martedì 24 novembre 2020

SEOUL STATION, di Yeon Sang-ho


Un virus misterioso trasforma la popolazione coreana in zombi, cominciando proprio dai barboni che affollano la stazione ferroviaria di Seoul. In questo scenario, due giovani fidanzati dal presente disastrato e un uomo che dice di essere il di lei padre devono farsi strada in una capitale in ostaggio dei disastri e delle rivolte per l'attuamento della legge marziale... 


Nonostante il precursore Train to Busan abbia avuto tutto questo successo - anche fuori dalla madrepatria - questo prequel non è così conosciuto. Il regista Yeon Sang-ho ci lavorò in contemporanea e lo fece uscire proprio un mese dopo, anche se in gran parte del mondo uscì come allegato all'edizione home-video dell'horror pendolare ed è visto prevalentemente come un orpello o poco più.

Certo, va detto che il più delle volte il tempo è galantuomo, quindi se tutti ricordano gli zombi precedenti e non questo, qualcosa vorrà dire. Ma forse è anche un film che è stato lanciato e recepito in malo modo e meriterebbe forse un'analisi più approfondita di quelle che finora gli sono toccate.

Va da sé però che l'unica cosa ad accomunarlo al film precedente sono solo gli zombi e il fatto che si svolga in Corea del Sud, sennò potrebbe benissimo essere un film a sé. Questo gioca un po' a favore e un po' a sfavore, perché se da una parte può essere benissimo goduto come film a sé stante, dall'altra, essendo consci del collegamento, viene da chiedersi l'utilità di questa operazione che nulla toglie e nulla aggiunge a quanto già detto sul tema da Yeon Sang-oh.

Il regista ritorna al proprio passato di animatore per realizzare un film che usa gli zombi del nuovo millennio per quella che era stata la loro funzione voluta da Romero, diventare uno strumento per denunciare la politica del presente e le ingiustizie sociali. E se un tempo imitavano quanto fatto in vita nei supermercati, ora vagano per la stazione della capitale, come i senzatetto che furono, a testimonianza di un paese che tanta ricchezza ha dato a molti col proprio progresso ma che altrettanto ha tolto a coloro che non sono riusciti nell'impresa di stare al passo coi rapidi tempi.

E' un film smaccatamente politico questo Seoul station, di quelli che vedono un disastro coinvolgere tutti per come sono messe male le classi meno abbiente e che insegue questo gruppo di disagiati per tutta la propria pulp-durata.

Non dice nulla di nuovo e lo fa con formule molto collaudate. Anzi, per chi sa che si tratta del prequel di un film, forse ci mette persino troppo tempo a decollare (perché tutti quei preamboli se sappiamo già che sta per scatenarsi un'apocalisse zombi?) e i personaggi non sono proprio il massimo dell'introspezione. Anzi, più che i protagonisti, sono i comprimari a regalare i momenti più drammatici, specchio di un paese che coltiva da ere ataviche il mito del vincente, lasciando in balia di sé stessi gli ultimi, quasi come se fossero qualcosa di cui vergognarsi.

Non capisco bene il perché della scelta di questo tipo di animazione, ma pare che in Corea sia molto usata e qui taccio perché si tratta solo e unicamente di giusto personale - limite mio, trovo gratuitamente grotteschi i visi animati così - e di un rimpianto di chi aveva apprezzato così tanto il lavoro di questo regista dietro la macchina da presa, che qui mi sembra quasi sacrificato in molte soluzioni visive.

Non annoia mai e corre spedito come i propri non morti, anche se il ritmo non può definirsi di quelli da maratoneta, riuscendo a gestire tutti i propri elementi e riservando un colpo di scena finale davvero ben studiato, chiudendo il discorso sociale e lasciando una prospettiva nera-nerissima su quelle che possono essere le conseguenze di questo disequilibrio sociale. Perché finché esisterà una classe non abbiente o addirittura poverissima, le conseguenze saranno sempre più disastrose, zombi o non zombi.

E quei non morti diventano il grido di rabbia di coloro che avevano smesso di vivere una vita degna di essere chiamata tale da molto tempo.

Sì, non aggiunge nulla di nuovo e rimane sempre un supplemento home-video a un film sicuramente più ricco e meglio gestito su molti fronti... ma le cose da dire le ha lo stesso e merita sicuramente una visione.

Vedremo come va con 'sto Peninsula...






6 commenti:

  1. Secondo me nemmeno Train to Busan diceva qualcosa di particolarmente nuovo, però facev atutto bene e ne usciva un buon film! Quindi, che dire, mi hai incuriosito! Grazie dell'ottima recensione!

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    1. Nella recensione precedente ho scritto proprio questo 🤣😂 il buon Yeon ha talento e qui riesce a essere più tematico con quello che a conti fatti è un riempitivo, cosa non semplice.

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  2. Non mi era dispiaciuto ma rispetto a Train to Busan lo avevo trovato decisamente inferiore e anche più banale.

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    1. Sicuramente è molto più canonico. Il colpo di scena però funziona.

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  3. Anch'io non vedo l'ora di vedere come va con Peninsula, e su questo invece non c'è difformità di giudizio tra me e te ;)

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    1. Dal trailer non so quanto sperare in Peninsula, onestamente 🤨🤔 spero di ricredermi a fine visione.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U