OBSESSION, di Curry Barker

Bear è un timido e impacciato commesso di strumenti musicali, da anni innamorato perso della collega Nikki. La notizia che l'amata si licenzierà per seguire le sue velleità letterarie lo manda in crisi, tanto che quando si troverà tra le mani un artefatto magico in grado di esaudire i desideri, chiederà che l'aspirante Brontë si innamori perdutamente di lui... cosa potrebbe andare storto? Beh, praticamente tutto, altrimenti non sarebbe un horror.

Il mondo è allo scatafascio, le guerre imperversano, le grandi democrazie sono a rischio, stiamo subendo le conseguenze del cambiamento climatico, si parla di riarmi folli a discapito dell'istruzione o della sanità, il futuro è sempre più precario e pure io non mi sento tanto bene... però, ragazzi, che anni fantastici per l'horror al cinema, questi!

Sarà che questo è il genere che, per sua natura intrinseca, più di ogni altro ha saputo analizzare le paure e le ossessioni delle varie epoche, ritrovandosi quindi fisiologicamente a fiorire proprio nei periodi più nefasti, ma come ultimamente si stiano producendo una serie di pellicole tutte in grado di abbracciare le tematiche più disparate forse dovrebbe far capire che, sì, magati qui una volta era tutta campagna, ma il DDT imperversava anche allora dove non avrebbe dovuto. Semplicemente, oggi abbiamo gli strumenti per riconoscere una lunga serie di questioni fino a poco tempo fa passate con eccessiva noncuranza.

Obsession infatti gioca proprio in quel campionato, e il fatto che sia stato realizzato da un ragazzo di venticinque anni ha dell'incredibile per come imbastisce una storia solo in apparenza semplice ma, soprattutto, per tutti quei discorsi tra le linee affrontati con una maturità a dir poco sorprendente.

L'antefatto è vecchio come il cucco. Volendo essere cattivi, potremmo dire che ricalca la trama del racconto La zampa di scimmia, capolavoro macabro di W.W. Jacobs parodiato pure da I Simpson in uno special di Halloween, il che di per sé non è necessariamente un male. Non c'è bisogno per forza della novità a tutti i costi, l'arte si basa su una rielaborazione continua e su queste pagine virtuali abbiamo sempre asserito con costanza che non importa tanto cosa si racconta, bensì come. D'altronde, pure Gaiman con Coraline aveva messo in guardia sull'avverarsi dei desideri, pertanto ben venga che Barker condisca (ahahah, l'avete capita?) la tematica con la sua sensibilità e, soprattutto, la sua visione del mondo. Perché è quella a definire l'artista e a dare personalità al suo operato, tutto il resto sono solo chiacchiere da bar cinefilo.

E poi diciamolo... dopo la delusione finale di Together, ci stava che qualcuno mettesse la pietra tombale sul discorso relazioni e annessi vari.

Si parla ovviamente di ossessione, ma la vera finezza sta in come si deve intenderla. Non è quella della vittima (poi ci arriveremo) bensì del desiderante, tanto da trasformare il desiderio che dà inizio al fattaccio in una storia di possesso - e sì, possessione.

Il bello è che Barker fa di tutto per presentarci Bear nella maniera migliore possibile. Ce lo mostra come un ragazzo gentile, timido e impacciato. Utilizza persino l'escamotage della finta dichiarazione iniziale per dargli pure un po' di background e, già con questo incipit, focalizza il punto principale: è tutta una bugia. Bear non è il buon fessacchiotto che sembra, il regista e sceneggiatore (pure montatore!) inanella una serie di elementi anticipatori su quale merda umana sia prima che arrivi, sempre senza tanti starnazzamenti, a rivelarsi interamente. Si tratta di un ragazzo senza ambizioni, privo di un qualsiasi slancio e che desidera una persona solo perché gli piace l'idea di essere desiderato a sua volta da lei. Magari c'è pure il germe iniziale di un sentimento sincero, peccato venga sepolto poi da tutto quello che il film ci mostrerà. Ed è questo a rendere Obsession così inquietante, il fatto che il vero villain sia così viscido e, ironicamente, vittima della sua stessa viltà, che però si riversa pure su chi gli sta intorno oltre che sull'oggetto del suo desiderio. Proprio su di lei andrebbero spese due parole, tra l'altro.

Nikki è presentata come una ragazza scoppiettante e vivace... però, effettivamente, quanto ci viene detto sul suo conto? Si dice sempre che i personaggi femminili ancora oggi pecchino di costruzione e vivano in funzione dei protagonisti; ebbene, Barker gioca proprio su questo gap per dimostrarci come, forse, Bear non conosca per nulla (non nel profondo, almeno) la collega, e a tre quarti arriverà pure una sottile dichiarazione che questa altro non è che una pura e semplice questione di possesso, tantoché v'è addirittura un'alternanza sugli stati di coscienza della poveretta, trasformando il desiderio in una vera e propria prigionia - non tanto fisica, quanto della sua essenza, particolare davvero inquietante. Anche le contromosse non saranno mai guidate dal darle la libertà, quanto nel liberare il protagonista stesso. Insomma, il film nella sua linearità presenta una lunga serie di sfumature in grado di dargli la profondità necessaria che, per assurdo, richiedono proprio le storie dell'orrore più riuscito.

Poi inquieta abbestia. Centellinando la violenza e gli effetti gore (ce n'è solo uno, ma sarà pesantissimo) Barker gioca su un disagio silente, grottesco e che strappa pure qualche risata a denti stretti, eppure tutto il film è un macigno emotivo a tratti davvero difficile da sostenere. Pensando che il nostro è giovanissimo e all'attivo ha solo un found footage di poco più di un'ora, il risultato finale è più che ragguardevole.

Fotografia e regia al top, momenti iconici come se piovesse e, peraltro, presentati senza nessuno sforzo o accumulando la sensazione di voler allungare il tiro ad ogni costo sacrificando la coerenza sull'altare del trucido gratuito. Un racconto asciutto di situazioni al limite portate allo stremo da una sceneggiatura perfettamente bilanciata nelle intenzioni. C'è un momento nella camera di Bear che si aggiudica la palma per la scena più disturbante dell'anno solo con l'ausilio di un vaso di fiori e le movenze al buio dell'attrice co-protagonista.

Vanno spese infatti due parole pure su di lei, Inda Navarrette, celebre per la quarta stagione di 13 reasons why e la serie Superman & Lois, che qui domina la scena. Io ho visto il film in lingua originale e, senza nulla togliere alla doppiatrice che sicuramente avrà fatto un lavoro egregio, ho potuto così sentire tutto il lavoro vocale fatto da questa magnifica interprete. La sua performance era la più difficile, quella che poteva sfociare banalmente in un fastidioso overacting, lei però riesce a gestire le movenze, le micro espressioni e, soprattutto, la voce del proprio personaggio in maniera gigantesca. E quando ti chiedi come un attore sia riuscito ad ottenere un certo effetto anche solo nella banale postura, allora vuol dire che la performance è stata immensa. Personalmente le auguro di diventare una star a tutto tondo perché se lo merita.

Cento minuti di gola asciutta che scivolano come l'acqua per uno dei titoli più chiacchierati dell'anno, e a ben ragione. A fine visione non avremo catarsi, nessun accenno di speranza per qualcosa che, a conti fatti, non dovrebbe averla. Barker suggerisce come le relazioni siano dettate più dal volere qualcuno a tutti i costi che dal vero sentimento, che la natura umana sia profondamente cattiva e possessiva, incapace di dare il giusto spazio all'altro se non nella forma idealizzata che, in quanto tale, finisce per andare contro la vera natura dell'individuo, imperfetto e pieno di contraddizioni proprio perché umano e, pertanto, pieno di zone grigie - anche qui, prestiamo attenzione al momento in cui Nikki rivela la natura dei suoi scritti. Piccoli dettagli che arricchiscono un mosaico monocromo ma non per questo meno intenso.

Che questo mappazzone poi venga servito da un regista così giovane e, soprattutto, attraverso questo genere narrativo, è la prova di quanto possiamo aspettarci dalle nuove ondate dell'orrore negli attuali tempi di crisi e odio, forse la solo risposta necessaria a un mondo in completo sfacelo che non riesce più a trovare la quadra di se stesso. Ci pensano una situazione ai limiti e un finale beffardo come pochi per farci lasciare la sala frastornati, pieni di dubbi e decisamente inquietati per quanto susseguitosi sullo schermo. 

A far davvero paura è che, sotto la patina del film di genere, ha raccontato cose che possiamo riconoscere tranquillamente nel nostro quotidiano di banali persone comuni.

Per una volta, pure il pubblico sembra essersene accorto. Obsession ha incassato la bellezza di 155 milioni di dollari a livello globale, costando un centesimo del risultato. Insomma, chi ben inizia fa già metà del lavoro, e auguro al buon Curry di non perdere piccantezza in quei gironi strani nei quali finirà sicuramente per imbattersi, che già con Jason Blum hai rischiato.

Perdersi un simile concentrato di gretteria e cinismo sarebbe davvero un affronto alla bontà cinefila.






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