MEN BEHIND THE SUN, di Tun-fei Mou
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Credo però che questo Men behind the sun sia uno dei pochi film infami quasi quanto i fatti che narra.
Si tratta di un film di exploitation cinese diretto da Tun-fei Mou, regista che all'attivo ha pochi altri titoli similari, tra i quali figura perfino l'ultimo dei tre seguiti che ne derivarono. Non che si sentisse una particolare mancanze dei prosegui, e non solo perché il secondo è a conti fatti un vero e proprio remake, ma perché già il primo non brillava di particolare valore cinematografico e alla lunga la saga si è trasformata in una gara a chi la faceva più fuori dal vaso - proprio l'ultimo "vanta" un aborto forzato effettuato tramite baionetta.
Questo capostipite è passato alla storia per l'efferatezza e anche per due cose molto ambigue successe sul set, che ovviamente hanno alimentato la sua fama di film maledetto.
Maledetta è stata anche la sua genesi pasticciata, che costrinse il regista a trovare i fondi tra Hong Kong e Taiwan, arrivando solo all'ultimo alle casse cinesi che, manco a dirlo, lo costrinse a trasformarlo in un film di propaganda anti-giapponese. Ora come ora mi chiedo se si siano mai resi conto di cosa stavano andando a finanziare, ma l'ultimo aspetto è qualcosa che traspare in ogni scena e che mi disturba quasi quanto tutti i momenti splatter (è più forte di me) e che di certo inficia su un film che, fuori dal contesto estremo, non può definirsi proprio indimenticabile.
Quella dell'Unità 731 è una faccenda per cui i giapponesi, quelle rare volte che l'argomento viene fuori, voltano la testa dall'altra parte facendo finta di nulla. Trattasi in poche parole di un'unità segreta dell'Esercito Imperiale Giapponese attiva negli anni Trenta e durante la Seconda Guerra Mondiale, che si occupò di esperimenti biologici e chimici sugli esseri umani. Tra le nefandezza effettuate tra le mura delle loro basi situate nella Manciuria occupata dal Giappone si contano vivisezioni su prigionieri vivi, test di armi biologiche e chimiche, ma anche sperimenti a base di congelamento e disidratazione. Ovviamente, tutto ciò fu effettato sui civili cinesi tenuti prigionieri.
A guerra finita l'Unità venne sciolta e i suoi funzionari, sotto la guida del generale Shiro Ishii, non vennero nemmeno processati. Beffa delle beffe, ricevettero l'immunità da parte degli Stati Uniti in cambio della condivisione dei risultati ottenuti dalle loro ricerche. Si conta che durante la guerra morirono per mano loro fino a tremila persone, che ribattezzarono con l'appellativo di moruta (letteralmente, tronchi).
Si tratta di una piaga in quella che è la pagina più nera della Storia, ma dei numerosi fatti che costellano questo segmento di tempo nel film vi è solo una minimissima menzione.
Tun-fei Mou si limita a realizzare una storia che sta in piedi con lo sputo e si concentra principalmente sull'aspetto delle torture, che non sono moltissime ma vengono distribuite in maniera parsimoniosa per tutta la durata, restando fedele alla propria natura di film di explotation. La pellicola non ha particolari finalità artistiche, se non il mostrare esplicitamente l'eccesso e gli elementi più forti, calcando la mano negli aspetti più caricaturali che riguardano il sensazionalismo della violenza. Fallisce quindi nella natura documentaristica e nozionistica, ma anche in quella registica, essendo un prodotto blando e senza personalità, altra caratteristica che lo lega a molti prodotti similari in maniera ben poco onorevole, anche solo per la fama ottenuta nei circuiti dell'eccesso.
Comunque la si voglia mettere, questo di Tun-fei Mou è un film davvero brutto, anonimo e moralmente squallido non solo per quello che mostra, ma anche per i modi in cui le scene divenute celebri sono state realizzate.
Perché se le mani scuoiate dopo un surgelamento e degli intestini espulsi dall'ano di una vittima dopo l'immissione in una camera iperbarica possono suscitare la sinistra ammirazione degli amanti degli effetti più caserecci, a colpire per davvero sono l'autopsia di un bambino e la scena di un gatto divorato dai ratti.
Beh... tenetevi forte. Sono scene vere.
Il bambino era morto da poco e l'autopsia fu eseguita sul set col consenso dei genitori, mentre sul gatto ci sono diverse versioni tra chi certifica la reale uccisione del felino e alcune dichiarazioni del regista che disse che si trattò di una scena finta realizzata in dieci step, ottenuti ricoprendo il gatto di una sostanza dolce che i topi andavano a leccare. Comunque la si voglia mettere, è una roba che fa passare come un fiero animalista pure uno come Ruggero Deodato e che, per me, pone questo film sul piano più basso del valore non solo artistico, ma pure morale e umano.
La qualità artistica bassa se non nulla non è di per sé una colpa, se non sul piano autoriale, ed è del tutto lecita e implicita nel rischio di ogni esercizio proprio dell'arte. Il fine propagandistico, invece, pone la questione su un altro piano, peraltro aggravato da tutto quello che si è ricamato intorno alla lavorazione di questo film. Che già a poterlo definire tale per pura formalità mi sembra di fargli un complimento.
Non che ci sia altro da dire su qualcosa che vive di sensazionalismo ed immagini forti per il solo gusto di esserlo, come certificheranno i seguiti, che sono felici di risparmiarmi e spero abbiate la comprensione verso le mie scelte. Ma davvero, a tutto c'è un limite.
Pellicola a suo modo leggendaria, a mio parere per i motivi più sbagliati possibili e che non meriterebbe una visione. Non solo perché si tratta di un film di cui si può fare volentieri a meno e per la totale assenza di utilità anche solo informativa, ma anche per la moralità che sta dietro al tutto.









Non l'avevo mai sentito nominare, ma da come ne parli forse era meglio così.
RispondiEliminaPeccato, perché la faccenda dell'unità 731 è davvero interessante (per quanto mostruosa).
Decisamente meglio così, fidati 🤢 anche se qualcosa mi dice andrai a sbirciare... 😅🤣
EliminaMai sentito nominare, giuro!
RispondiEliminaMa meglio 😅🤢
EliminaSapere poi di QUELLE SCENE fa sentire sporchi dentro...
RispondiElimina