THE DRAMA - UN SEGRETO È PER SEMPRE, di Kristoffer Borgli
Grosso modo è successo in tutti i film da lui scritti e diretti, che non hanno mai parlato di personaggi molto lindi. Quello che però mi ha sempre catturato del suo cinema è il non essere mai accusante verso i diretti interessati, bensì una sorta di sinistro occhio benevolo che li guarda con un affetto tutto proprio, oltre all'incredibile capacità di cogliere sfumature aliene al normale spettro umano.
Questo particolare è indispensabile per capire a fondo l'ultima creatura dello svedese, la seconda aromatizzata agli hamburger, che nonostante il cast di divi non lesina in quanto a cattiveria, arrivando a mettere sul piatto uno dei temi più caldi e dibattuti degli ultimi anni: quello della salute mentale.
Il film è stato spacciato come una disanima delle relazioni di coppia e della conoscenza che si ha del partner, temi sì presenti ma che finiscono per essere solo il contorno di un discorso molto più subdolo, scomodo e, qui sta proprio il bello, controverso. Un clamoroso dito medio alla società inclusiva a tutti i costi e ai suoi alfieri, senza però mettersi a flirtare con gli aspetti più reazionari della faccenda, ma piazzando su schermo con una semplicità disarmante tutte le ipocrisie che aleggiano intorno al tema e al modo che abbiamo di rapportarci con esso. il bello è che ci arriviamo per gradi, partendo da un'inezia e portandola alle estreme conseguenze con delle semplice aggiunte di particolari, fino alla deflagrazione finale. Sembra facile, ma solo un controllo ferreo del mezzo ti permette di gestire qualcosa di così semplice senza sbavare e mantenendo una propria logica intrinseca.
A Borgli bastano una tavolata, un matrimonio in divenire e quattro amici non propriamente astemi.
Prima di tutto questo, però, c'è un prologo che della commedia romantica adatta al meglio tutti gli stilemi. Il regista e sceneggiatore si occupa anche del montaggio, gestendolo alla perfezione. Soluzioni non cronologiche e alternanza dei piani del racconto per farci conoscere al meglio i due protagonisti, senza però rinunciare al grottesco che ne caratterizza lo stile personalissimo. Ma vederlo volteggiare così, con un assemblaggio delle scene perfetto, senza perdere mai il punto della situazione e rimanendo fedele alla leggerezza delle romcom che dimostra di conoscere bene, è indice di un animo cinefilo come pochi, nonché il primo dei tanti colpi di genio che caratterizzeranno questo piccolo ma spudorato film: il mettere due tipi di spettatori agli antipodi (quelli della commedia romantica e il versante più arthouse) vicini per poi condurli dove vuole, a quella tavolata che darà inizio all'apocalisse dei fiori d'arancio.
Perché sì, c'è di mezzo la malattia mentale, o meglio ancora, la percezione che abbiamo delle persone che hanno attraversato quell'inferno nel momento in cui abbiamo a che faci direttamente, che passa attraverso diversi livelli. Borgli ce li mostra tutti, arrivando ad asserire che ognuno può discriminare a sua volta (lo fa pure la futura vittima nel vedere la dj fumare del presunto crack), e che tra l'essere chi punta il dito e chi viene indicato spesso è una mera questione di statistica.
Ognuno dei partecipanti alla confessione etilica ha avuto a che fare con delle persone instabili. Iniziano a raccontare con gravità sempre crescente, da chi aveva un'ex con difficoltà nel gestire la rabbia a chi aveva fatto una vera e propria violenza ai danni di una persona più svantaggiata (il personaggio più odioso del film, personificato da Alana "Pizza" Haim) fino all'ammissione di un vero e proprio atto di bullismo. Ma la malattia mentale che ci riguarda direttamente, no, quella la vogliamo lontana perché è brutta, sbagliata e non si può estetizzare - tra l'altro, Emma ha un danno fisico permanente dovuto proprio a quel periodo.
Da lì è un crescendo di paranoia e ipocrisia. Borgli usa tutto il proprio cinismo per mettere in scena l'incrinarsi del mondo di un uomo ridicolo, un Robert Pattinson perfettamente sul pezzo che dopo Mickey 17 dimostra di essere capacissimo di gestire anche i ruoli comici (ma poi, impressione mia o si trova particolarmente a proprio agio coi personaggi ad alto tasso di sgradevolezza?), la cui discesa nei dubbi relazionali è accompagnata da una regia sapiente, mai invasiva ma che non lesina in quanto a tiri mancini. Ecco, di Borgli posso dire che mi piaccia il suo essere costantemente presente con trovate sempre ficcanti e appropriate, non arrivando mai a mangiarsi con manierismi inutili la narrazione, vero focus delle sue opere.
È così che l'elegante direttore di un museo d'arte, quindi qualcuno che dovrebbe essere in grado di avere un occhio capace di guardare nelle zone limitrofe dell'essere (anche qui, spassosa la scena del nuovo catalogo) si dimostra un uomo come tanti in tutta la sua mediocrità, vanificando pezzo per pezzo tutto il bellissimo insieme di momenti costruito a inizio film.
The drama non ha mai un attimo di pesantezza o di calo e, strano a dirsi, si riesce persino a ridere. Certo, a denti strettissimi e con una sensazione di disagio onnipresente che non molla mai l'osso una volta che il patatrac accade, ma come ho scritto all'inizio, la bellezza dei film di Borgli sta proprio nel guardare in una maniera bonaria quei piccoli omuncoli che si muovono tra le fila della sua scrittura, preparandoli a un proseguo. Così la storia di una paura di non sapere chi si ha accanto, diventa una preparazione per quel sì che si presenta di nuovo con una nuova forma.
Non più la banale promessa davanti a un altare, ma quella di voler continuare anche se la faccenda ha mostrato lati dell'altro e dell'altra che non si conoscevano. Un ricominciare sapendo, stavolta per davvero, chi si ha di fronte. Senza retorica, sensazionalismo o stucchevolezze di sorta... nonostante tutto, come loro due.
Sì, Borgli ha un particolare odio verso l'umanità e la gente... e io un poco odio lui per come riesce a costruire storie così piccole che però raccontano fin troppo lucidamente i nostri tempi e le teste che li abitano.










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