HO VISTO LA TV BRILLARE, di Jane Schoenbrun

Owen è un ragazzino schivo e asociale. Un giorno, durante una riunione scolastica, incontra Maddy, una ragazza più grande che lo introduce al programma tv The pink opaque, che sembra in grado di aprire le porte per un mondo parallelo al loro. Quando Maddy scompare, il programma viene cancellato e per Owen...

Jane Schoenbrum è una regista. Ancora prima, è una persona che, in quanto tale, ha attraversato un percorso di vita che l'ha portata a capire chi è. Questa consapevolezza è coincisa con lo scoprirsi persona transgender e non binaria durante la lavorazione del suo primo film, cosa che si è riversata anche sul suo lavoro. Se la cosa vi stupisce, devo tristemente informarvi che questo in realtà è il viatico di ogni artista, ovvero il parlare di sé nelle opere che crea, e se vi siete illusi che una canzone o un libro trattasse di voi, è solo un auto-inganno che certifica la bontà dell'opera.

Tra l'altro, ora che abbiamo chiarito il concetto, posso tranquillamente ammettere che in origine non mi ero neppure accorto che il film parlasse della transizione, ma è risaputo che io non sia il più sveglio della cucciolata... aspettate, posso usare il termine cucciolata o è troppo patriarcale?. 

Pertanto, non venite a rompere le palle con la storia del politicamente corretto o del fantomatico gender, perché sarete in maniera altrettanto politicamente corretta invitati ad andarvene affanculo. Jane, come chiunque altro, ha il diritto di parlare di ciò che vuole e come vuole. In che modo intenda farlo è la vera materia di discussione, perché difendere la libertà d'espressione non vuol dire evitare aprioristicamente le critiche a chi appartiene a una minoranza, giacché come l'arte è libera di agire senza regole e morale, altrettanto la critica deve essere spoglia (si può dire o sto sessualizzando?) di pudore nel giudizio. È lo stesso motivo per cui non sopporto le canzoni di Valerio Scanu.

Essendo questo l'unico film della Schoenbrum che ho visto, basandomi unicamente su questa visione posso dire che il suo difficilmente sarà un cinema per cui mi strapperò i capelli. Ciò non significa che non ne colga le capacità e la valenza artistica, si tratta semplicemente di una questione di gusti, dove in mezzo a un sacco di cose che mi piacciono ce ne sono altre che non so spiegarmi e che finiscono per irritarmi pesantemente. Credo però sia meglio andare per gradi, come diceva il signor Celsius, perché alla base di tutto c'è stato un grosso fraintendimento sul genere del film. 

Genere... l'avete capita, vero? Gen...

I saw the tv glow è stato lanciato come film horror. Per la precisione, un film horror della A24, e se non sapete cosa questo significhi vuol dire che avete vissuto su Marte fino a ieri l'altro. 

Della Roma-Teramo (la casa di riferimento per tutti i fighetti cinefili dell'ultima decade) possiede lo spirito anarchico e trasformista, la fattura di un certo cinema da festival indie e quella sensazione costante di star andando oltre la semplice rappresentanza del genere, quella percezione di elevazione che da una parte fa sentire molto intelligenti e dall'altra finisce col renderci insopportabili verso quelli che hanno a che fare con noi nella quotidianità. Si tratta però di un inganno, dato che per quanto alcune suggestioni riconducano a un certo immaginario orrorifico, finiscono per ridursi unicamente a un velo molto sottile che ricopre la rivelatoria natura del film, un atipico e inaspettato coming-of-age giocato sull'ambiguità fisica e morale dei protagonisti. Tra citazioni (fittizie) alla cultura dei passati anni Novanta, riferimenti visivi sibillini e svolte di trama che portano su sentieri e metafore impervie, il film compie un'arcuata metamorfosi, trasformandosi in una matrioska la cui schiusa vorrebbe dare voce ai traumi irrisolti dell'animo umano... tra i quali figura anche il dilemma della transizione di cui abbiamo parlato appena a inizio articolo.

Non è per forza un male. Il genere puro ha smesso di esistere e ogni narrazione viene piegata da quelli che sono i tormenti dei suoi protagonisti. In questo caso però la pellicola finisce per affrontare numerose tematiche, forse troppe, e la sua natura da Donnie Darko accademico complica ulteriormente la faccenda.

Ci sono infatti degli accenni al mondo queer a cui seguono temi importanti come l'incomunicabilità coi genitori, il bullismo, lo scontro generazionale, l'impossibilità di avere o riconoscersi in una vera sessualità e, collante del titolo, il rifugiarsi in un fantomatico mondo di fantasia non trovando un corrispettivo nel reale in cui identificarsi. Si tratta di un aspetto molto potente della pellicola che ci offre un protagonista spaesato, senza riferimenti e in costante ricerca di una bussola che nessuno è in grado di fornirgli. Solo quell'amicizia nata per una serie tv scadente, un'ossessione che si ingloba questo micro-mondo maniera morbosa e asfissiante. 

Questo offre alcune delle sequenze più belle dell'intero film. La Schoenbrun ricostruisce il look e il mood della serialità anni Novanta con una meticolosità incredibile, definizione delle immagini non pervenuta inclusa, portando all'estremo un gioco che forse alla lunga rischia di girare su se stesso.

Dovessi però scegliere la sequenza che mi ha lacerato dentro, opterei sicuramente per una delle prime scene. Per assurdo, la più semplice...

Vediamo Owen girare da solo per il tipico corridoio scolastico americano, ripreso di spalle in un implacabile piano sequenza che lo insegue alla stregua di uno stalker, mentre sullo schermo appaiono gli appunti sulla serie che si scambia insieme all'amica. In secondo piano, intanto, appesi ai muri si succedono una serie di cartelloni motivazionali: vediamo scritte contro la debolezza, istruzioni sull'essere veri uomini, annunci di reclutamento militare e tanto altro ancora. In mezzo a quei muri e a quegli inni sulla mascolinità che ogni giovane adulto si è sentito rifilare in un modo o nell'altro c'è un ragazzo che cammina mesto, incompreso perfino a sé stesso.

Si aggiunge poi il commento pieno di sprezzo del padre («Ma non è una serie da femmine?», ecco che il genere diventa una specie di marchio), il lisergico scambio dei ruoli effettuato con l'amica scomparsa verso metà film, l'assenza degli insegnanti o di figure adulte di riferimento... sono tutti particolari che dipingono questo film di un orrore molto più sussurrato, ma presente, permeandolo di un senso di abbandono che non se ne va fino ai terribili titoli di coda.

I saw the TV glow sembra non acquistare mai un senso vero e proprio e, da una parte, sarebbe quasi sciocco cercarlo fidelmente in una pellicola che vuole mostrare lo spaesamento derivato dal non sapere chi sei, eppure nella sua assurdità ostentata riesce a mostrare un vuoto interiore con una leggiadria che trascende il mero gusto personale. E la disperazione che deve aver provato la Schoenbrun l'ho sentita molto simile a quella che ho sentito io per situazioni totalmente differenti alle sue.

Può una persona trovarsi in un mondo che spinge a indossare una maschera di forza e insensibilità? Come cercare un senso nello scorrere del tempo quando questo lo si passa in mezzo a gente che parla continuamente senza comprenderci mai? E che succede quando si palesa la pochezza dell'alternativa che ci siamo costruiti?

Il film prova a portare in scena tutto questo. Nel mezzo, tante cose che di solito non mi piacciono: un certo fare fin troppo casereccio di un particolare cinema indie, col suo montaggio fintamente sincopato, stacchetti musicali che a una certa mi chiedo ancora a cosa siano serviti nell'economia narrativa della pellicola, attori in palla che ogni tanto infrangono la quarta parete e tutte cose di cui, per quanto concerne la mera analisi stilistica, avrei fatto molto volentieri a meno.

Però... sì, quel vuoto che cerca di rappresentare in immagini e percezioni, un po' l'ho sentito mio. E  quando un film riesce a darti una sensazione simile, per me è riuscito a prescindere, anche se per assurdo non ti piace o convince del tutto.

Poi c'è quel dannatissimo finale di silente crudeltà che credo me lo porterò dentro per un po'. 

Sì, articolo nonsense per un film apparentemente della stessa risma. Ma c'è veramente un senso nello scucire la matassa dentro di noi?







Commenti

  1. Sul finale ho smesso di respirare. Per me è uno degli horror migliori dell'anno e anche dei più inquietanti.

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  2. Ciao, scusa il fuori onda, ma volevo comunicarti che giovedì uscirà nelle sale il film di Radu Jude di cui avevamo brevemente parlato, ricordi? 'Do not expect too much from the end of the world '.
    Per il poco che ti conosco, credo che lo amerai, spero esca dalle tue parti 🖐

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    1. Grazie mille dell'infornata! Sapevo della sua esistenza, non dell'uscita.
      Purtroppo non sono ancora riuscito a vedere il primo... 😅

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  3. FilmTv mi dice che il primo è su Prime.

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  4. Dovresti trovarlo anche su Chili 👋

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