LA SPOSA!, di Maggie Gyllenhaal
Mary Shelley non fu "solo" una scrittrice horror, ma era figlia del pensatore illuminista William Godwin, ispiratore della seconda generazione romantica (quella di Keats e Byron, per capirci, ma pure del Bysshe Shelley che ne sposò la primogenita) e dell'anarchismo filosofico, ma soprattutto, fu partorita da Mary Wollstonecraft, antesignana del femminismo liberale. Il che ci porta anche a tutte le riduzioni filmiche che sono state tratte dalla sua creatura letteraria...
Partendo dal cortometraggio muto di J. Searle Dawley fino alla trasposizione primigenia su grande schermo a opera di James Whale, passando poi per la parodia di Mel Brooks e il barocchismo di Kenneth Branagh, fino alla versione di Guillermone bello per la Netflix (nel mezzo abbiamo avuto pure Ishiro "Godzy" Honda, Roger Corman e Antonio Margheriti), tutte le versioni della creatura sono state adattate da uomini. Le cose stanno leggermente cambiando negli ultimi anni, dato che un paio di anni fa uscì il film Lisa Frankenstein, con un apparato creativo al 100% femminile, e a voler fare i puntigliosi in tempi pre-pandemici c'era stato pure il biopic sull'autrice realizzato dalla regista turca Haifaa al-Mansour, ma è stato un processo letteralmente secolare che, per un assurdo senso dell'umorismo, cozza con il libro e la sua disanima.
Perché di tutte le questioni che quel magnifico romanzo tratta (ricordo, l'autrice lo scrisse a soli ventuno anni) abbiamo anche la visione di uomini boriosi che finiscono per farsi la guerra tra loro, a discapito dei comprimari femminili, tra cui la sposa della creatura che, in poche pagine, viene prima pretesa dal mostro e poi uccisa dal creatore stesso. È un passaggio che da solo dice molto di più sull'origine della scrittrice e sulla sua visione del mondo, oltre a dare un ulteriore grado di profondità a un libro già maestoso di suo.
Il che ci porta al primo film del '31, un successo tale da spingere i produttori a realizzarne un seguito, affidandosi di nuovo alla maestranza di Whale, che era reduce da un altro strike commerciale con L'uomo invisibile. Il cineasta, uno dei primi registi queer della storia, decise di optare per un processo inverso: realizzare non tanto un contino quanto una parodia, e il risultato fu La moglie di Frankenstein, ferocemente vittimizzata a suon di tagli censori dal codice Hayas ma diventato anch'esso un trionfo al box office oltre che un vero e proprio cult nel tempo - basti pensare all'iconico look di Elsa Lanchester.
È a quel sequel che Maggie Gyllenhaal vuole rifarsi, partendo dal presupposto che la creatura che dà titolo al film nell'originale non veniva lasciata esprimersi, anzi, compariva per pochissimi minuti e la sua voce si traduceva in un urlo. Come nel sequel di Whale, adotta la voce narrante della scrittrice per narrare la storia della Sposa, vessillo di tutte le donne che, tramite lei, cercano un riscatto e una figura rappresentativa.
Tutto molto bello e giusto. Anzi, un'operazione più che naturale e in linea con quello che è lo spirito del libro. Tra il dire e il "si - può - fare!" però c'è sempre di mezzo un mare bello grosso, ed è qui che mi cade lo scienziato pazzo.
The bride! (con il punto esclamativo, come madre!) è un film che vorrebbe essere anarchico e lo ribadisce fin dalla titolazione, apparendo solo sconclusionato e fuori focus. Ora io sarò pure un figlio sano del patriarcato, ma sono anche capace di mettermi in discussione nei confronti del mio ruolo nella società, non ho assolutamente nessun problema con i discorsi che decostruiscono la figura del maschio e penso che il mito vada costantemente rielaborato nelle epoche - anzi, è proprio questo che tiene in vita l'arte. Figuratevi, non ho nessun preconcetto nemmeno verso il femminismo, che ho studiato e so aver avuto un suo ruolo importante per far sì che uomo e donna abbiano raggiunto pari diritti nella nostra società, almeno in apparenza. Non contesto l'ideologia in sé, che come tutte le filosofie è in costante evoluzione, ed è proprio perché la ritengo una questione serie che mi sale il mansplain al naso quando se ne fanno portavoci figure discutibili o viene espressa in maniera stupida, didascalica, tanto da far passare come rivoluzionario perfino un prodotto capitalistico come Barbie - andrebbe anche fatta una riflessione del capitalismo nell'arte, però.
Pertanto, non ho nessun problema che una donna faccia un film che parli di rivendicazione femminile. Mi scoccia che un film sia fatto male, quello sì, ed è una cosa che non perdono mai e va sempre analizzata.
The bride!, mi spiace dirlo, è un film fatto col culo, posto che quella è una parte anatomica molto importante ed essenziale per le corrette funzioni fisiologiche che meriterebbe giusta dignità.
Non c'è una direzione specifica, prende in prestito da tutto, a partire da La rabbia giovane di Malick fino a Natural born killers di Stone (fossi cattivo direi che sono due uomini...) ma senza rielaborare il materiale in una propria forma. Tende a ribadire che ogni donna viene sminuita, e lo fa in maniera didascalica ogni tre secondi con ogni personaggio, che nel suo venir esagerato e ampliato dall'occhio dell'autrice diventa quanto più conforme ed estetizzato. Ecco, se proprio vogliamo dirla tutta, il film della Gyllenhaal cerca di essere sovversivo a tutti i costi, finendo però per fare il palo proprio con le stesse regole estetiche che non gli permettono mai di essere davvero fuori degli schemi, sgradevole e, nel suo orrore, più umano di quanto vorrebbe sembrare. L'estetica è forse il suo vero nemico, perché finisce per abbracciarla a sfavore della stessa anarchia a cui vorrebbe ambire.
Se ne sbatte che nella loro fuga amorosa i due piccioncini redivivi finiscano anche per ammazzare uno che c'entra poco o nulla - poi altri che "se lo meritano", qualunque cosa voglia dire.
A una certa mi è sembrato che pure gli attori fossero a disagio, non avendo una vera e propria mano sicura a dirigerli, e tutto finisce per apparire pressapochista, gestito male a dispetto delle enormi risorse investite e abbastanza fallace nella sua logica. Proprio per questo tanto di cappello a Jessie Buckley, che con quel poco che si ritrova a disposizione riesce a dare una prova tutto sommato convincente e che le permette di passare da un registro all'altro senza soluzione di continuità, mentre l'interpretazione di Christian Bale, che ormai non ha più uno stracacchio di nulla da dimostrare, resta su lidi che non ho saputo come tradurre.
Mi rendo conto che se si vuole passare per il grande pubblico c'è bisogno di una semplificazione, anche quando si tratta di temi sentiti e complessi, il punk stesso si basò su una semplificazione concettuale e musicale, ma credo anche che il vero coraggio di un'operazione che vuole definirsi tale stia anche quello di osare le convenzioni del tempo, così come fece Whale col suo film, che a dispetto del successo non ebbe vita facile e scardinò pure la simbologia stessa dei riti sacri per creare la sua giusta parodia, e infatti il suo film appare provocatorio ancora oggi. Qui cosa hanno fatto in più, per assurdo, in un'epoca molto più permissiva? Era davvero necessario che qualcuno scomodasse Mary Shelley in persone per una roba simile, a conti fatti?
Non vi nascondo che in questo film ci ho creduto, e pure molto, quindi la delusione è doppia. Non sa essere nemmeno abbastanza brutto da risultare un capolavoro dello scult, solo qualcosa di raffazzonato, voglioso di dire la sua, ma il discorso alla fine non fila per nulla. Anzi, più lo prendi seriamente (non che lo richieda...) più ne esce con le ossa rotte.
Lo riportiamo in vita?











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