LA TERRA PROMESSA, di Nikolaj Arcel
Quindi capirete l'estremo stupore e sgomento nell'accorgerci che, in poche parole, io e signora eravamo rimasti svegli nel guardare le vicende di un precursore del Governo Facta (tié, fasci demmerda!) che si metteva a bonificare delle zone inutilizzate dalla corona danese. Calcio d'angolo alla vecchiaia: questi è pure un film biografico, il genere preferito dai decrepiti.
Va da sé che questo film è figlio di una vicenda produttiva "di ritorno" per il regista Nicolaj Arcel. Egli veniva da un periodo abbastanza strano, perché dopo aver conquistato pressoché la chiunque con A royal affair (noi italiani abbiamo dimenticato l'articolo...) si era visto aprire i cancelli dorati di Hollywood, arrivando a realizzare il suo primo film in lingua inglese. Peccato che la pellicola in questione fosse La Torre Nera, trasposizione della saga fantasy-horror-western di Stephen King che, se vi è piaciuta, mi dispiace, ma significa che avete letteralmente dimenticato i volti dei vostri padri. Insomma, un lavoraccio brutto brutto che presentava pure delle parti palesemente rigirate dai produttori da quanto si discostavano dal resto e che si rivelò uno dei flop più cocenti della sua annata - pensate a me che lo attendevo da dodici anni.
Siccome il ka-tet è implacabile, il nostro si ritrovò in un batter d'occhio dalle stelle alle stalle, e senza dire grazie-sai. Toccava quindi tornate su lidi conosciuti, sia geografici che creativi, pertanto il suo ritorno nella landa danese confluì nella stesura di alcune sceneggiature per conto di altri registi e, infine, la realizzazione di questo film, una creatura speculare ma al contempo differente al suo successo di undici anni prima. Ancora una storia vera, stavolta tratta da un libro di Ida Jessen, e ancora Mads Mikkelsen, soprattutto.
Se la relazione clandestina tra il medico Struensee e la regina era bastata su un'estetica che rievocata i quadri fiamminghi e parlava dell'avvento delle teorie illuministe sulla conduzione del paese, qui le suddette sono state confermate e il quadro politico va a ricercarsi già nel titolo originale, che in quel bastardo (il protagonista è figlio illegittimo di una sguattera) non mette in luce solo le sue origine, ma intesse una storia di ultimi che riguarda la Danimarca fin nelle sue fondamenta, le stesse che cerca di bonificare dopo anni di tumulti. E' un ultimo lui, che anela a un titolo nobiliare in caso di successo, così come alle classi sociali meno abbienti, se non proprio fuori casta, sono tutti i comprimari che si muoveranno intorno a lui. Una presa di posizione, anche politica, che mette il film sotto una luce ben chiara su chi è la mira ultima, ovvero il potere.
L'antagonista è un proprietario terriero che farà di tutto per mettere il bastone tra le ruote a Kahlen in una battaglia a suon di sotterfugi e minacce che, per assurdo, incalza e convince. Perché se nonostante stanchezza e primi turni non ci siamo addormentati a metà, vuol dire che in una maniera personalissima il film riesce a tener vivo l'interesse, anche se sulla carta aveva quanto bastasse per annoiare. Il bello è che non si sforza neppure di farlo; servono solo dei personaggi convincenti, una sfida contro la natura e delle angherie contro cui vendicarsi.
Arcel rimane fedelissimo al suo stile. Immagini bellissime di squisita derivazione pittorica, una granitica regia senza fronzoli che mostra tutte le conseguenze della natura più impervia e, soprattutto, il sodalizio con un grandissimo attore capace di restituire al personaggio la convinzione necessaria per portare avanti una missione moralmente suicida.
Non c'è mai un momento che riscatti l'ego del cineasta, tutto è asservito alla storia e implicite ad essa sono le riflessioni che riesce a portare allo scoperto, questa unità tra gli ultimi che insieme riscattano una terra destinata alla sconfitta come loro. Per il resto c'è la magnificenza di una fotografia fuori scala che valorizza dei paesaggi notturni da antologia e delle scenografie naturali che da sole diventano un personaggio a sé, dei costumi estremamente accurati e, non ultimi, degli interpreti tutti molto convincenti. Se Mads "Favino" Mikkelsen è ormai una garanzia, il resto del cast gli tiene egregiamente spalla, donando delle performance convincenti che fanno scattare la giusta empatia.
Personalmente, ho lasciato il cuore nella vicenda della ragazza sinti adottata, pezzo che poteva rivelarsi molto problematico ma che trasla la mentalità dell'epoca in maniera accettabile per la sensibilità attuale, accentuando l'evoluzione del protagonista.
La vicenda del vero Kahlen fu in realtà meno avvincente. La missione partì da un suo interesse nella coltivazione dell'erica e si concluse con una totale sconfitta su più livelli, tanto che fece ritorno nella guardia reale come capitano di un'unità militare. Le sue gesta vennero riconosciute solo centocinquant'anni dopo da Jeppe Aakjær, giornalista e scrittore danese che nacque da una famiglia di contadini proprio dello Jutland e che si ispirò alle idee proletarie del nuovo secolo in arrivo per i propri scritti.
Personalmente, da questo film non mi aspettavo nulla e sono stato ampiamente ripagato, perché alla fredda (e diciamolo, noiosa) cronaca è stato preferito il racconto romanzato, un pretesto per narrare il senso di famiglia, quella che ti costruisci da te, la lotta al potere e, non ultima, la capacità di lasciar andare e di riconoscere ciò che ha realmente valore nella vita. Un film (fintamente) semplice che parla di persone semplici che in qualche modo cercano di sopravvivere a un mondo che sta cambiando e che, purtroppo, non troverà mai la quadra necessaria per far vivere tutti in pace, ma che in qualche modo ci suggerisce che una terra promessa esiste per davvero e ci camminiamo sopra ogni giorno.
Forse, a renderla tale, sono le persone con cui scegliamo di condividerla.
Dopo la disfatta del suo fallimentare blockbuster, Arcel è ritornato alla ribalta con quello che gli riesce meglio. In patria il film è stato un successo di critica e pubblico, mentre fuori dai confini danese l'accoglienza è stata molto più moderata, anche se tra gli appassionati ha fatti faville.










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