LA GRAZIA, di Paolo Sorrentino
Non tutti i suoi film mi hanno entusiasmato e non sarà mai nella rosa dei miei preferiti, trovo però sempre qualcosa di bello nei suoi vezzi, nelle inquadrature ardite, nell'uso della musica e nel grottesco dei corpi che riesce a evocare... tutte peculiarità del suo stile.
Lo stile è quello che segna l'arte, che la rende così bella, varia e giocosa, e spesso finisce quasi per mangiarsi quello che l'artista voleva dire con quell'opera, ammesso e non concesso l'abbia mai avuto. Perché non c'è sempre la necessità di mettere bocca su qualcosa, qualsiasi cosa, a volte basta raccontare una bella storia. È un gioco con lo spettatore, un patto taciuto veicolato attraverso la creazione presa in oggetto. Ecco, spesso negli ultimi tempi ho sentito questo accordo rompersi col Paolone nazionale, così preso dai suoi virtuosismi e dal proprio stesso estro da finire in un vortice autoreferenziale senza via d'uscita. Era servito un ritorno alle origini come È stata la mano di Dio per trovare una specie di tregua (Parthenope ancora non l'ho visto) e, perché no, una "sincerità" che spesso si è sentita mancare nelle sue ultime produzioni.
Specificato questo, ci tengo a sottolineare che quanto scrivo su queste pagine virtuali non vanno presi come articoli professionali, bensì come le mie impressioni che imprimo su uno spazio privato. E i pareri, si sa, sono come le palle: ognuno ha le proprie.
Le mie, per inteso, ho dovuto drammaticamente cercarle per tutta la sala una volta che si sono accese le luci da quanto mi erano cascate in queste due interminabili, verbose e supponentissime due ore di visione.
Magari non ero predisposto, forse la mia sensibilità non è sbagliata, ma semplicemente distante da quella di Sorrentino, che come quella di tutte le persone muta con all'età, portando a vivere diversamente le emozioni e, di conseguenza, incidendo su come le si traslano nell'arte. D'altronde non può essere sempre quello de Il divo, e per quanto pure in questa pellicola siano presi di mira gli organi del potere e il potere stesso, è quanto di più distante da quel biopic rock.
Ispirato veramente a un caso di grazia che ha coinvolto il presidente Mattarella quando dovette darla a un uomo condannato per aver ucciso la moglie malata di Alzheimer, Sorrentino abbraccia in pieno i temi universali che hanno da sempre contraddistinto il suo cinema. L'amore, come esso faccia reagire all'apatia della vita, il ricordo e la malinconia per un vissuto apparentemente lontano ma che ha condizionato fortemente il presente dei suoi personaggi. E non dimentichiamo il presente temporale, quello che ci contraddistingue come società e popolo.
Nel mezzo, tutte le sue idiosincrasie citate all'inizio, a cominciare dal papa nero coi rasta che gira in scooter all'amica di vecchia data che regala le perle migliori, tizia che in un mondo giusto si meriterebbe una serie spin-off in cui essere mattatrice assoluta.
Ecco, i dialoghi sono un altro fiore all'occhiello di Sorrentino da aggiungere al mazzo iniziale. La sua capacità di creare frasi iconiche è unica nel suo genere, ma quando ti ritrovi un intero film dove tutti parlano come un libro stampato, si rivolgono gli uni agli altri con questa maestranza e hanno un tono perennemente sommesso nel discorrere, con Toni Servillo fedele mattatore che è diventato il Johnny Depp del cinema intellettuale nostrano, allora il gioco comincia a cadermi un attimo, insieme a quanto già caracollato prima.
Mi cade perché la visione comincia a farsi estenuante, perché tutte queste cose una di fila all'altra mi appaiono senza un vero e proprio raccordo e all'ennesima frase pomposa del personaggio-figurina di turno, la pergamena su cui avevamo firmato il famoso patto è stata letteralmente bruciata, e quel ricredermi sul Sorrentino schiavo del proprio stesso stile portato all'eccesso al di là del bene e del male, mi è del tutto scivolato di dosso.
È lo stile di Sorrentino, dite? Certo, il film è suo e ci mette tutti i conigli che vuole ed è liberissimo di sbracare quanto vuole. Ma allo stesso tempo, appurato che l'autorialità anche quando non rientra nei nostri gusti è qualcosa da difendere, io mi sento liberissimo di dire che non mi è piaciuto.
C'è una scena verso l'inizio, quella davvero bellissima, che mi ha colpito in maniera particolare.
In questa vediamo un presidente della repubblica sudamericano, vecchio e affaticato, venir ricevuto da De Santis e il proprio staff. Nell'uscire dalla macchina il politico estero inciampa e, dopo molti tentennamenti, qualcuno va ad aiutarlo, mentre lui insiste per arrivare alla fine del percorso. Intanto piove, particolare che rende il tutto ancora più destabilizzante e faticoso. Si tratta di una scena magnifica che, da sola, illustra perfettamente il volto di questi politici, dei vecchi così decisi ad arrivare alla fine, così democristiani d'ispirazione, da essere totalmente asserviti alla propria missione politica, qualunque cosa comporti, passando sopra anche alle proprie naturali piccolezza e incapacità dettate dall'età, sotterrati dall'obbligo di dover trovare la quadra tra gli estremi. Ma si tratta di un ritratto patetico, quasi caricaturale, così come il continuo tergiversare del protagonista su delle questioni così scottanti, riflesso della sua personale incapacità di prendere decisioni sulla vita stessa perché incasellato nel rigido rigore che il suo ruolo comporta. Anche a costo di sacrificarsi, di sacrificare tutto.
Per me il film è riassunto perfettamente in quella sequenza.
In un modo o nell'altro, il tema cardine appartenente a quasi ogni opera del Sorrentella riguarda persone che si ritrovano a vivere veramente la vita, chi arrivando a pagarne uno scotto, chi trovando la vera essenza di sé e, anche, alcuni patendo la "debolezza" di aver risposto al richiamo della leggerezza. Era così per un rocker in crisi d'ispirazione, per un giornalista anestetizzatosi a suon di festini, per un mandante ramingo, per un ex calciatore in crisi e addirittura per un usuraio che si ritrovava dall'altra parte della barricata, senza dimenticare i residuati artistici in ritiro sulle Alpi Svizzere. Attorno a loro il mondo, caotico, volgare e impietoso a cui dover trovare una risposta.
Lo stesso avviene qui. La grazia non è altro che l'arrivare a prendere decisioni al di là dei propri dubbi, quel fare pace con gli irrisolti della vita affinché essa, forse il vero dono che ci viene fatto, possa proseguire in tutta la propria essenza. È un film fedele a quella che è stata la poetica sorrentiniana fino ad ora.
«Di chi sono i nostri giorni?», chiedono.
La risposta sta nel momento in cui riusciamo ad esserne padroni, a godere della vita nelle sue minuscole sfaccettature e ad accogliere la vera leggerezza, al di là del ruolo che si ricopre.
Tutti temi magnifici (quale non lo è?) ma che io ho trovato estenuanti, fiaccati da un esercizio di stile perenne con cui non ho trovato la giusta sintonia. Forse in futuro rivaluterò questo film, forse la maturità interpretativa a questo giro per me non è arrivata, ma ciò non toglie, con tutto il rispetto possibile per l'arte di uno dei migliori registi italiani, che della sua ultima fatica mi è rimasto e arrivato ben poco.
Succede. Anche accettarlo è un atto di grazia.











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