SE SOLO POTESSI TI PRENDEREI A CALCI, di Mary Bronstein
Quella serie è stata anche utile per (ri)scoprire Rose Byrne, che ricordavo solo per il ruolo di Briseide in Troy, e trovandola di una bravura che purtroppo non ricordavo. Nonostante la Coppa Volpi vinta a Venezia per La dea del '67, ammetto che non mi sovveniva alla mente una sua performance in particolare, ma finalmente ha avuto il modo di spiccare al meglio in un film come questo, nel ruolo che probabilmente capita una sola volta nella vita.
Non per nulla è stata nominata agli Oscar proprio per questa interpretazione nell'annata corrente, premio che è però andato a Jessie Buckley per Hamnet. Vittoria ultra-meritata, ma la mia intenzione non è quello di fare dei paragoni perché, oltre a viaggiare entrambe su livelli di eccellenza, agiscono su sfumature opposte. Dove la fittizia mrs Shakespeare lavorava su sottigliezze e intensità emotiva, qui la psicologa sull'orlo di una crisi di nervi è più viscerale, alterna stati di trattenimento fino alle inevitabili e febbrili esplosioni. Inoltre, nel film in costume la protagonista gestiva a schermo una durata standard con gli altri componenti del cast, qui la nostra invece occupa la quasi totalità del lungometraggio, tolte alcune riprese di dettagli e dei controcampi. Insomma, quando si deve valutare la bravura di un'attrice, c'è anche il minutaggio a cui prestare attenzione. Perché tutti ci ricordiamo dei sedici minuti di Hopkins come Hannibal Lecter (record come interpretazione più breve ad aver vinto la statuetta) ma anche essere la colonna portante di un film, per quanto piccolo come questo, non è semplice.
Perciò consiglio la visione in lingua originale, che impreziosisce questa performance con un uso della voce e dei toni a dir poco magistrale. E detto da me, che spesso metto gli attori in secondo piano rispetto alla tecnica, vale doppio.
Personalmente non conoscevo la regista Mary Bronstein e facendo delle ricerche ho scoperto che tra questo e il suo film d'esordio (dove aveva pure recitato con la malefica Greta Gerwig...) sono passati ben diciassette anni, molti dei quali necessari per poter fornire alla figlia delle cure non disponibili nello stato di New York. La natura della malattia non è mai stata specificata e lo stesso ha deciso di fare nel film, che diventa un palese sfogo del periodo passato. Si dice che l'artista debba soffrire e mettere il proprio vissuto nella sua arte e, beh, so che ognuno agisce secondo regole proprie, ma in questo caso il detto è stato veritiero.
If I had legs I'll kick you resittuisce appieno il senso di spaesamento, la pesantezza di una situazione che non si riesce più a gestire, ma non cerca consolazione o altro. Lo fa nella maniera più sinistra, ambigua e spaesante possibile. Fossi cattivo, e con rispetto alle rispettive autrici, direi che riesce dove Die my love ha fallito nel ritrarre il lato oscuro della maternità.
Perché sì, essere genitori non è semplice, e per quanto una persona possa amare suo figlio, quando subentrano certe problematiche che si sommano a quelle di una vita che non lascia scampo, la sensazione di non riuscire (o di pensare di non volere, dubbio molto sibillino) a gestire tutto si fa pressante.
Si tratta di un film drammatico, ma assume i connotati di una pellicola grottesca per gran parte della sua durata, tutta passata a vedere le cose tramite la prospettiva di Linda e, di conseguenza, a tratti deformata dal suo stato tramite un suggerito uso delle luci e dei colori. Un'intera narrazione passata a contatto con un narratore inaffidabile, dove i particolari sono ingigantiti e resi estremi (non riuscirò più a vedere i criceti come prima...) accompagnati inoltre da questa bambina perennemente fuori campo la cui voce ci appare quanto mai invasiva. Ma pure qui, sin tratta di percezione abilmente utilizzata. È un'immersione continua, contando che intorno alla protagonista sballata, gasata e completamente fusa fioccano continue metafore dell'abbandono e, soprattutto, della voglia di abbandonare. Su questo particolare non ci si sofferma mai abbastanza...
Tra pazienti che lasciano incustoditi i figli per darsi alla fuga, un buco nella parete che palesa l'incapacità della nostra di trattenere tutto dentro e un assenteismo del marito che rende l'esperienza ancora più alienante, l'Odissea di questa donna a momenti fa i sandali a quella di Nolan per come ci appare così realistica, caotica e, nel caos che la smuove, così fissata su quello che vuole dire. Perché la mano di una narratrice capace si sente eccome.
Facendo lo slalom tra commedia al limite e una concessione finale al body horror, su tutte regna l'interpretazione di Rose Byrne. Bravissima a portare in scena una donna che non ce la fa più, ormai incapace di reggere lo stress e che vorrebbe solo restituirsi a un urlo liberatore quando invece le circostanze la costringono a tenersi tutto dentro a favore di un controllo sempre più labile, mentre un senso di colpa (immotivato) la perseguita silente.
Tutta l'intelligenza di un film simile, arty e fighetto quanto volete come tutte le cose targate A24 ma comunque molto più febbrile di tanta roba piaciuta ai parrucconi cinefili, si racchiude nel titolo, che con sferzante ironia riassume il cortocircuito comunicativo tra Linda e la figlia, ma anche col mondo esterno, invalidando una donna che ha tutto quello che serve e, nonostante tutto, in grado di apparire quasi disabile nelle circostanze che ci vengono mostrate, anche nel rapportarsi con una commessa particolarmente stronza.
Se dovessi raffigurare l'Inferno, lo ritrarrei come la vita di tutti i giorni, quella che ti schiaccia nella normale routine e che, incurate di quanto ti serve, insiste nell'inanellare una serie di sfighe dietro l'altra. Ma dietro gli isterismi e l'impossibilità dimentichiamo sempre che ci sono persone che portano ben altri pesi.
Non so cosa la Bronstein ha dovuto passare e spero che tutto nella sua vita ora si sia risolto. Mi auguro che questo film sia un'esagerazione del suo vissuto, e che sia servito ad riappacificarla con un passato che mi auguro non bussi più nel suo presente.










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