DISCLOSURE DAY, di Steven Spielberg

Un hacker che lavorava per un'organizzazione segreta scappa, portandosi con sé molti segreti. Nel frattempo l'annunciatrice meteo di una grossa emittente comincia a esprimersi con versi gutturali in diretta... sono entrambi coinvolti nel segreto che ci viene nascosto circa le presenze oltre lo spazio.

Mentre sto scrivendo, il cantautore Francesco De Gregori ha recentemente scatenato un vespaio dicendo che gli artisti non dovrebbero fare politica, attaccando nello specifico le prese di posizione anti-Trump del Boss. Ora, io sono dell'idea che anche se non sono d'accordo, darei la vita affinché tu possa sparare la tua stronzata, ma pur ammettendo di non essere un cacchio di nessuno per fare la lezione a De Gregori, le sue parole mi hanno un poco turbato e mi fanno capire la pericolosa collina china che sta prendendo la società. 

In realtà arte e politica sono andate spesso a braccetto. Anzi, l'arte È politica, perché l'artista consegna al mondo il modo che ha di vederlo, passando necessariamente per le intemperie sociali che lo sconquassano. Per questo i Rolling Stones cantarono Gimme shelter o Street fighting man, e per lo stesso motivo Jimi Hendrix suonò The star-spangled banner durante il festival di Woodstock. 

Tralasciando quindi tutta la trafila cantautoriale a cui De Gregori appartiene e che della protesta musicale fece un vessillo (o ignorando che Picasso dipinse Guernica e Francisco Goya Il 3 maggio 1808), basta spostarsi nel pop per rendersi conto come la politica abbia influenzato l'impensabile. Solo nel mondo dei comics abbiamo avuto uno Stan Lee ispirato dai movimenti per i diritti civili e dalle tensioni razziali per i suoi X-men, mentre sempre a tema Vietnam un certo Alan Moore partorì quel capolavoro di Watchmen - e poi V for vendetta lo abbiamo dimenticato?

Se parliamo di pop poi non possiamo che citare Steven Spielberg, uno che ha contribuito a forgiare l'attuale immaginario come pochi altri, il re Mida del cinema e quello che, peggio di un Dawson Leery de noartri, mi ha letteralmente fatto innamorare da piccolo della settima arte. Di tutti gli artigiani della vecchia guardia, quello più popolare, ma nel senso migliore del termine, uno che ha sempre usato la cinepresa per oltrepassare il confine della meraviglia, consegnando allo spettatore pagante la medesima stupefazione che provò lui stesso guardando Il più grande spettacolo del mondo.

Ecco, indovinate... pure lui ha parlato di politica nei film. E non solo perché Indy mena i nazisti - ora scandalizza pure quello, pensate un po'...

Non tutti sanno che zio Steve è inviso a Israele dopo Munich, tanto che diverse associazioni sioniste chiesero il boicottaggio del film, accusando la pellicola di mettere sullo stesso piano i sicari israeliani e i terroristi. Sulla questione Spielberg (che è ebreo) ha una visione piuttosto ambigua, sostiene il riconoscimento di Israele come stato legittimo e condanna gli attentati di Hamas, ma allo stesso tempo supporta la causa palestinese. Anzi, piazzò la questione di straforo pure ne La guerra dei mondi, palese rilettura del mondo post ground zero, facendo recitare una certa battura al personaggio di uno schiumatissimo Tim Robbins. E quelli erano periodo vagamente tranquilli...

Non so se ultimamente avete aperto un giornale, ma le cose stanno leggerissimamente degenerando e, di conseguenza, il cinema fortunatamente non è rimasto con le bobine in mano. Garland ha realizzato Civil war e il Superman di Gunn ha portato la questione ucraina tra i frame, così come un freschissimo premio Oscar ci ha regalato Mickey 17 e il re dei fighetti ha rilanciato la questione nucleare battendo l'atomo ancora caldo. Spielberg non ha potuto esimersi, perché l'artista questo fa, e non per nulla ritorna alla fantascienza (il genere più politico di tutti, per inciso, chiedete a Heinley) partendo proprio da un soggetto ideato da lui stesso, segno che c'era proprio un'urgenza alla base. 

Infatti Disclosure day è un film che dentro di sé ha tutto quello che Spielberg è stato nel corso della sua carriera, con i pro e i contro che questo comporta oltre alla tecnica. Quella c'è, ed è incredibile. D'altronde stiamo parlando di un bestione di quasi due ore e mezza di durata che non ha un attimo di noia nemmeno quando tira il respiro e ci regala pure delle sequenze action centellinate ma gestite alla perfezione sotto ogni minimo aspetto di regia e montaggio. Questo è cinema, il grandissimo cinema a cui il regista di Cincinnati ci ha abituati da sempre e per cui gli sarò eternamente grato, asservito alla storia che voleva raccontare.

Di nuovo la fantascienza che lo ha proiettato nell'iperuranio nel momento clou della sua carriera, ancora gli alieni che sono diventati il suo marchio di fabbrica e nei quali si auto-cita. C'è tutto quello che potevamo aspettarci da lui... cambia però il resto.

La nostra è un'epoca malata e folle, il mondo vacilla sull'orlo dell'abisso. Quindi lui non stipula liste salvatrici, ma ricorda al suo stesso pubblico che il potere per mettere fine a tutto questo sta in loro, in chi lo guarda e ha la capacità di ascoltare, perché le possibilità di salvarci le abbiamo eccome. Forse l'arte ci mostra le brutture per farci sommergere da loro e mostrarci la luce arrivati una certa profondità.

La sua ultima creatura fa proprio questo. Se proprio vogliamo, è parlare di politica anche il ricordarci come l'empatia sia la nostra più grande evoluzione, l'essenza in grado di elevarci verso l'alto, ancora oltre dove abitano gli alieni (il discorso sulla fede è molto più raffinato di quanto sembri) in modo da abitare sotto lo stesso cielo in pace. 

Spielberg non ha perso l'ottimismo che lo caratterizza, ma è mutato tutto il resto. Stiamo parlando di un uomo di quasi ottanta anni che, come un cittadino qualunque, ha visto la Storia accadere intorno a lui, valutandone le fasi e appurando come non abbiamo mai imparato dal nostro passato - per quello credo gli basti sintonizzarsi su Fox News. Disclosure day non è solo un film, è la speranza che l'uomo impari la cooperazione, che trovi la chiave d'unione per mettersi nei panni dell'altro in tutte le forme possibili. Ogni personaggio deve tendere l'orecchio e, piccola chicca di scrittura, in un micro-momento la co-protagonista portata in scena da una sempre eccelsa Emily Blunt arriva pure a salvare la situazione  con una traduzione simultanea che impedisce il degenerare di un dibattito tra interpreti. Tutti indizi su dove il nostro regista preferito di sempre vuole indirizzare il discorso, anche a costo di usare il pennarellone dalla punta grossa, a tratti piccola prerogativa del suo stile.

Poi sì, è un film che ha i suoi difetti. El señor Spielbergo è fedelissimo alla fantascienza con cui è cresciuto sia fuori che dentro lo schermo e a tratti le soluzioni adottate possono sembrare appartenenti a una narrativa quasi vetusta, non si capisce perché una simile tecnologia in grado di conferire tali poteri non venga usata da ambo le parti per semplificare la trafila, nella parte centrale il film girà un poco su se stesso con svolte di trama abbastanza azzardate e pare che tutto debba per forza svolgersi nel bacino americano perché il resto del mondo serve solo come contorno. Ah, e la stucchevolezza. Quando ci si mette, Spielberg sa essere davvero melenso come pochi - Always credo rimanga una cosa che ancora oggi fa il palo. 

Però, al netto di tutte le criticità che un prodotto simile può avere, a contare è solo il risultato finale. Ed è stato quello che un vecchio bastardo e rancoroso come il sottoscritto, ormai con la timorosa attesa della prossima notizia catastrofista, si è ritrovato immerso per tutto quel tempo in un luogo confortevole, a capire perché questa forma d'arte mi piaccia così tanto e, per quanto conscio di come l'animo umano sappia toccare il fondo, a volte l'arte (ancor più degli artisti) può ricordarci quanto di bello lo stesso sappia plasmare, quando c'è la volontà di esporsi per qualcosa di giusto.

Quindi, per quanto mi riguarda, ben venga che gli artisti facciano politica in ogni forma e che dicano la loro, specie in un mondo dove domina chi parla più forte per schiacciare e non per valorizzare il bello che l'umano è ancora in grado di produrre, con tutte le differenze che caratterizzano il singolo.

Il più grande regista vivente (quindi, un artista) l'ha fatto. Chi ha da lamentarsi per ciò, probabilmente sta frignando che tutti gli artisti sono di sinistra, tenendo in sottofondo quella canzone sulla remigrazione fatta con l'IA. 

Il livello che potete permettervi è quello, d'altronde. 






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