martedì 15 settembre 2020

STO PENSANDO DI FINIRLA QUI, di Charlie Kaufman



Lucy e Jake stanno insieme da poco e lui decide di presentarla ai suoi genitori. Durante il viaggio però la ragazza si mette a pensare che è il momento di finire lì quella relazione. Nel frattempo, in una scuola, un bidello...


Non c'è due senza tre e così, dopo quel delirio che fu Synecdoche, New York e la stop-motion Anomalisa, Charlie Kaufman si prepara a mettersi di nuovo dietro la macchina da presa adattando il libro I'm thinking of ending thinhgs di Ian Reid, megasuccessone in America ma ignorato fino all'arrivo di questo film qui da noi, pubblicizzato in pompa magna da siora Netflix.

Apro una piccola parentesi sulla questione Netflix... definita la rovina del cinema da molti puristi, forse gli stessi che ignorano che per la sua precedente fatica Kaufman dovette aprire una campagna kickstarter per trovare i finanziamenti giusti, è stato però l'unico mezzo per vedere film come Annientamento, The irishman e questo. Ecco, forse dal grande al piccolo schermo certe cose vanno a perdersi, ma visto il risultato finale, se Netflix è stato il necessario compromesso per avere un film simile... allora ben venga.

Perché I'm thinking of ending things è un film di Kaufman al 100%, e la prova del suo talento sta proprio nel fatto che sia riuscito a trarre un film simile da un romanzo come quello di Reid.

Non ci giro intorno... il libro proprio non mi è piaciuto. Non che sia una brutta idea (le idee brutte non esistono), piuttosto una storia non così innovativa, scritta con un linguaggio e una struttura che la azzoppano già a metà strada, complice un uso della parola scritta che a tratti non permette certe divagazioni e una sequenza in capitoli che fa quello che può per sopperire alle incongruenze temporali.

Ecco, il tempo... state molto attenti a questo, perché è importante.

Kaufman rispetta la struttura del romanzo, ma a modo suo. La trama è quella, ma la infarcisce del suo mondo e del suo modo di vedere quello reale, tanto che pur raccontando quasi la stessa cosa, diventano due opere totalmente diverse e a sé stanti. Se da una parte avevamo la storia di Lucy, qui abbiamo la storia del tempo stesso. Tutto è dilatato, quasi confuso, i piani della realtà stessa si confondono e gli stessi personaggi a un certo punto ci vengono mostrati in un'età differente da quella che avevano prima. Il tempo si annulla perché non c'è nessun tempo stabilito, se non quello di chi ricorda.

Perché il tempo che ci viene mostrato è quello di una vita ormai al tramonto che proietta tutte le possibili sfumature di quanto successo o che avrebbe potuto succedere. Kaufman ritrova i suoi temi cardine, l'amore che non si è saputo dare e che sarebbe potuto sbocciare, la creazione che non viene mai completata perché, a conti fatti, l'unica creazione di cui dovrebbe importarci è la nostra vita, quella che siamo così bravi a complicarci e che nasce complicata per definizione, specie da chi sente troppo e vorrebbe un mondo alla stregua dei sentimenti che prova, ma che finiscono per castrarlo in più di un verso. Tanto che compaiono i pochi minuti finali di un "film nel film", per definire una fine che non arriverà mai come mostrata nella finzione, ma che ha un suo proseguire.

Tutto è molto ermetico, alcune cose a una prima visione non si colgono subito, ma è molto meno criptico negli intenti di quello che può sembrare. Basta entrare nella giusta ottica.

Ce lo suggerisce col cambio di nome continuo della (presunta) protagonista, annullando ogni possibile parametro e mettendo noi spettatori a riempire i non detto, pur dicendo la sua. E tutto infatti si conclude con uno show davanti a un pubblico, ma il nostro posto potrebbe essere sia sul palco che fra gli spettatori, così come possiamo essere i personaggi di una vita immaginata o coloro che la raccontano. Tutto è smosso da una sola cosa, alla fine, il tempo, che trova concretezza solo nell'amore che possiamo dare. E quello di Kaufman diventa un amore Assoluto non tanto per quanto concerne una coppia (che molto probabilmente esiste solo nella testa di qualcuno), ma quanto per il bello, per l'esistenza, per il mondo, che gira molto più a rilento di quanto certi cuori battono e che lungo la strada si trovano anestetizzati dall'inevitabile e dal dolore - fate caso che ci sono continui riferimenti alla morte.

Non so quanto la piattaforma abbia influenzato le scelte di Kaufman. Certo, ci sono due spiegazioni che forse smorzano l'atmosfera e di cui si poteva fare quasi a meno, ma c'è una tale esplosione, un tale deflagrare di cose nel finale che diventa impossibile non farsi catturare. Un'esperienza puramente immersiva tra luci, balli e movimenti di camera, che ha dell'incredibile. E alla fine di questo spettacolo rimane un altro spettacolo, che altro non è che la vita stessa. La nostra, quella che ci sta intorno... qualunque.

Al terzo giro, Kaufman ce la fa di nuovo.

E cosa ancora più importante, lo fa sulla piattaforma più popolare del momento. Segno che due cose così apparentemente opposte possono perfettamente convivere.




8 commenti:

  1. Bellissimo, a tratti mi ha ricordato qualcosa di Bergman, per quell'atmosfera quasi da film horror, un viaggio cinematografico con dialoghi scritti alla grande, davvero un gran film. Cheers!

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    1. Ironicamente, i dialoghi sono così tanti che non li ricordo lucidamente 😅 però quelle immagini e sequenze finali... Babba bia!

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  2. Invece la recensione è molto bella

    e la penso come te, è un film sul tempo e sull'amore, entrambi visti in maniera universale e non individuabile

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    1. Un giorno entrerò nella testa di Kaufman e, se sopravviverò, ti farò sapere...

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  3. Tutti stanno parlando (bene, per lo più, come hai fatto te) di questo film e io ancora non l'ho visto! Devo rimediare!

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    1. Vale sicuramente la pena vederlo, così come approfondire il suo autore.

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  4. La tua è chiaramente un'ossessione! A parte il fatto che ormai è più che lampante che debba imbattermi in Kaufman, sono d'accordo con te sul discorso Netflix. Certo il cinema è sempre il cinema, ma uno strumento tanto demonizzato come Netflix ha dato un bello smacco a tutti salvando questa pellicola. È un chiaro segno dei tempi che avanzano, forse è ora di capire che la pacifica convivenza è un arricchimento per entrambi.

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    1. Infatti - sia su Netflix che sull'ossessione.
      Poi va anche detto che il cinema è stato pensato sul grande schermo e nulla potrà battere il fascino della sala... Ma più fronti, come dici, li trovo solo una mezza manna.

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