THE PLAGUE, di Charlie Polinger

Durante un campo estivo di pallanuoto, il timido Ben si unisce a un gruppo di ragazzini che tartassano Eli, un compagno di squadra affetto da psoriasi, definendolo "appestato". Quando la burla si riverserà contro il protagonista, le cose si complicheranno gravemente...

In tredici anni passati tra i banchi scolastici posso dire di averne viste abbastanza. Alle elementari c'era un ragazzino con dei problemi di pronuncia piuttosto marcati che venne circondato dai miei compagni di classe, che presero a lanciargli delle noccioline chiamandolo scimmia; io non ebbi il coraggio di prendere le sue parti per paura, e poi andavo a giocare alla Play a casa di uno degli aguzzini. Alle superiori denunciai un bulletto che vessava un ragazzo più piccolo, col risultato che divenni io la nuova vittima e l'ex bullizzato si unì contro di me, cercando di portare il resto della classe dalla parte del gaglioffo. Alle medie invece seppi che una ragazza era stata portata nel bagno dei maschi e costretta a mostrarsi in reggiseno, per vedere se agli altri "tirava" nonostante fosse in sovrappeso. 

Volete mettere però coi cellulari che hanno rovinato i giovani d'oggi?

Questa parentesi biografica degna di un numero a caso di Shamo sembra uscita da uno dei peggiori istituti di Caracas, invece accadde tutto a cavallo degli anni Novanta e il primo decennio degli Anni Zero nelle scuole del nord Italia che frequentai, e sono solo alcuni dei momenti da "fascia protetta" che ho visto. Servono a restituire quello che troverete in questo The plague, un piccolo film che dentro di sé però ha tantissimo e che, almeno a livello superficiale, parla di bullismo. O meglio, parla di tutte quelle dinamiche (prettamente) maschili che coinvolgono il gruppo, la voglia di sopraffazione insita in una certa giovanile mentalità di branco e il desiderio di essere accettati da esso. Si concentra su quella parte di vita dove formare l'individuo è essenziale, perché la differenza tra una vittima e un carnefice, oltre alla naturale propensione al male, è come si riesce a indirizzare il percorso del singolo. E questo è una questione di tempismo, spiace dirlo, a una certa la rieducazione è quasi impossibile.

Altra nota particolare, credo sia uno dei film più difficilmente incasellabili per come fonde i topoi di diversi generi e per la moltitudini di tematiche che riesce ad abbracciare, portando quindi anche a dei naturali fraintendimenti - o molto semplicemente, ognuno ha dato importanza a quello che ha preferito. 

Non per nulla il film ha partecipato e vinto in diverse categorie al Fantastic Fest, il festival del cinema di genere tenuto ogni anno ad Austin... ma se proprio vogliamo incasellarlo in qualcosa, è un coming of age piuttosto tetro che sconfina nel dramma, eppure è stato spacciato e premiato come un body horror. Del cinema dell'orrore, a riprova che ormai ogni arte è giocata sulle commistioni, mantiene alcune caratteristiche, come l'atmosfera e la morbosità legata al fisico e ai suoi cambiamenti, oltre che al disagio arrecato da essi, ma questi elementi basilari sono sempre tenuti dentro i confini del reale.

Inoltre, è stato definito anche come un "thriller queer", ma anche questa, per me, è una visione estremamente riduttiva. Chiudere tutti in uno spazio che porta alla pratica di uno sport in cui il contatto tra i corpi nudi è d'ordinanza suggerisce più di una cosa, così come all'inizio diverse inquadrature portano a supporre che Ben sia alla ricerca di una propria identità, anche sessuale, non ancora chiarissima, così come è palesato nella scena della masturbazione di gruppo. Ma come ho detto, è solo la parentesi di un'equazione più grande che porta la pellicola a lambire confini estremamente pessimisti e, proprio per questo, non mi sento di consigliarlo a cuor leggero, nonostante sia un film bellissimo... ma opprimente.

È angosciante come, al suo esordio, Charlie Polinger riesca a incanalare tutto questo senza mai perdere il filo e non lesinando colpi al basso ventre continui. Che un debuttante abbia una tale padronanza è insolito, e per certi versi mi ha ricordato Swallow, un'altra magnifica prima volta, che però è speculare a questa pellicola. Dove Mirabella-Davis descriveva l'inadeguatezza al ruolo e la ricerca anomala di identità, Polinger opta per un cinema sicuramente più spoglio e meno elegante, ma riesce a valorizzare ogni aspetto con la mano ferma di un veterano per scoperchiare il coperchio di un vaso troppo spesso ignorato.

A riprova che l'horror riesca a condizionare tutto, Polinger compie un lavoro egregio sul sonoro. La musica è variata su una nenia e sembra la prosecuzione delle prese in giro di quei piccoli diavoli, sbarrando l'uscita di questo tunnel di violenza continua, come a sottolineare che non c'è scampo per le anime troppo sensibili e deboli. Anzi, già dalla prima inquadratura, nel contenuto abisso della piscina, sembra suggerire che quella vasca formato maxi sarà la tomba dell'innocenza di questo pugno di ragazzi, futuri uomini che si ritroveranno poi a camminare in autonomia nel mondo. Perché ogni persona adulta reca con sé le cicatrici dell'infanzia, spesso nascoste dalla incuranza dei «Sono ragazzi» di turno. 

Sempre a proposito di uomini adulti... negli horror che hanno dei ragazzi come protagonisti sono ritratti spesso al pari di figure genitoriali assenti o come strettamente inadatti al ruolo che compete loro. Tipico di tutte le narrative di protesta, e l'horror lo è stato a lungo, che vede i giovani barcamenarsi in un mondo di merda lasciato loro da chi ha fallito il proprio tempo giovanile di permanenza sulla terra. Qui avviene praticamente la stessa cosa col personaggio di Joel Edgerton (anche produttore), uomo sicuramente mosso da buone intenzioni e che alla sua maniera ce la mette tutta, ma che non ha gli strumenti per affrontare le problematiche che comporta il saper gestire quelle piccole bestie di Satana capitategli tra le vasche. Questo e i pochi dialoghi che lo riguardano suggeriscono un ulteriore livello di lettura del film e della disillusione che lo permea in ogni fotogramma.

Perché The plague non cerca una catarsi, è la messa a punto che certe ferite rimangono senza possibilità di cura, che la ghettizzazione del diverso e del più debole agisce ad ogni età. Non vuole dare una particolare profondità ai "villain", sono l'incarnazione del male puro, quello che agisce senza pensare e che punta a spargere sale non solo sulle ferite, ma anche sul terreno perché non vi cresca più nulla. E' l'annientamento della persona socialmente accettato.

Questo film mi ha fatto incazzare come pochi altri. Ha la capacità di mostrare il peggio di cui l'umanità è capace portando alle estreme conseguenze qualcosa che praticamente chiunque ha visto e vissuto. Sa terrorizzare perché riesce a restituire la dimensione che a tredici anni può avere un simile stigma, raccoglie a sé una serie di facce da cinema così particolari (anche se mi fa sentire in colpa scriverlo a proposito di ragazzini, tra l'altro tutti degli attori bravissimi) che anche senza recitare riescono a restituire tutto il grottesco voluto dalla situazione. E' un film piccolo, ma che usa al massimo il poco che ha, alzando l'asticella del sopportabile di minuto in minuto, pur essendo estremamente parco di violenza visiva (e ripeto, rimanendo nei confini del plausibile) per illustrare una sconfitta a tutto tondo senza possibilità di risalita.

Ma soprattutto, è un film che mi ha fatto sentire male, male per davvero, e posso vantarmi di essere sopravvissuto al porno neonatale e ad autopsie live. Qui però colpisce negli angoli più imperscrutabili.

Tra l'altro, ambientarlo nel 2003, ormai una vita fa, quando i social (signora mia, questi ragazzi sempre su internet...) avevano ancora da nascere, è un colpo di classe troppo poco sottolineato. All'epoca per fare i bulli bisognava sporcarsi le mano dal vivo.

Da un bel po' non mi capitava di uscire frastornato, senza speranza e col magone dalla visione di un film, e trovo quasi inquietante la dimestichezza con cui questo regista (che spero proprio non si perda per strada) ha saputo trattare un tema così ostico e, a suo modo, coraggioso.

Perché guai a mostrare il male tramite i bambini; questo è un bias che dobbiamo ancora superare,

Dal canto mio, lo consiglio caldamente. Sappiate solo che non sarà catartico, accomodante o pronto a farvi i grattini sulla pancia dopo avervi detto le robe brutte. Anzi, credo proprio inizierete a grattarvi voi...






Commenti

  1. Come direbbe Bastianich: E' PEGGIO di film d'orrore. Che fatica arrivare alla fine senza attacchi di panico...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Guarda, posso vantarmi di dire che «Ho visto cose...», eppure a tratti è stato davvero insostenibile. Aggiungi la mia avversione alla paternità e quei mocciosi sanno essere ancora più inquietanti 😰

      Elimina

Posta un commento

Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U

Post più popolari