LA VALLE DEI SORRISI, di Paolo Strippoli
Nonostante tutto, quel piccolo e contenuto lungometraggio lasciava intravedere un occhio che, una volta smussati gli angoli dell'inesperienza, poteva permettere al suo autore di spiccare il volo. Se nel cinema di genere, ancora meglio.
Siamo così arrivati a questo La valle dei sorrisi...
La fase embrionale del progetto nacque ancore prima della firma a quattro mani per Netflix, ed era quel Angelo infelice che vinse il premio Solinas come miglior soggetto nel 2019, premiazione che permise di dare il via alla produzione ufficiale pochi anni dopo, in concomitanza col prestigio acquisito dalla carriera di Strippoli nel mentre. La scrittura si è arricchita di anno in anno, allargando il raggio nella visione d'insieme e trasformando l'idea originaria in una storia corale, abbracciando un tema complesso e sinistramente attuale. Perché sì, a dispetto del titolo La valle dei sorrisi è un horror, ed esce in un anno che col genere è stato particolarmente generoso, ma se funziona così dannatamente bene (in sintesi: è un filmone e se non l'avete visto dovete recuperare assolutamente) è proprio per come riesce a gestire la patata bollente. Mai retorico, consolante manco per il cazzo e con una cattiveria che rende impossibile restare indifferenti.
È l'ennesima prova che la tanto paventata rivoluzione cinematografica nostrana iniziata ormai dieci anni fa con Jeeg robot continua a passo di lumaca, ma ogni tanto riesce a dare gli scossoni come questo. E sì, questo era il film con cui attendevo Strippoli al varco, e direi che ha superati la prova dannatamente bene.
Se ne sono accorti pure i tromboni del settore, perché si è ritrovato a partecipare (fuori concorso - sic!) al Festival di Venezia, mentre al Fantastic Fest, una delle rassegne più importanti del settore, Paolone nostro ha vinto come miglior regista e il film ha ricevuto il premio speciale del pubblico, segno che ha saputo farsi apprezzare anche fuori dai confini dello stivale.
La cosa per assurdo non mi stupisce. La valle dei sorrisi è una pellicola che parla un linguaggio fedele alla tradizione del cinema dell'orrore italiano che fu, ma lo modernizza, ne enfatizza gli stilemi contaminandoli col moderno quanto basta, abbracciando una tematica che ci riguarda tutti: il dolore. O meglio, la negazione a tutti i costi dello stesso.
A questo si aggiungono le micro storie legate ai comprimari, come sfuggono alla sofferenza e al peso che ci portiamo quotidianamente nel cuore. Il tutto senza edulcorare la tematica, evitando accuratamente di pestare il merdone consolatorio sulla sofferenza che tempra e ci rende quello che siamo. Perché non c'è proprio 'na mazza da romanticizzare, nessuno vorrebbe trovarsi al posto di questi disgraziati e loro lo sanno benissimo. Ma ci sono loro, e tant'è...
La struttura è quella del folk horror: un elemento esterno arriva nella piccola comunità in odore di usanza e scopre il marcio. Strippoli ne rispetta stilemi e dinamiche, ma apporta delle significative modifiche a cominciare dall'elemento soprannaturale, non più qualcosa di ancestrale o legato alle antiche usanze che furono, a questo giro si tratta di una scoperta recente e perfettamente indipendente che tutti cercano di usare per un ipotetico bene comune. Questa è una grandissimo separé col classico e il vero punto di forza del film e della sua risoluzione. Perché non abbiamo la paura verso il vecchio o la crisi dell'identità moderna che viene messa in discussione, qui veniamo perculati direttamente noi.
Se infatti nel filone il protagonista finiva vittima della logica distorta appena smascherata o, nella peggiore delle ipotesi, si trovava a gridare «Not the bees!», la variante era l'essere plagiato dal nuovo punto di vista. Sergio "mr allegria" Rossetti varia tra le due opzioni, divenendo prima complice e poi autore autonomo del proprio destino, conscio che nulla potrà restituirgli quello che lo dilania dall'interno ma trovando anche il motivo, sempre moralmente ambiguo, per stare vicino all'angelo infelice di cui sopra.
Strippoli si prende i suoi tempi. Non ha nessuna fretta di arrivare al punto focale della questione, dissemina indizi e annaffia suggestioni per tutto il tempo con una regia perennemente presente ma mai invasiva, accompagnandoci nell'abisso di questa comunità a cielo aperto. La calma è dovuta perché per tutta la propria durata ci sarà occasione e motivo di vederla, questa sofferenza; è negli sguardi e nei sorrisi forzati degli abitanti, nelle piccole scene apparentemente senza senso e, infine, in quel ragazzo che ha questo potere che però non gli porta nessun giovamento.
Curioso tra l'altro dare questa tridimensionalità alla matrice del potere, trattato non più come un essere alieno ma come un ragazzo la cui scoperta di sé è impedita dal villaggio. Ecco, se tutti i personaggio sono incasellati nel loro dolore, tanto da sembrare di non avere una vita prima di esso, Matteo soffre proprio perché questo modo di identificarsi non ce l'ha, e gran parte delle scene che lo riguardano sono basate proprio su questa ricerca interrotta. Pure questo è un particolare che offre una prospettiva insolita al genere, contando che tale castrazione non è dettata da un motivo prettamente religioso, come spesso accade nel filone.
Proprio per questo si spoglierà dell'afflato angelico che sembrava caratterizzarlo per restituire al mondo lo stesso male che gli ha riservato, tutto questo ovviamente a costo della propria anima e a suon di quell'ambiguità alla quale il film non rinuncia fino agli ultimi minuti - per questo a scena del rogo è tanto terribile quanto bella.
Si arriva così al finale, quel dannato finale che è proprio la catabasi che potevamo aspettarci dopo tutto il magone accumulato. Se fino ad ora eravamo stati traghettati su binari solo apparentemente fermi e statici, lì esplode tutto, non badando a spese su quello che può essere dolore, sofferenza, la via crucis perfetta per quel co-protagonista tanto sfortunato che ha modo di portare il suo potere fino alle estreme conseguenze, dandoci una delle conclusioni più nere e lerce del cinema italiano recente. Qualcosa di così emotivamente impattante che non credo di essere stato del tutto pronto, ma che proprio per questo ho amato.
Sapete quando si dice che non si pensava fosse possibile fare cose simili in Italia? Ecco, con quell'epilogo io l'ho pensato. E continuo a pensarci ancora a distanza di giorni.
Sul finire dell'anno appena passato ho letto Palude di Uduvicio Atanagi, libro estremo che condivide con questa pellicola diverse tematiche, non ultima proprio la riflessione sul dolore - lì però c'era l'anti epica degli ultimi che combatteva contro la maledizioni di chi diveniva schiavo della propria sofferenza. Ecco, mi piacerebbe che l'Italia partisse da titoli come questo per dimostrare di cosa è capace, che pure i suoi artisti possono graffiare come fiere e allo steso tempo raccontare la patte più oscura di noi con macabra dolcezza.











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