LA CITTÀ PROIBITA, di Gabriele Mainetti

La giovane Xiao Mei, vissuta costantemente nell'ombra a causa della legge sul figlio unico vigenti in Cina, si reca in Italia per cercare la gemella, misteriosamente scomparsa. La sua vendicativa ricerca farà incrociare le vite di Marcello, giovane cuoco col padre scomparso, Annibale, strozzino attempato e Wang, gangster che sta spadroneggiando nel quartiere...

Se dovessimo riassumere in poche parole la carriera di Gabriele Mainetti potremmo dire che lui non è un semplice regista, ma un uomo con una missione: spingere il cinema italiano in luoghi prima inesplorati, arrivando a realizzare cose che ti meravigli siano state prodotte proprio nello stivale. Perché se Infascelli e altri nei primi Duemila avevano dato il loro piccolo contributo, erano seguiti quegli anni bui del nulla assoluto. Certo, c'era stato Zampagliuone con Shadow, quella roba strana di The butterfly zone, Alemà con At the end of the day, Gipi con L'ultimo terrestre e i Manetti che ancora oggi ci provano in barba a tutto, ma erano tutti film relegati alla loro nicchia.

E' stato proprio #PimpMainetti a fare il botto con Lo chiamavano Jeeg Robot, e da lì ha proseguito. Sempre uguale a se stesso ma, al contempo, diverso ogni volta, divenendo un punto focale nel cinema di genere italiano, se non proprio il suo baluardo.

Volessi essere polemico domanderei come mai dobbiamo sempre aspettare lui perché vengano prodotte delle pellicole di genere, quando titoli come Io sono amore e Il mio nome è Vendetta hanno raggiunto entrambi risultati più che ragguardevoli, segno che se l'appetito del pubblico viene saziato, visualizzazioni e biglietti sono quasi garantiti. Invece no, ai piani alti sembrano non averlo capito, e non che mi lamenti del soggiorno sugli schermi nostrani di un film simile, ma sarei ancor più contento fosse davvero l'inizio di qualcosa di nuovo e non un accenno a mo' di contentino per il lamentone di turno.

Sfogo a parte, però, tocca parlare del film. Che è un film di Mainetti, con tutte le sue crasi, dimostrando ormai una cifra stilistica più che personale, agguerrita, non disposta a scendere a compromessi (lo dimostra come non si sia lasciato lisciare dalle proposte di un sequel su Massimo Ceccotti) e perfettamente conscio della materia trattata. Perché il cinema d'azione segue le sue logiche, le sue particolarità e le leggi interne da rispettare, ma soprattutto, va tenuto in gran considerazione il contesto in cui si vuole operare, e qui sta la grande differenza del cinema del nostro e quello di un semplice emulo. Mainetti è un autore italiano che ha una conoscenza del cinema a trecentosessanta gradi, ma il suo citare non è mai fine al mero fanservice.

Il cinema da sempre si basa sulle commistioni, quella orientale su tutte. Non fosse così ci saremmo scordati i western di Sergio Leone, debitori dai chanbara di Akira Kurosawa (e da entrambi pescherà George Lucas per Star Wars), oppure la trilogia di Matrix dei delle Wachowski, che dagli anime e gli action di Hong-kong avevano razziato il razziabile - Tarantino non lo nomino neanche perché ho poco spazio. Il fatto appunto è che, come disse Pablo Diego José blablabla Picasso, i geni copiano e i mediocri imitano, pertanto la scorreria di idee va immolata in quello che è il nostro panorama e il nostro contesto, figlio quindi di un processo lungo, ragionato e perfettamente coerente. Non è che si è svegliato la mattina e ha voluto fare Gion Uic.

La città proibita è quindi un film italiano, italianissimo per come affronta la matrice orientale in quella che è la realtà romana del quartieri sovraffollati e multietnici e per come immette in questa ambientazione le scazzottate, che sono quello che alla fine ci interessa, rispettando leggi e dinamiche dei film che furono.

L'urlo di Mei terrorizza anche Roma Tiburtina e infatti volano botte, calci rotanti e "'ndo namo?" a raffica, mentre il mistero alla base si dipana e coinvolge la piccola ragnatela di personaggi, ognuno di loro caratterizzato alla perfezione con pochissimi dettagli. 

Se c'è infatti una cosa, ancora più del trattamento del genere, che caratterizza i film di Mainetti è proprio la cura che riesce a dare ai suoi personaggi. Già il capostipite, dietro il solo apparentemente gretto supereroismo pulp, aveva dimostrato una costruzione sopraffina che usava il genere preso in prestito come tramite per parlare di vite senza una scopo, e i suoi X-men antifà trattavano la ricerca di sé, del proprio ruolo nel mondo e nella Storia che stava manovrando gli equilibri per sempre. Anche qui, molto basilarmente, si parla di legami, quelli familiari e pure quelli che riusciamo a costruire, alla nostra identità che alcuni vedono nella romanità di un quartiere e che può invece sopravvivere anche alle differenze se ci mettiamo dal verso giusto della careggiata. Perché il vero cattivo alla fine è quello che rimane senza nessuno.

Trovo che parlare dell'anima delle persone in questa maniera, ridanciana quanto volete ma a suo modo pure profonda per come riesce a tirar fuori la tristezza della vita vera, quella marginalizzata e schiava delle proprie idiosincrasie, sia indice di un talento troppo spesso ignorato di fronte alla caciara che lo circonda. Posto che si tratta di una magnifica caciara, sia chiaro, ma non è l'unico elemento da considerare nei film del nostro. Forse quello più evidente, al massimo, e grazie tante che lui ce lo dà. 

Il film è costato sedici milioni di euro e si vedono tutti. Grazie a quei soldi si sono potuti permettere, oltre le numerose location dove si gira con tanto di bagno di folla, pure Lian Yang, stunt coordinator che ha prestato servizio su pellicole come Skyfall, Deadpool & Wolverine (ma davvero vi è piaciuta quella roba?) e Rogue One. La maestria di uno abituato a lavorare per le grandi produzioni si vede tutta e infatti le mazzate abbondano quanto basta, ogni sequenza di combattimento è finalizzata allo sviluppo della trama e non c'è mai uno sganassone lanciato a caso. Tutti sono fantasiosi, le mosse non si ripetono mai e, personalmente, c'è una scena con la grattugia usata come arma che sinceramente mi ha fatto venire i brividi.

Siamo a livelli di mattanza davvero esagerati, davanti ai quali non sfiguriamo nemmeno davanti ai due The raid, giusto per farvi capire il livello. I movimenti di camera sono fluidi, si mantiene sempre il pezzo sulla geografia degli ambienti e in uno c'è un gioco prospettico con ombre e nebbia che sa solo meriterebbe la visione. Ma già quello che apre il film manda a casa mezzi action visti di recente.

E Yaxi Liu è un angelo sterminatore bravissimo e bellissimo. Da sola si porta la snodatezza delle acrobazie oltre che il motore della ricerca.

Visto ieri e ne vorrei ancora, così come dei precedenti film di Mainetti, la vera rivelazione che si conferma come talento puro e cristallino di film in film. Spero continui a farne, anche a meno anni di distanza l'uno dall'atro, e che al botteghino abbiano migliore sorte - vabbeh, con Freaks out pure l'anno di uscita aveva contribuito, diciamo.

Cinema italiano, fiero di esserlo e di rappresentarsi senza vergogna della propria provenienza, come dimostra la bella sequenza della vespa sulle vie romane. Certe volte dovremmo ricordarci di chi siamo e di cosa siamo capaci.

Dal canto mio, sono già pronto a rivederlo.






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