DANGEROUS ANIMALS, di Sean Byrne

Zephyr è una ragazza dal passato tormentato che vive alla giornata, tra una surfata e l'altra sulla costa australiana. L'incontro col dolce Moses può portarle forse qualcosa di inaspettato, ma a metterle il bastone tra le zanne degli squali ci penserà lo psicolabile Tucker, escursionista subacqueo estremo che miete vittime in mezzo al mare...

Anni fa un mio amico andò a lavorare in Australia. Per dei bei mesi le nostre chat, tra meme molto discutibili e black humor a livelli tanto alti da farmi meritare l'arresto, furono invase dai suoi reportage delle disavventure quotidiane con la fauna del posto. Sciami di api che ricoprivano i motorini, tarantole sotto le maniglie delle macchine e serpenti che passavano in giardino. Poi anche dei canguri, sì.   

Insomma, non è un caso che gli australiani abbiano trasferito un po' di questo loro istinto di sopravvivenza acquisito nella cinematografia estremista che sembra caratterizzarli. E tra un Wolf creek e un Beaten to death si piazza pure Sean Byrne.

Egli gioca una partita tutta sua. Bravissimo e salito alla ribalta con un esordio magnifico quale The loved ones, la cosa più vicina a un romanzo di Jack Ketchum che esista, ha però la brutta abitudine di far passare troppi anni tra un film e l'altro. Ne sono passati sei infatti dal suo esordio e il gradevolissimo The Devil's candy, e per arrivare a questo ci ha fatti attendere la bellezza di una decade esatta.

La beffa è che non l'ha nemmeno scritto di suo pugno come i precedenti, ma si è basato su uno script di Nick Lepard. Il che però non ne inficia la bravura, perché far emergere le proprie peculiarità su una storia stesa da altri significa pressoché due cose: che sai scegliere bene i progetti su cui imbarcarti (termine non usato a caso...) e che il tuo stile è così riconoscibile che ti basta poco per far sentire il tuo pubblico a casa. Sempre a proposito di casa, poi, va pure aggiunto che questo è il film "più australiano" della produzione di Byrne, giacché completa quello che mancava alle pellicole precedenti per avere il bollo di riconoscimento insulare, ovvero il legame con il territorio. Qui siamo in acque australiane e possiamo diventare cibo per australianissimi squali. In pratica, la versione lercia di Crocodile Dundee

Pure il villain portato in scena da un gigionesco Jai Courtney (oh, ma è quello di Divergent) ricalca in pieno lo stereotipo del villico isolano, e il surf a fare da contorno completa il cerchio con quello che è il quadretto perfetto di quella terra.

Se tutto si limitasse a questo però non ne staremmo a parlare. Byrne infatti non è tipo da far parte del complesso che valorizza il territorio, perché gli accordi per ampliare il repertorio lui li conosce tutti e lo dimostra, non lesinando su una pentatonica di regia che esalta ogni singola scena. La tensione c'è, si taglia con un machete tra una sequenza e l'altra, e pure il primo atto impiegato per presentare la sua protagonista ha il dono di non renderla una macchietta irritante. Anzi, le dà una caratterizzazione ben specifica con pochi momenti, senza approfondire troppo ma fermandosi prima di entrare nel patetico o nello scontato. Questo non ti riesce se sei un William qualsiasi, devi essere per forza un cineasta di razza, soprattutto per via del malus aggiuntivo del doverti basare su un soggetto non tuo. Che comunque, avercene di sceneggiature come questa; trovo che nessuno si sia mai soffermato a sufficienza sulla capacità di Lepard di imbastire la sua storia. 

Sarebbe infatti riduttivo e irrispettoso liquidare tutto come una vicenda di cacciatore e prede, di uno psicopatico col pallino per l'emoglobina clandestina e basta. Tucker e Zephyr sono in realtà la faccia della stessa medaglia, due individui che hanno deciso di vivere alla loro maniera per dei traumi non ben specificati e che, avendo un'origina comune, si sono divincolati agli estremi opposti. Se è vero che il peggior nemico di noi stessi ci guarda ogni mattina allo specchio, è altrettanto corretto dire che è una battaglia contro se stessi quella che i due personaggi intraprendono, dato che in qualche maniera uno vede una parte di sé nell'altra e viceversa. Il vagabondare di Zypher e il suo non trovare un porto per via di questo suo disagio è grossomodo, con le dovute differenze, quello che ha portato Tucker e diventare la bestia mostrata già nel ganzissimo prologo. Sopravvivere qui non è solo un sistema per tenere alta la suspense, ma è anche il non volersi lasciar sfuggire quell'occasione di essere felici. Quella che Tucker non ha, in balia della propria follia solitaria.

Poi ovviamente ci sono le frattaglie, che è quello che ci interessa.

Il film è violento, ma Byrne ci ha abituati a molto peggio. Le avventure di misstress  Lola rimangono insuperate in quanto a cattiveria e disagio, tanto che mi domando quanto la produzione sia intervenuta nella faccenda. La realtà è che questo film è un perfetto iniziatico per chi è completamente a digiuno di questo regista, essendo la sua pellicola più immediata, terra terra e di largo consumo. Può soddisfare molta più gente dei precedenti film, estremamente divisivi e di nicchia per come svisceravano la faccenda, ma ciò non toglie nulla della bontà che Byrne riesce a dare alla singola scena col suo occhio. 

C'è azione, la violenza abbonda ed è perfettamente dosata, e soprattutto non si incattivisce la figura dello squalo. Anzi, si sottolinea più volte senza dirlo che la vera pericolosità è data dagli uomini, loro i veri animali pericolosi del titolo, i pescecani sono solo delle creature che abitano il loro spazio e che l'uomo manovra per la propria perversione.

Ma soprattutto, è un thriller-horror d'azione che non rinnega la propria natura e riesce a fare quello che è il suo compito: spaventare e mettere ansia. Dovrebbe essere la norma, ma ultimamente sembra che l'ovvio stia diventando una specie di lusso. 

Un'altra storia di anime disperate e tormentate in un mondo che sotto il sole mostra solo disagio e cattiveria. A distanza di anni Byrne dimostra di non aver perso un grammo di cazzimma e noi gli auguriamo di fare ancora tati altri film, tutti con lo stesso entusiasmo, perché non ne abbiamo mai abbastanza.

Solo, stavolta non farci aspettare un'altra decade, e che diamine...!






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