CAMP MIASMA - ADOLESCENZA, SESSO E MORTE, di Jane Schoenbrun
Postilla pappardellosa necessaria ogni volta che si parla di Jane Schoenbrun, una che non ha mai fatto segreto del suo essere una fiera appartenente della comunità queer. Anzi, la scoperta dell'identità (per lei avvenne dopo un trip indotta da dei funghetti allucinogeni, o così l'ha sempre raccontato) condiziona pesantemente la sua produzione, a cominciare da quel I saw the TV glow che, tra un encomio di Scorsese e l'altro, l'ha posizionata sull'onda lunga dei regista da tenere d'occhio, e altro non è se non un imponente metaforone della sua transizione.
Ora, se siete tra quelli che si lamentano perché nei film e nelle serie ci sono troppi froci, allora vi chiedo gentilmente di lasciare questi lidi virtuali e di andare dove meglio vi compete, tipo sulla pagina Facebook di Futuro Nazionale; se invece non vi piace il cinema della Schoenbrun... allora ne possiamo parlare tranquillamente. Neppure a me fa impazzire ma, come ho già specificato altrove, si tratta di una mera e legittima questione di gusti personali, perché un conto è avere delle preferenze e una sensibilità propria che ci fa percepire in certi modi l'esposizione di un lavoro, un'altra è fare affermazioni che determinino il possedimento del pollice opponibile solo per procura.
Il mio mancato apprezzamento quasi sicuramente sarà dovuto al il mio essere maschio, bianco ed etero (in pratica sono il male incarnato...), oltre al fatto che nelle etichette socialmente riconosciutemi mi ci sono trovato sempre bene e le ho adottate sulla mia persona senza tanti problemi. Pensate, odio pure il rosa. Pertanto un simile sentire, che travalica il nostro essere, difficilmente sarà pienamente comprensibile a uno come me per quanto si sforzi. Ciò non toglie che possa avvicinarmi con molta volontà, ma certe situazioni sono strettamente personali. D'altronde, non puoi descrivere la musica a un sordo, e quest'ultimo non è assolutamente qualificato dal suo "limite".
Camp Miasma arriva in un periodo particolare nella carriera di questa cineasta, ed è la classica pellicola che permette di fare il famigerato "salto". Siamo sempre nel circuito indipendente e il budget si assesta su cifre ridotte (dieci milioni di dollari... vabbè, ci siamo capiti) ma c'è comunque la distribuzione di un colosso come la piattaforma MUBI e la vetrina del Festival di Cannes. Infatti, se paragonato alla sua precedente fatica, è un film che richiama tutte le ossessioni e i temi di questa regista ma che, nell'esporli, smolla il piede dall'acceleratore e, per quanto possibile, cerca di diventare più accessibile.
Parliamo comunque di un film colto, cinefilo, dotato di diversi livelli di lettura, fortemente metaforico (oltre che meta-forico) e intriso di tutti quegli elementi che caratterizzano la cultura queer, che fa sì un discorso sull'identità e la sua scoperta, ma allo stesso tempo prende l'impervia strada della sbrodolata d'artista per parlarci di come il cinema possa condizionare il linguaggio e, perché no, pure la nostra cultura. Lo fa utilizzando lo slasher, e non è un caso perché tra tutti i sottogeneri dell'horror è il più immediato e, soprattutto, quello che richiama gli istinti primari di ognuno. Pure in Scream ci facevano la lezione su cosa non doveva mancare in un horror e della funziona punitiva che esso poteva assumere.
Perché sì, negli slasher fin dai tempi del primo Halloween c'è sempre stato un atto punitivo verso gli adolescenti che scopano, così come il connubio di sesso e morte è quello che ha sempre richiamato orde di tizi innaffiati di crema anti-brufoli al cinema. Qui diventa un espediente per parlare della scoperta di sé e delle proprie pulsioni, assumendone le regole ma ribaltandole dall'interno - e prendendo per i fondelli il proprio stesso bacino di appartenenza.
C'è una bellissima sequenza meta-cinematografica posta grossomodo a metà film, e vede Little Death, il villain della serie storica, fare a pezzi tutti i giovinastri del capitolo capostipite. Si tratta di un lungo piano sequenza con tutte le esagerazioni del caso, orchestrato in modo che sembri il più vintage possibile e, man a mano che l'emoglobina scorre, finisce per modernizzarsi, fino a perdere la finta sgranatura con cui ha iniziato a favore di una risoluzione moderna fino all'ultimo pixel. Credo sia un momento bellissimo, ironico e perfettamente consapevole, tanto che mi meraviglio questa clip non venga citata mai nei momenti topici di questo bellissimo anno cinematografico per il genere horror - e lo dico senza vergogna alcuna, sarà un momento che preferirò a qualsiasi fotogramma di quella hipsterata clamorosa che risponde al nome di In a violent nature.
Rimane però sempre un film della Schoenbrun e non posso uscirmene senza qualche perplessità. Perché oltre a uno stile registico che, per quanto trattenuto, non risponde proprio alle mie corde (e qui possiamo discuterne finché vogliamo, ma i gusti non si comandano), ci sono una serie di suoi accumuli che non riesco mai a spiegarmi del tutto. Perché reiterare la caratterizzazione della protagonista insistendo sulla sua passione per le caramelle gommose? Perché rendere ancora più lapalissiana questa sua insistenza nel rendere la scenografia volutamente posticcia, sottolineando l'ovvio? Come mai aggiungere quella sottotrama temporale e, non ultimo, inforcare una narrazione già zeppa con una sequenza metaforica, più meta che mai, sul cattivo?
Per il resto abbiamo a tirare la carovana una rivelazione come Hannah Einbinder, brava, bella e sensuale (queste ultime due cose non sono necessariamente collegate) in una maniera tutta sua, e una gloria come Gillian "Scully" Anderson, ultimamente in una seconda giovinezza artistica, che deve aver fatto un patto con Satana per acquisire sempre più fascino man a mano che passano gli anni. Un duo di attrici simile sarebbe in grado di valorizzare anche la peggior ciofeca, se poi a guidarle c'è una regista motivata e che sa quello che vuole, ancora meglio.
Divertente, divertito, totalmente anarchico e fuori di testa come non mai. Non lo avrei mai detto, ma mi è piaciuto più di quanto potessi credere, confermandomi come il cinema dell'orrore sia quello più i evoluzione e in grado di raccontare il nostro folle e complicato presente, anche senza prendersi troppo sul serio come in questo caso, ma restando serissimo.










Commenti
Posta un commento
Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U