THE LONG WALK, di Francis Lawrence
Scritto nel 1967 e pubblicato nel 1979, La lunga marcia fa parte di quella piccola gamma di opere scritte dal Re uscite sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, il suo alter-ego politicamente schieratissimo e più diretto. Questo romanzo è forse il più rappresentativo di quella particolare parentesi della carriera dello scrittore del Maine per il suo significato sociale ma anche per la completezza letteraria che lo permea.
Non più la follia interiore di Ossessione (ritirato dal commercio su volere dell'autore), ma una riflessione sulle colpe del presente che però presenta un corpo più sostanzioso del corridore che sarebbe seguito, offrendo una moltitudine di personaggi sulla cui sfaccettatura gioca il peso massimo di una narrazione giocoforza costretta a un certo ironico immobilismo.
Hollywood mise gli occhi su quelle pagine in tempi celeri, ma farne una trasposizione non fu semplice. Inizialmente sembrava che sul finire degli anni Ottanta dovesse occuparsene niente meno che George A. Romero, ma le buone intenzioni si persero durante la lunga pre-produzione, fino allo scadere dei diritti. Poi nei primi Anni Zero si fece avanti il fanboy kinghiano per eccellenza, Frank Darabont, con l'idea di farne un film a basso budget, ma anche quel tentativo finì a vuoto. Sembrava che con André Øvredal fosse la volta buona, ma i magheggi delle case produttrici fecero finire tutto nelle mani dello sceneggiatore JT Mollner e del regista Francis Lawrence.
Quindi se il primo può far tirare un sospiro di sollievo, dato che siamo ancora tutti memori di Strange darling, è sul secondo che vengono legittimamente diversi dubbi, dato che proprio a causa di una trasposizione in particolare sto ancora bestemmiando tutti i santi.
Sì, Io sono leggenda, sto parlando proprio di te...
Ad ogni modo, Lawrence ha una carriera che non riesco a spiegarmi. Partito abbastanza bene con Constantine, e il fatto che tutti lo rimpiangano forse è lo specchio della pochezza che ci tocca ultimamente dopo anni di seghe saghe Marvel, ha poi fatto l'abbonamento ai distopici dirigendo gli ultimi tre capitoli di Hunger games e i successivi prequel, ma per me i suoi meriti più grandi rimangono il videoclip What you waiting for? e l'aver fatto spogliare la sua omonima in Red sparrow. Per il resto, lo trovo un discreto mestierante, ben amalgamato nell'ingranaggio produttivo e che riesce a eseguire un lavoro pulito che faccia contenti tutti.
Forse non il profilo adatto per adattare un libro così particolare e, nella sua semplicità, ostico. Perché tutti i migliori titoli di zio Steve sono opere che possono essere capite pure dal meno sveglio della compagnia per il linguaggio colloquiale e immediato, ma che si prendono fior fior di paragrafi per maturare tutta la bellezza delle parole (possono averla anche quelle più ordinarie e comuni) e lo svisceramento di concetti pesanti, morbosi e, per assurdo, coi quali tutti prima o poi finiremo per scontrarci, siano essi la crescita o la metabolizzazione del lutto - capitemi, ho recuperato Pet sematary da poco.
Il film, complice l'importanza che il libro ha nel cuore di molti Fedeli Lettori, fa la cosa più ovvia, quindi per la maggior parte del tempo rimane quasi devoto a quanto scritto da King, prendendosi un paio di libertà lungo il percorso e modificando pesantemente un finale che in origine era lasciato alla libera interpretazione, adattandolo per i tempi moderni che, per assurdo, sono addirittura più folli di quelli in cui King stesso visse gli anni della gioventù. E se fossi cattivo, direi che abbiamo pure superato la sua immaginazione più pessimistica.
La prima delle licenze è il punto di vista. Il romanzo era narrato da Garraty in prima persona e l'esperienza era filtrata dalla sua visuale; il film invece, pur privilegiando su di lui l'attenzione anche tramite due flashback inventati di sana pianta, trasforma la vicenda in un rito collettivo, dovendo favorire tramite l'occhio cinematografico l'insieme dei ragazzi partiti che, di minuto in minuto, finiranno con il ridursi drasticamente. Se poi nella novella il senso di collettività e di disperata unione che finiva con l'unire i partecipanti finché rimanevamo in vita si percepiva in base agli scambi col protagonista, qui la dimensione corale restituisce il senso di ineluttabilità, dato che molte riprese arrivano fin dove l'occhio dei favoriti non può spingersi.
A questo, si unisce la gestione di Lawrence...
Che è inaspettatamente buona. Il film è giovato anche da dei dialoghi adattati molto bene alla sua natura, ma è come il nostro ex videoclipparo riesce a dosare ritmo e pathos a fare la differenza.
The long walk si concede le giuste lungaggini, permette ad ogni personaggio di presentarsi nella maniera giusta e lascia gli attori liberi di metterci del proprio, col risultato che ognuno di loro finisce per imprimersi anche se il tempo concessogli è risicato. C'è un attenzione sui giovani interpreti non da poco, ognuno ha la faccia giusta ed è diretto con grande sensibilità e rispetto per il dramma che si porta dietro. Così l'America ignorata delle periferie e le figure narrative che dall'epoca in cui è strato scritto il libro ancora resistono, si imprimono su celluloide con una naturalezza non indifferente.
Non è secondarie nemmeno l'attenzione data al paesaggio, inevitabile se si vuole riprendere una maratona, ma esso diventa espressione di un paese che manda i propri giovani al macello (l'eco del Vietnam si sente anche fuori tempo massimo) e che allo stesso tempo è diretto responsabile della propria distruzione. Questo si avvertiva in quanto scritto da King e Lawrence ce lo suggerisce in maniera sibillina, con qualche comparsa ben piazzata e nelle reazioni dei camminatori pied a piede che i minuti scorrono.
C'è poi tutto il discorso sulla violenza. Ben dosata e inaspettatamente esagerata, specie se si considera che a riceverla sono degli adolescenti. Non mi aspettavo che uno innocuo come Lawrence calcasse così tanto la mano, e quando succede la gravità di quanto accade davanti a noi risalta ancora di più.
Tra teste che esplodono, caviglie slogate che persistono fino alle estreme conseguenze e atti fisiologici espletati sul momento, con tanto di scariche diarroiche riprese in bella vista, il film non si risparmia nulla. Ci sbatte in faccia la follia di un Paese e delle sue insane promesse di fortuna e gloria, quando invece ha privato i suoi abitanti del futuro prima socialmente e poi a conti fatti.
La natura politica rimane intatta e, per quello che dice e come intende farlo, mi sembra strano sia uscito in questo periodo storico senza tanti problemi, pur rimanendo accessibile e ancorato a degli standard narrativi che possano trovare il plauso comune. Ma soprattutto, che la noia non arrivi mai quando stiamo letteralmente seguendo dei tizi che camminano tutto il tempo ha dell'incredibile. Ed è incredibile che il finale, pur mitigando l'impotenza del libro, si prenda il rischio e affidi la sorti a un determinato personaggio, con tutte le implicazioni che ciò comporta. Sembra poco, ma l'ho apprezzata come soluzione...
Ho sempre considerato la cultura pop qualcosa di importantissimo e, a suo modo, un termometro sociale dei tempi che stiamo vivendo. Quindi che di uno degli autori più venduti delle librerie del globo, e di conseguenza uno dei più trasferiti sul grande schermo, nello stesso periodo siano usciti questo adattamento e The running man, mi fa parecchio pensare.











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