STRANGE DARLING, di JT Mollner
Tra l'altro, mesi fa avevo postato un frame di Cane di paglia in allegato a un discorso inerente l'ultima frignata della Gerwig e Meta me l'ha censurata perché l'immagine di Dustin Hoffman armato di fucile andava contro le linee guida.
Merda, vuoi vedere che davvero non...
Ok, abbiamo scherzato e riso, ma credo che questo sia un discorso che va preso con la giusta serietà - anzi, tutti gli argomenti vanno affrontati in questa maniera. Anche perché non comprendere il labile confine tra la libertà di dire la propria e la possibilità di offendere chicchessia sia un gap così semplice da evitare da ambo le parti che quasi mi sembra ridicolo doverne discutere.
Non credo che una volta ci fosse davvero tutta 'sta libertà di dire quel che si voleva (oh, se bestemmiavi erano cazzi e santamadonnissime, mica pesche e creme), ma sicuramente erano annate molto più semplici, legate anche al fatto che forse c'era una consapevolezza decisamente minore su diversi temi sociali e umani. Adesso i tempi cambiano con una velocità a tratti insostenibile e, per quanto mi sia sempre prodigato nei miei limiti di cittadino qualunque per il rispetto delle minoranze, alle volte arrivo che la festa è già iniziata da un pezzo.
Per dire, ieri ero un maschio bianco etero CIS, che inizialmente avevo confuso con la Cinformi, adesso invece sono MBEB, Maschio Bianco Etero Basic.
E mbe(h)b?
In tutto questo pure la figura della donna è una materia complicata da trattare nella fiction.
Ne sa qualcosa il regista JT Mollner, che di donne e fattacci si era già occupato con l'atipico western in gonnella Outlaws and angels, già un chiaro manifesto su come intendeva gestire la propria narrativa. E il fatto che col suo esordio abbia messo proprio una protagonista femminile (Francesca Eastwood, non so se mi spiego) ad affrontare coi propri metodi la minaccia maschile che viene dall'esterno non è un fattore così scontato, specie se pensiamo a quello che la Frontiera ha rappresentato nel DNA dell'America. La sua decostruzione è un passaggio obbligato, ma qui il nostro compie il passo successivo.
No, nessun invito dalla Valerio a Più Libri Più Liberi.
Essendosi già giocato il personaggio femminile forte™ con l'opera prima, alla seconda tocca alzare il tiro del grilletto. E in un'epoca dove si è già detto tutto, l'unica soluzione è quella di giocarsela sull'unica materia che una società desiderosa di argomentare la qualunque ancora non sa affrontare col giusto discernimento: l'ambiguità... ovviamente, con tutti i rischi che una scelta simile comporta. Perché tutto si può discutere e analizzare, ma farlo sulla figure ritenute in svantaggio (per giusti motivi, sottolineo) è un rischio che pochi sono disposti a correre, dato che uscire dal diktat del club dei dei giusti ha fatto finire più di una carriera.
Le polemiche su questo film infatti non sono mancate, ma più che un'eventuale impossibilità moderna di trattare la donna in una maniera diversa dall'eterno vittimismo che la vuole protagonista, la vera questione è l'ormai sopraggiunta incapacità di gestire un certo linguaggio e capirne gli aspetti.
Ora non voglio dire che questi sono tempi di webeti e che Mollner è il nuovo Ionesco sceso in terra, ma che questo film sia stato tacciato d'essere misogino e quant'altro è indice della mancata lettura di cui sopra. Quelli dell'ambiguità sono sentieri ostici in cui farla fuori dal vaso è un attimo, perché se da una parte abbiamo le orde imbufalite di analfabeti, dall'altra c'è il sempiterno rischio di minimizzare questioni sulle quali si sono fatti dibattiti e a ragion veduta. L'ambiguità è bella quando ragionata e in grado di mettere sotto i riflettori le ombre di ogni schieramento , non facendo il bastian contrario a tutti i costi. Mollner ha l'intelligenza di fermarsi sempre un attimo prima dello sfaldone e, soprattutto, di far riferimento anche allo stesso principio che ha portato alle diatribe di cui sopra.
La cronologia scombinata dei capitoli permette un gioco rivelatorio gagliardo dove nulla è quello che sembra, ma il mondo in cui i suoi personaggi si muovono non è proprio dei più idilliaci.
Ogni donna del film è taciuta, sminuita (basti vedere le interazioni tra i due poliziotti, nonostante l'esito dell'operazione...) come a dire che, sì, qui hanno fatto lo scherzone, ma sono perfettamente consci della situazione nel mondo reale, e mettere il tarlo del dubbio non significa mangiarsi tutto il legno di conseguenza.
Pure il personaggio che dovrebbe ribaltare il comune credere ha un piccolissimo momento verso il finale dove si accenna a qualcosa che potrebbe essere un di più, ma il film ha l'intelligenza per fermarsi un attimo prima di diventare fin troppo ridondante. Non vuole farci pistolotti morali, non è il suo interesse e nemmeno il suo compito: Strange darling vuole solo divertirci e, perché no, prenderci un po' in giro insieme ai sensazionalismi di questo periodo.
Lo fa bene. Lo da dannatamente bene, e per tutta la propria durata, stupendo ad ogni plot twist. Andando a riordinare i capitoli interessati, stupisce scoprire che in realtà si tratta di una storia davvero ai limiti della linearità; questa gestione però rivitalizza un racconto che altrimenti sarebbe stato fin troppo statico, dandogli quella marcia in più in grado di farlo amare, anche di fronte a un finale (vero finale e ultimo tassello, insieme) che potrebbe deludere alcuni, quando invece è semplicemente coerente coi propri intenti.
Per concludere, una curiosità: la fotografia "nostalgica" è ad opera dell'attore Giovanni Ribisi, meglio conosciuto come il cattivone di Avatar (ma io lo ricordo con affetto come il matto del The gift di Sam Raimi), qui alla sua prima prova come tecnico delle luci.










Bombetta. Senz'altro il thriller più sorprendente dell'anno. Peccato che da noi non sia uscito nemmeno. 😅
RispondiEliminaNon immagino il casino che certe influencer avrebbero fatto, quindi da una parte meglio così 😅😅
EliminaTroppo figo come thriller (capitoli stile Pulp Fiction) e lei troppo troppa.
RispondiEliminaLei sublime 💖
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