CIME TEMPESTOSE, di Emerald Fennell
Ho colmato questa mia voluta lacuna letteraria solo in tempi recentissimi per poter vedere il film, e posso finalmente dire con cognizione di causa che raramente una lettura mi ha scartavetrato i coglioni in questa maniera. E no, nessuna ripicca verso le signorine.
Ad ogni modo, il libro è un capolavoro. Lo dico anche se a tratti ho voluto lanciarlo dall'altra parte della stanza da quanto mi stava stufando.
Il gusto personale è legittimo (pure trovarmi brutto) ma se vuoi parlare di qualcosa, soprattutto se sei un appassionato, devi saper scindere quello che ti piace e gli effettivi valori storici e semantici di un'opera. Quindi il fatto che io mi sia slogato la mandibola a suon di sbadigli leggendo le pagine della Brontosaura nulla toglie al suo talento e al valore del suo romanzo.
Nemmeno il più miope dei detrattori può ignorare come ella acquisì le basi dello stilema gotico alterandoli con una narrazione non convenzionale (le vicende sono raccontate dai comprimari, mai dai diretti interessati), o che al topico amore puro e salvifico venisse preferita la sua derivazione più abietta, condita di una violenza esibita e spruzzata di vessazioni psicologiche. Tutte cose che all'epoca in pochi avevano saputo affrontare, soprattutto così spudoratamente. Che ciò sia uscito dalla penna di una donna appena trentenne, vista anche com'era considerata la figura femminile del periodo, fa pensare molto su quello che "una semplice storia d'amore" si è portata dietro per quasi due secoli.
Poi sì, oggi siamo abituati a ben di peggio, ma perché questi temi li abbiamo visti filtrati nel corso degli anni fino alle derivazioni ultime, che tra le altre cose hanno quasi sicuramente attinto da queste pagine, rivalutate da tutta la critica occidentale dopo la morte dell'autrice.
Il che ci porta al film di Emerald Fennel, che ha fatto discutere già dal casting. Centosettantanove anni dopo la prima edizione rimane ancora qualcosa da dire a riguardo o è tutto marketing e distintivo?
A detta dei più dritti, il paraculissimo virgolettato nel poster è l'ammissione della cineasta che ci troviamo di fronte a una fanfiction. Bene, vi devo dare una brutta notizia: di base ogni adattamento lo è, e per funzionare spesso si basa su un tradimento intrinseco. Non è che se Del Toro fa Frankenstein a modo suo è un genio rivoluzionario, mentre la Fennel una povera mentecatta. Da sempre ogni autore degno di tale nomea prende quello che gli interessa e lo trasla attraverso la propria poetica e le possibilità del mezzo; cosa e come intende farlo sono un altro paio di maniche ed è l'unica cosa che dovrebbe interessarci. L'aspetto veramente degno di nota di questo Cime tempestose infatti sta nella logica produttiva e nella doppia anima di un film che prima osa ma poi ritratta subito la mano, checché ne abbiano da dire molte virginee anime scandalizzate.
Se proprio devo essere onesto, a me ha infastidito questo, non infedeltà e furbate da teenager. Ma è una questione molto corposa che ci costringe a prendere in mano tutto l'iter artistico di questa donna promettente e della non semplice identità della sua carriera.
Dopo una batosta di critica come quella per Saltburn, la Fennel si trova nella difficile posizione di conciliare la possibilità di restare a lavorare coi nomi grossi di Hollywood mantenendo allo stesso tempo le caratteristiche di un cinema autoriale e interessato a fare un po' il cazzo che vuole - l'adattamento è mio e me lo gestisco io. Spoiler: non sempre di riesce. E infatti vorrei sapere in quali parti la produzione è intervenuta, perché la terza mano politica che maneggia i fotogrammi si vede tutta, mi ci gioco mezza palla sinistra senza tanti tentennamenti. Ciò non toglie che i barlumi della visione della sua regista si vedano, e quando sono liberi sono pure belli potenti.
Già il prologo è esplicativo. Rumori e ansimi su schermo nero, il suggerimento sibillino di un amplesso, subito dopo smentito con la macabra realtà: sono gli ultimi spasimi di un impiccato. La regia ci tiene a soffermarsi sull'erezione venutagli poco prima di spirare, particolare che scatena un'ondata di euforia tra il pubblico.
Eros e Thanatos. Piazzati lì, a bello schermo, a testimonianza di come la morte e l'abbandono delle spoglie terrene diventino l'unico viatico per la totale libertà. Dite quel che volete, ma ci vuole una discreta dose di coraggio per iniziare così un film fatto apposta per attirare la gente in sala coi vip di turno.
Fosse continuato così, lo avrei adorato...
La Fennel con la sua versione di Cime tempestose vuole mostrare la scoperta della sessualità, intesa come una rivendicazione della libertà femminile che passa soprattutto per lo sfogo corporale, dopo essersi sciolta delle castranti catene sociali della convenzione. Ce lo ricorda con una moltitudine di particolari ben studiati, tipo le scenografie gocciolanti, quasi perdessero umori anch'esse, soffermandosi poi con la macchina da presa sui dettagli della natura (la lumachina...), forse l'unico elemento libero come la voglia del sesso insito, e anche con un'architettura volutamente artefatta e posticcia, quasi a sottolineare il finto che permea le vite sociali dei suoi personaggi. E poi il kitsch, a cui la Fennel non sa rinunciare e che è scelta stilistica consapevole.
Tutto molto bello, condivisibile e, a tratti, pure body horror. Il problema però è che non solo di buone intenzioni è costruito un film e le sue architravi sono, oltre alle trovate di regia, anche come i personaggi si muovono in mezzo alle intuizioni del suo ideatore. Ed è qui che non sono riuscito a trovare un'efficace sintonia con un film a suo modo audace, ma anche furbo e a tratti davvero incapace di andare oltre, appena un po' per elevarsi rispetto allo scandaletto facile per infinocchiare la sciura di turno.
Cathy viene molto addolcita rispetto al libro ma, come lì, è la donna combattuta tra la scelta più giusta e quella che realmente vorrebbe, la quale ovviamente si traduce in Heatcliff, completamente stravolto e ridotto una specie di babbasone che subisce di continuo le scelte degli altri, un cucciolo eroico che del personaggio originale non ha un grammo del carisma malvagio e autodistruttivo; anzi, le nefandezze che lo vedono protagonista per la seconda metà del romanzo qui vengono risolte negli ultimi dieci minuti a discapito di un percorso che avrebbe meritato ben altra profondità.
La avrebbero meritata pure i personaggi secondari, relegati al loro ruolo di macchietta erotica (povera Isabella...) ma senza una costruzione particolare in grado di renderli più tridimensionali, avvalorando il discorso, peraltro molto interessante, che la Fennel porta avanti con convinzione.
Manca anche tutto il sottotesto politico derivato dall'etnia di Heathcliff, oltre al fatto che nel romanzo un tale tormento emotivo era trascinato da due che in trecento e passa pagine non si sfioravano nemmeno e sull'onda di un amore negato portavano alla rovina ben due generazioni. Qui si concedono e lo fanno pure spesso, ma al netto di quell'inizio davvero folgorante, sono tutti troppo belli per dare quel senso di sporca libertà che premettono.
Di questo film ne ho sentite tubercolosi e corna, ma alla fine non è nemmeno così brutto come hanno detto molti. E' semplicemente "un film", furbo quanto volete ma comunque sorretto dalla mano di una mestierante con un occhio notevole, il quale da solo non basta a riscattare un contenuto che ha l'unica funzione di farti rivalutare l'originale - quello sì cosciente di quello che stava raccontando e, per l'epoca, estremamente coraggioso.











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