IT ENDS, di Alexander Ullom
Proprio per questo nonostante l'oggi mi paia un grottesco macchinario movimentato da ingranaggi di pragmatismo e algoritmi (giuro, mai vorrei essere adolescente in questa epoca), non è che il passato lo ricordi tanto roseo. E per quanto non mi sia mai mancato nulla, più di una volta mi sono sentito smarrito, soprattutto da ventenne; la mia giovinezza è stata costellata di momenti in cui non vedevo soluzione alcuna al mio futuro e la vita mi sembrava impossibile da migliorare nonostante i miei sforzi.
Il culmine di questo malessere lo ricordo a ventisette anni, gli stessi di Alexander Ullom mentre portava a termine le riprese di questo film, il quale ha più volte ammesso di essere sprofondato in una profonda crisi depressiva al compimento degli studi universitari. A sbloccarlo dallo stato di inedia esistenziale in cui si era impantanato fu la vicinanza di un amico, il quale divenne involontario artefice della sua genesi creativa quando un giorno chiese scanzonatamente al futuro cineasta chi avrebbe vinto in uno scontro tra un gorilla e un grizzly, dando via a uno dei tormentoni interni di questo film che, qualora non l'aveste capito, è proprio un gran metaforone sulla depressione e la mancanza di aspettative per il futuro. Già l'accenno di trama lo fa supporre, la dichiarazione del suo giovane autore lo certifica. E se è vero che il vissuto alimenta l'arte, vi sarà facile intuire come mai questo titolo ha suscitato tanta attenzione e curiosità.
Per assurdo, uno dei titoli più chiacchierati di fine anno ha avuto vita produttiva difficile. Ullom raccattò i primi fondi tra un suo amico youtuber, un prestigiatore che aveva investito in GameStop e una fonte anonima conosciuta nella chatroom di un videopoker, mentre le riprese richiesero un totale di sei anni perché le casse si svuotavano con sorprendente facilità.
Questa dilatazione lavorativa costrinse la troupe a lavorare a singhiozzo, con conseguenti reshoot atti a dare al film una coerenza stilistica tra le varie scene, ma pure una volta completato le tribolazioni non terminarono. Infatti nonostante il successo ai vari festival nessun produttore era intenzionato ad acquistarlo, tanto che Ullom pensò di pubblicarlo gratuitamente su YouTube. La svolta avvenne quando il giovinastro si trovò negli studi della Universal per lavoro, accorgendosi che a poca distanza da lui si stava svolgendo un evento per il nuovo film di Jurassic Park. Decise così di provare il tutto per tutto, scavalcando le recensioni di sicurezza, infiltrandosi tra gli influencer e tarpinando lo sceneggiatore Nicolas Curcio, presente all'evento, in modo da convincerlo a sponsorizzare il film sui suoi social media - credo sia la cosa più vicina alla cazzimma di Werner Herzog.
Curcio rimase entusiasta del film e scrisse una recensione sul suo profilo Letterbox che scatenò una reazione a catana, tanto che la Neon si fece farsi avanti e lo portò nelle sale. Al momento, si tratta di un piccolo successo perché, a fronte di un budget di trentamila dollari (saliti a ottantamila con la post produzione) ne ha incassati oltre un milione a livello globale, risultato sufficiente da spingere gli esercenti a commissionare a Ullom il secondo film.
Tutto è bene quel che finisce bene, anche perché certifica quello corrente come l'anno dei giovani autori horror. Infatti dopo Obsession e Backrooms abbiamo l'ennesima mente fresca di crema anti-brufoli che porta su schermo le ossessioni e le paure della sua generazione. A differenza degli altri due appartenenti al triello però abbiamo una visione più da guerriglia, non c'è l'eleganza formale di Barker (il cui film è comunque costato quasi dieci volte di più) e nemmeno l'aiuto di terzi fornito a Parsons. Ullom si è dovuto arrangiare in tutto e per tutto, acquisendo pure il ruolo di montatore, particolarità che lo rende un autore completo a 360 gradi ma che rende anche il suo esordio una bestia anomala e imperfetta.
Regia e montaggio non sono la stessa cosa e sovente questi ruoli vengono rivestiti da due persone diverse. Quest'ultimo, insieme alla fotografia, è una seconda anima del film, che da sola può portare a un effetto totalmente opposto a quelle che erano le intenzioni dell'autore. Tarantino non avrebbe quel ritmo serrato senza Sally Menke e Spielberg deve il suo tocco alla fotografia di Janusz Kaminski, e siccome non tutti siamo Mike Flanagan (oddio ho detto qualcosa di buono su di lui...) è giusto che nessuno si trasformi in un cerbero factotum. Ma si sa, la vita è stronza.
It ends soffre proprio di questo, di un'identità strana e ondivaga che non sa esattamente cosa vuole essere e offre diversi momenti di confusione all'inizio. Se l'intuizione di Ullom è vincente, infatti, lo è un po' meno la sua messa in scena. Dopo questo excursus riepilogativo delle sue disgrazie possiamo spiegarci molte cose, ma la confusione che un inizio gestito in maniera piuttosto sbilenca offre non si può ignorare, così come un evidente riciclo di riprese che servono ad allungare delle sequenze difficili da gestire nonostante i pochi elementi a disposizione. Tutte cose che, al di là dei palesi limito produttivi, dà comunque uno strano fascino a un film sbilenco e sospeso in una dimensione liminale tutta sua.
Una metafora, abbiamo detto, e chiunque abbia un paio di neuroni funzionanti lo può capire già dai primi minuti. Questa strada che non finisce mai, un kafkiano loop senza soluzione, e poi queste persone che da sdraiate si riattivano per scomparire subito dopo...
Ullom ci mostra la depressione, ci fa affezionare a quattro soggetti segretamente disastrati, ci pone i dilemmi di chi ha tutta la vita davanti e che ad essa non trova soluzioni, ma solo ulteriori preoccupazioni. Questo è stato un motivo per cui ho sentito il film "mio", come se parlasse al ragazzino perduto che fui.
Ma è anche una metafora ficcante che alla lunga finisce col mangiarsi il film, il quale come tutte le cose esistenti in una dimensione propria dà e prende alla stessa maniera. Offre materia di discorso e riflessione, però allo stesso tempo sembra non essere nemmeno abbastanza. A distanza di giorni non mi ha lasciato molto, eppure sul momento mi sono sentito coinvolto da questo riflesso esistenziale che sicuramente accomuna molti di noi. Allo stesso modo il voto è più "politico" che altro, perché mezza pinta in meno sarebbe ingiusta... insomma, se la lavorazione è stata un casino, anche la valutazione mi mette in un campo minato in cui non so come muovermi.
Resta il fatto che il nostro ha saputo scivolare via dalla banalità rassicurante offrendo una conclusione che, nel suo cinismo fatto di rese e gente sdraiata, fa trovare l'ottimismo nella tragedia. Non una parabola sul farcela o a proposito della resilienza, quanto un monito all'accettazione della mortalità, al trovare il modo di andare avanti nonostante intorno a noi regni il nulla. Perché, forse, il niente si può annullare tranquillamente tramite il contatto con l'altro, col contatto umano che è forse l'unica forma di calore in un clima sempre uguale ma comunque raggelante.
"Chi vincerebbe in uno scontro tra un tizio armato e cinquanta falchi?"
"Probabilmente i falchi... sono in cinquanta."
Ullom ha percorso la sua strada e messo in arte la depressione che ha segnato la sua vita. Già trovare la benzina e il chilometraggio per questo non è poco. Quindi, al di là del risultato e di tutte le lacune che una lavorazione travagliata possono portare, di questo gli va dato atto.











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