KEEPER - L'ELETTA, di Osgood "Oz" Perkins
Che quel Cage-show poi mi abbia lasciato abbastanza freddo sul finale, e non è proprio il massimo quando si parla dell'Inferno, è quello che rende il mio rapporto con Perkins jr qualcosa di estremamente complicato.
Posso dire senza remore che il suo cinema mi piaccia e, per certi versi, pure molto. Il buon Oz sa sempre dove mettere la macchina da presa, ha una tecnica del racconto sopraffina e riesce a instillare la tensione con pochissimo, senza contare che gestisce tutti gli elementi al massimo, ben oltre quello che il comune mestierante potrebbe, il che è segno di un appetito cinefilo incredibile e di una cifra stilistica ben forgiata non solo dalla mera tecnica, ma proprio dalla sensibilità che solo chi mette per immagini quello che vuole raccontare con una vera e propria tridimensionalità riesce a restituire al suo pubblico.
Il problema è che alla fine si ferma tutto lì.
Non che per forza debba essere un male, ma Perkins ha quella strana capoacità di gettarti in un vortice che, quando smette di girare, non solo ti ha lasciato casa intatta, ma non ti ha spostato poi di molto. E per quanto costa il mattone oggi sarebbe pure un bene, ma se guardo un film, specie se sono film ambiziosi come i suoi, devo accontentarmi di una semplice giravolta?
Quando mi metti in scena crisi personali, ambientazioni retrò, retrospettive sataniste e cattivoni che urlano conciati come i peggio tossici in via Trastevere, tutto deve per forza limitarsi a quello? Alla stilizzazione del male? Perché alla fine, quello è...
Sono scelte artistiche e la ragione non sta mai interamente su un solo piatto della bilancia. La poetica di Perkins agisce in questa maniera, a me invece, che non sono un cazzo di nessuno e che mi diverto coi film di Snyder, ricordo, a una certa lascia abbastanza perplesso. Perché ho sempre pensato che il male sia come il silenzio, quando lo chiami smette di esistere; e se tutto si ragguaglia in un Satana, allora per me il male che rappresenti rimane solo un nome, non tanto un'entità astratta che, in quanto tale e onnipresente, finisce per inquietarmi molto di più.
Ma sono solo fisime personali, ricordo.
Il cinema di Osgood figlio di Anthony rimane il meglio di quello che le immagini in sequenza su pellicola possono offrire, portando con loro tutti gli stilemi che lo caratterizzano e rendono il nostro un autore. Questo è meglio non sottostimarlo mai, perché gli autori vanno difesi. Che poi a me come intende usare questo suo tocco su celluloide lasci più cose nel mezzo che a visione finita, è tutt'altra faccenda che riguarda solo il mio parere. Ergo, Keeper (da noi, oltre al ritardo, hanno aggiunto il sottotitolo L'eletta, e non si tratta di trovare il nuovo segretario del PD) è sicuramente un film che merita di essere visto, meglio se al cinema o sullo schermo più grande che potete trovare a disposizione.
Come questo regista riesce a muoversi in quella che potrebbe essere una narrazione altrimenti statica (tra l'altro, la sceneggiatura è formata da Nick Lepard, quello di Dangerous animals) ha dell'incredibile. Keeper è la classica storia della casa infestata, quindi da una parte abbiamo il sommo gaudio dei produttori, perché tutto si riassume perlopiù in una location, ma dall'altra si presenta la vera sfida per i registi, poiché devono valorizzare tutto il necessario con il poco che hanno a disposizione da una penuria scenica simile - e anche se si tratta di una villa, per quante angolazioni e stanze nuove può avere, sempre dello stesso luogo si tratta. In questo caso regia e scrittura devono fare un costante braccio di ferro per fare in modo di non sprecare tempo e di riuscire a variare l'offerta sul piatto quando gli elementi da giocare sono così pochi.
Perkins ce la fa. Crea quella tensione che riesce solo a lui, per tutta la durata ti fa sentire il fiato sul collo di una presenza che tu non vedi e non ti viene mai nominata, ma che sai essere lì. Questo non ti riesce se sei un Pippiripicchio qualunque, solo se sei un grande autore e Perkins lo è, perché tutto avviene in scioltezza e senza il minimo sforzo, anche quando in scena hai una tizia spaesata che vaga per una casa (apparentemente) deserta con solo la propria paranoia a farle da compagnia. Provate voi a portare il pranzo in tavola la domenica se avete solo due ingredienti.
Arrivato il momento di far quadrare conti e duchi, però, il film presenta i soliti problemi che complicano il mio rapporto con l'ultimo superstite della casata Perkins. Per quanto abbia saputo imbastire un arazzo complesso e raffinatissimo, il suo stile non porta mai a elevare il discorso, non lascia mai quella complessità che ci si aspetterebbe da chi ha orchestrato una tale macchinazione cinematografica. Certo, a voler fare gli intelligenti a tutti i costi si fanno danni come in Together, ma ogni volta che mi imbatto in questi film, pur rimanendone ammaliato durtante la visione, finisco con un incredibile senso di inappetenza.
Anche se quello che ho visto mi è piaciuto, anche se la scena nella cantina è già cult e presenta un design dei mostri incredibile... tutto "mi rimane lì", come le volte precedenti. E va bene che l'horror trova la sua forma embrionale nel buio dell'anima, eppure credo che a proposito di abissi, potrebbe scavare molto più in profondità, specie quando vuole parlare di un tema che ultimamente appare parecchio abusato e che sta tirando una corda che, in barba al genere, non assume mai la forma di un cappio ma si limita a rimanere bella tesa.
Mi è venuto da pensare a un film come The surrender, decisamente più modesto e "povero", ma che però mi è rimasto più dentro di quanto mai farà questo...
Ad oggi, se si escludono alcuni momenti di una paraculata come Gretel & Hansel, l'unico film ad avermi veramente entusiasmato di Perkins è quel The monkey che sembra essere piaciuto solo a me, dove ho davvero sentito la sensazione che avesse messo dentro qualcosa di sé che le volte precedenti aveva trattenuto a favore della tecnica.
Una grandissima tecnica, certo, ma non è quella che fa battere il cuore.










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