SHADOW, di Zhang Yimou
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Ora devo solo capire perché mi presento a lavoro tutte le mattine e quell'aforisma sarà inconfutabile.
Che il nostro si trovasse molto bene nel cappa e spada in salsa di soia si era capito per come gli riuscì di trasformare un film di propaganda (all'epoca Hero era il film più costoso mai prodotto in Cina) in una storia che verteva sulla verità, il racconto e la memoria. Qualcosa di così particolare da essere rimasto nella salamoia distributiva occidentale per almeno due anni, fino a che non si intromise Tarantino facendo pesanti pressioni alla Miramax, che lo distribuì mettendo il nome del regista di Pulp fiction sulla locandina.
In realtà l'unico vuxia ad aver sbancato fuori dai confini orientali fu La tigre e il dragone di Ang Lee. Hero ebbe un forte successo, nonostante la diffusione tardiva, ma i film del trittico che seguirono un poco si persero nel marasma di prodotti similari distribuiti nei primi Anni Zero. Il nome del loro regista rimase relegato al circuito degli appassionati, anche se un film il cui soggetto portava la firma dei Coen non si vide mai sui nostri schermi e il suo I fiori della guerra, che vantava Christian Bale come protagonista, da noi saltò la sala per approdare direttamente in dvd.
Sorvoliamo poi quel triste capitolo che fu The Great Wall, credo che Yimou stesso sia il primo a volerlo...
Fermo restando che ancora oggi piango gli otto euro spesi in fiducia alla maestranza del nostro e che uno che è stato fidanzato con Gong Li può permettersi lo stracazzo che vuole, anche fare un cinepanettone o un video di Tommaso Paradiso, questo suo ritorno alle sciabole è stato apprezzatissimo ma allo stesso tempo totalmente inaspettato.
Seriamente, qualcuno lo aveva mai sentito nominare?
Ammettendo che il 2018, anno di uscita, per me fu segnato da un particolare straniamento, ho scoperto questa pellicola per una pura casualità, e dopo una rapida ricerca non mi sembra che al di fuori dei festival specializzati abbia lasciato una particolare scia dietro di sé. Il che è strano, perché per quanto lontano dai fasti con cui la mia generazione conobbe questo autore, non è affatto un film malvagio e possiede dei momenti fortemente ispirati.
Che dietro la macchina da presa ci sia un maestro si vede per come, pur adottando tutti gli stilemi tipici e inevitabili del genere, riesca a ritagliare delle sottili ma peculiari differenze da quanto già espresso prima sul tema, rendendo il film un'esperienza a sé.
Se Hero riprendeva il filone epico-patriottico, La foresta dei pugnali volanti quello fiabesco e La città proibita la riabilitazione orientale del dramma di shakespeariana memoria, qui Yimou realizza il suo film più anarchico e cupo. Tra le varie regole non scritte del genere, il vuxia prevede una netta distinzione tra il bene e il male, contrapponendo generalmente alla volontà del guerriero spinto da nobili intenzioni un mondo che vuole servirsi della purezza delle arti marziali per perseguire i propri scopi loschi. Qui invece abbiamo una storia lercia fino al midollo che non lascia alcuna speranza di redenzione e che nemmeno nella guerra trova una possibilità di epurare le anime dei corrotti che si muovono tra gli schieramenti della politica.
Si parla di pace, governo, responsabilità, vendetta, onore e promesse non mantenute, tutti temi cari alla narrativa epica cinese, ma il combattimento non porta mai la catarsi che in precedenza poteva avvenire - il duello che dovrebbe essere l'epicentro di un qualsiasi racconto epico o cavalleresco qui è spoglio da ogni implicazione - e l'essere umano è mostrato in tutta la sua bassezza, rompendo le figure archetipe della tradizione.
Il romanticismo che dovrebbe caratterizzare questo genere di operazioni c'è, ma è sempre sepolto da una messa in scena spoglia, quasi assente, che rinuncia addirittura all'uso dei colori, a sottolineare il disincanto morale dei personaggi.
Il combattimento stesso è quasi messo in burletta perché... beh, usano gli ombrelli.
Avete letto bene.
Non so con che coraggio Yimou si sia presentato dai produttori con questo particolare, ma realizzare scene di battaglia simili e, soprattutto, farle funzionare anche dal punto di vista della semplice spettacolarità, richiede un grande talento, nonostante lo straniamento iniziale che possono creare.
Shadow quindi è un film semplice forse a una prima assimilazione, ma comunque capace di prendere testa, occhi e pancia, pur senza rinunciare a una forma teatrale che all'origine tragica deve molto e lasciandosi andare a un climax finale che trascende ogni possibile messa in scena, concedendosi unicamente ai legami (malati) tra i personaggi, mettendo alla berlina così ogni forma di governo esistente.
A questo (inaspettato) giro Yimou non ci regala nulla di nuovo, se non una storia raccontata come solo un grande maestro è in grado di narrare.










Hai ragione, nonostante di questo regista io abbia visto quasi tutto, questo mai sentito anche se i suoi film di lotta se pur spettacolari sono quelli che mi prendono meno.
RispondiEliminaHai visto One second?
Sui suoi film di lotta non posso essere obiettivo... me lo hanno fatto scoprire e comunque è riuscito a mantenere anche lì una poesia incredibile - che si sente anche in questo caso, per inciso.
EliminaDi "One second" ne parlerò a breve, invece ;)
Se trovo il DVD lo guardo volentieri, fosse solo per guardare la battaglia degli ombrelli 😁 Un regista che mi piace parecchio 👍
RispondiEliminaSicuramente non è tempo sprecato, il nostro parla quando ha qualcosa da dire, come nella tradizione orientale - The great Wall a parte, ovviamente...
EliminaUn ritorno che effettivamente aspettavo, soprattutto dopo gli ultimi film...quindi cercherò di vederlo quando potrò ;)
RispondiEliminaNon scappa 🤪 che poi dopo ce sta pure n'artro film da recuperare 😶
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