia difficile far quadrare le parti senza risultare fuori posto nel momento in cui si enfatizza tutto? Ecco, qui non succede. Per ognuna che ne azzecca, Leclerc ne sbaglia altre cinque, col risultato che il suo film è sfilacciato, poco coeso e perso nella sua voglia di sembrare particolare a tutti i costi, senza la capacità di premere l'acceleratore quando necessario e sprecando così una scena finale, quella sì davvero bella e pregna di significato, in una storiella che prende il tempo che trova, banalizzando in maniera colpevole un concetto che avrebbe meritato ben altro trattamento.
Non male il design della Morte, ottenuto solo mediante trucco ed effetti pratici, ma dopo quella di del Toro in The Golden Army ognuna passa col semaforo rosso.
Insomma, io sono partito con le migliori aspettative, voglioso anche di trovare quell'immaginario gotico-fiabesco che è stato parte fondante della mia crescita di spettatore, ma mi sono imbattuto unicamente in qualcosa che non sapendo cosa vuole essere, finisce per diventare solo una grandissima occasione mancata.










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